Nei miei incubi più inquietanti mi trovo, non so come né perché, quasi sempre in mezzo al nulla, senza cartelli, senza indicazioni, senza neppure un campanile in lontananza a cui aggrapparmi per aver un punto di riferimento. Razionalmente so che questa situazione sarebbe immediatamente risolta dal mio telefono grazie alla magia del GPS, un’intuizione che si è concretizzata per merito della matematica statunitense Gladys Mae West. Per decenni, West ha calcolato, perfezionato e poi ancora computato quantità gigantesche di dati per arrivare a definire modelli matematici che potessero plasmare la forma reale della Terra, quella imperfetta, schiacciata e irregolare che i satelliti devono conoscere alla perfezione per non mandarci fuori strada.
Madre di tre figli, nonna di sette nipoti, nessuno si aspetterebbe mai che questa donna minuta dal sorriso dolce e sincero abbia dovuto subire profonde discriminazioni e che, solo grazie alla sua incredibile determinazione, abbia potuto realizzare il suo sogno. West ci ha lasciati il 17 gennaio scorso all’età di 95 anni, una notizia passata in sordina, quasi come se fosse naturale che la donna che ci ha insegnato a sapere sempre dove siamo dovesse sparire senza troppo rumore. Nata nel 1930 in una famiglia di agricoltori nel sud segregato della Virginia, West ha superato barriere razziali e di genere con la stessa convinzione con cui ha maneggiato i numeri, ha affrontato con coraggio la segregazione e sfruttato al meglio le limitate opportunità che le donne nere avevano di laurearsi in matematica.
«Ogni giorno desideravo e sognavo di avere più libri, più aule, più insegnanti e più tempo per sognare e immaginare come sarebbe stata la vita se solo avessi potuto fuggire via dal lavoro faticoso e apparentemente senza fine nella nostra fattoria di famiglia».
Proprio attraverso queste aspirazioni e ambizioni, la ragazza cresciuta nella contea di Dinwiddie, a sud di Richmond, è riuscita a opporsi all’unica certezza che le riservava il futuro: raccogliere tabacco, mais o cotone, come faceva suo padre, o seguire le orme della madre e avere la fortuna di essere ammessa in una fabbrica a battere le foglie di tabacco. Così, ogni giorno ha avuto la forza di camminare per cinque chilometri fino alla segregata Butterwood Road School, una piccola scuola di una sola stanza, con mobili arrugginiti e decrepiti, soffitti che perdevano acqua e libri sempre di seconda mano. Tutti i bambini di colore della zona, dalla prima alla settima classe, si affollavano nella stessa stanza, con insegnanti sovraccarichi di lavoro e grossolanamente sottopagati.
Terminati gli studi superiori, grazie al sostegno dei genitori e dei fratelli, è riuscita a ottenere una borsa di studio per la Virginia State University, dove si è laureata in matematica nel 1952: un caso eccezionale se si pensa che, soprattutto nella Virginia dominata dalle discriminazioni razziali, l’accesso a questa facoltà era per lo più consentito agli uomini.
Nel 1956, è stata la seconda donna afroamericana a essere assunta presso il centro di ricerca della Marina statunitense di Dahlgren, dove per decenni ha lavorato su modelli geodetici e algoritmi complessi, diventati in seguito la base del Sistema di Posizionamento Globale. Nel corso di una carriera di oltre 40 anni, West ha difatti sviluppato algoritmi e modelli matematici che le hanno permesso di calcolare con estrema precisione la forma irregolare del nostro pianeta, trattandolo non come una sfera perfetta, ma come un geoide irregolare, leggermente schiacciato ai poli e pieno di variazioni dovute a gravità, rotazione e distribuzione delle masse. Per farlo ha utilizzato dati provenienti da satelliti e da misurazioni radar, sviluppando modelli matematici sempre più precisi e algoritmi capaci di gestire enormi quantità di dati; ha dovuto imparare a programmare computer grandi quanto intere stanze, senza poter beneficiare di interfacce grafiche, linguaggi intuitivi o tutorial online, ma solo di schede perforate, istruzioni criptiche e una pazienza fuori dal comune. Programmare significava dialogare con la macchina quasi a mani nude e lei lo ha fatto, da pioniera, senza minimamente avere la consapevolezza di gettare le basi di una tecnologia diventata oramai pervasiva, che di grafica ne ha invece tanta. È stata anche project manager per il programma di elaborazione dei dati di altimetria radar Seasat, il primo satellite concepito per il telerilevamento degli oceani della Terra.
Eppure, il suo nome è rimasto sconosciuto anche nei circoli di specialisti della comunità scientifica. La sua è una delle tante, troppe vicende che caratterizzano la storia della scienza: mentre GPS è diventata una parola di uso comune, non si ha minimamente idea di come questa tecnologia sia stata resa possibile. E il problema non è solo Gladys West, è un meccanismo che riguarda lei e tante altre figure invisibili, schiacciate tra note a piè di pagina e riconoscimenti tardivi.
Parlare di Gladys West per me oggi non è un esercizio di nostalgia, è un atto dovuto, un riconoscimento che le dobbiamo tutti. La sua scomparsa è un pungente promemoria: West non ha solo plasmato i modelli matematici che permettono di calcolare posizioni precise sulla Terra, ma ha anche aperto la strada a generazioni di donne di colore nel mondo STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics), dimostrando che l’intuizione e il duro lavoro non hanno barriere sociali, culturali o di genere.
In un’intervista del 2021, ha dichiarato che le due cose che l’hanno aiutata a far fronte ai limiti imposti dal razzismo sono state la passione per il suo lavoro e il poter aiutare quante più persone della sua etnia ad avere la possibilità di farlo. Una delle sue ultime riflessioni è stata proprio sulle donne: «Il mondo è più predisposto a rendere le cose più facili per le donne. Ma devono ancora combattere».
Lasciarla nell’ombra avrebbe significato davvero perdere l’orientamento.
Per chi vuole approfondire l’argomento:
Carla Petrocelli, La magia invisibile del GPS. Gladys West e la forma della Terra
