Credo che a ognuno di noi sia capitato nel corso di una festa tra amici, come quella che si celebra per il Capodanno, di ascoltare o anche di intonare una canzoncina. Recita alcuni versi che nessuno considera immortali, anzi…
Eccoli in traduzione letterale dal portoghese:
«Brigitte Bardot Bardot
Brigitte baciò, baciò
e dentro al cinema
tutto il pubblico si agitò (o, se preferite, si affollò)
Perché tutti ti guardano tanto?
Sarà per il piede?
Noo!
Sarà per il naso?
Noo!
Sarà la caviglia?
Noo!
Sarà per il gomito?
Noo!
Tu che sei buona e sei donna
dimmi perché».
Li ha composti uno scrittore brasiliano dal nome pittoresco Miguel Gustavo nel 1960 e portata al successo da Jorge Veiga. La data non è insignificante e, a ben guardare, neanche quei versi che abbiamo sempre considerato un po’ ridicoli, lo sono.
Nel 1960 Brigitte Bardot aveva già recitato in una ventina di film. Di quanti di quel folto gruppo saremmo in grado di ricordare il titolo? Due, tre al massimo.
Forse Piace a troppi per vari motivi di sovrapposizioni biografiche (Vadim, Saint Tropez…) e di vicende di censura italiana, tra cui il titolo banale che sostituisce il ben più incisivo originale francese Et Dieu créa la femme. Forse La ragazza del peccato di Autant-Lara o La verità di Clouzot in cui esibisce le sue doti di attrice drammatica.
Negli anni successivi, ma Miguel Gustavo non poteva saperlo, ci sarebbe stata con Il disprezzo di Godard la consacrazione e il passaggio alla nouvelle vague, una svolta verso un uovo tipo di cinema diverso da quello che aveva frequentato, quello di Clouzot e Autant-Lara che i nuovellevaguisti snobbavano definendolo cinéma de papa. Doveva essere la svolta decisiva ma non fu e la sua carriera di attrice volse verso la fine.
Che cosa ha spinto dunque le masse ad affollarsi (o agitarsi) attorno agli schermi, dove appariva la Bardot, come si chiede l’acuto Miguel Gustavo, se non si tratta del suo naso o del suo gomito e neppure dei suoi film quasi tutti dimenticabili?
La risposta va al di là di alcune banali polemiche sul suo reale valore di attrice riemerse in questi giorni. Per una volta è forse lecito usare una parola che mi ero promesso di non utilizzare mai per gli abusi a cui è stata sottoposta. Sicuramente Brigitte Bardot è stata un’icona, la personificazione di tendenze, cambiamenti, desideri diffusi nella società in una certa epoca.
Oppure torniamo a un’altra parola, anch’essa un po’ abusata: diva. Ma la usiamo nella definizione precisa, come frutto di quel complesso meccanismo descritto da Edgar Morin in un suo celebre testo: «La star è l’attore o l’attrice che assorbe una parte della sostanza eroica, cioè divinizzata e mitica, degli eroi cinematografici e che, a sua volta, arricchisce questa sostanza con un apporto del tutto personale».
Un processo non certo comune, che va al di là della dimensione interpretativa, attoriale, un fenomeno che di tanto in tanto si è presentato nella storia del cinema.
Quando Morin ne scriveva, era il 1957, e non pensava certo alla Bardot, ma è innegabile che questo la riguardi.
