Non conosciamo il suo nome, ma possiamo immaginarlo. Sì, eccolo in azione il primo nero, o mulatto, o meticcio, figlio e nipote di schiavi, prendere possesso di quel pallone (forse un misto di carta e nastro adesivo, messi insieme da legacci, insomma non una palla vera, certo: qualcosa di simile, capace di rotolare) e dare vita a una danza, tra finte e controfinte, colpi ti tacco e tiri potenti e calibrati.
O sì, possiamo vederlo quel ragazzino a piedi scalzi, pantaloncini sporchi di terra, a petto nudo e con un sorriso a girasole correre dietro a quella parvenza di pallone. E tutto intorno, in quel campo di polvere, illusioni e speranze, nel sobborgo di una immensa città, i poveri e dignitosi, gli emarginati e orgogliosi, gli invisibili e giusti, cominciamo a sorridere e a cantare: perché in quei giorni di fine Ottocento, il calcio, o meglio il futebol, dall’inglese football (in Inghilterra è nato questo sport, undici contro undici, capace di far concorrenza al cricket), nemmeno un bianco all’orizzonte, il bianco indifferente presuntuoso e padrone, stava diventando una rivoluzione popolare, la possibilità di riscatto per chi non aveva una moneta in tasca, ma tanta fantasia da offrire: la fantasia capace di rendere quella palla improvvisata uno scrigno capace di racchiudere tutte le meraviglie del possibile e dell’impossibile.
Ne farà di strada quell’oggetto, così semplice e così misterioso, fino a far diventare un ragazzino nero, un ex lustrascarpe mineiro, un Re, O Rei: ma di questa vicenda (badate bene: autentica, non una favola di un Monteiro Lobato particolarmente in vena) vi abbiamo già parlato.
A portare il football in Brasile è uno studente ventenne, un tipo curioso, simpatico, sportivo: Charles Miller, baffi da eroe salgariano, figlio di un ingegnere scozzese e di una brasiliana di origini britanniche. Tornato da un periodo di studio a Southampton, Charles sbarca con due palloni sottobraccio. E in quel preciso istante, con quella immagine, comincia questa storia. Una storia che, dal nostro incipit, da quel primo malandro (il furbo, il picaro, l’astuto, il mulatto che non si fa fregare da niente e da nessuno), passando da Miller, arriverà ai giorni nostri, permettendo al Brasile, e alla sua nazionale, la celeberrima Seleçao, di diventare la squadra con più coppe del mondo conquistate (cinque).
Ma torniamo alle origini, e cerchiamo di mettere un po’ di ordine. L’abolizione della schiavitù in Brasile avviene soltanto il 13 maggio 1888, grazie al magnanimo gesto di una donna (e come poteva essere altrimenti?): Isabella Cristina, figlia ed erede dell’imperatore portoghese Pedro II. Ma è soltanto una illusione, una menzogna detta bene, come il comunismo per Paul Ricoeur, rimane «una grande promessa non mantenuta». Perché resteranno (purtroppo) per sempre le catene, reali o psicologiche. Perché se sei nero, mulatto o meticcio i tuoi spazi, inevitabilmente, si restringono, non hai più sogni nemmeno nei sogni. Devi vivere ai margini, nelle baracche, in quel luogo di fame e rabbia e decenza che si chiama favela. Così ti tocca scegliere: stare dalla parte di chi sfoga con ogni mezzo, lecito o illecito, il proprio livore o cercare di reagire al rancore che ti porti dentro con le poche possibilità oneste e concrete che i padroni di ieri e di oggi ti mettono a disposizione.
E molti agognano solo di giocare al pallone. Diventare un idolo degli stadi: tu, nero, in mezzo al campo, le braccia in alto dopo una rete, e centomila persone, tanti bianchi in giacca e cravatta, che scandiscono il tuo nome. E tu, di nuovo, sai di essere giunto a un bivio, perché la vita, la tua vita, non ti regala mai niente di sicuro: da una parte, diventare ricco e famoso; dall’altra, perderti nei labirinti e nei meandri di una gloria spesso effimera.
Alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento potevi anche essere il miglior malandro: ma quello sport sbarcato da una nave e con i termini in inglese, lingua dal suono strano e ostile, rappresenta svago e pratica per i ricchi proprietari terrieri o per la borghesia più o meno illuminata. Il futebol si disputa nei Club di Regata, iscriversi costa parecchio e i tifosi sono vestiti come in occasione di un importante ricevimento, le donne esibiscono abiti lunghi e cappellini da boutique: tutta roba per bianchi dagli occhi chiari o per bionde distratte.
Certo: il malandro cerca, in tutti i modi, con ogni mezzo, di fregare il bianco vanitoso. Arrivando, persino, a travestirsi – come in uno scadente avanspettacolo – da… bianco: coprendosi il volto scuro con il borotalco, la cipria o la polvere di riso. Veniva scoperto subito e immediatamente deriso: e come ridevano, sguaiatamente, quei signori e quelle signore. «Ma a che punto siamo arrivati!», esclamavano con la mano davanti alla bocca. Per non apparire esagerati.
Charles Miller diventa l’uomo del calcio, praticandolo anche: in attacco, soprattutto, e in porta, dando vita a partite e campionati, facendo, quando serviva, pure l’arbitro e spiegando – con pazienza – le regole. San Paolo diventa il centro di quel gioco che sta diventando, giorno dopo giorno, una passione travolgente. E noi ripensiamo al primo povero di colore che intuì, chissà quando e chissà dove, inconsapevolmente, la portata sociale e culturale di quel pallone arrivato in Brasile da Southampton. Ma la strada da percorrere è ancora lunga per lui. Il nero deve stare fuori dalle società sportive delle élites, a parte qualche raro caso come il Bangu di Rio de Janeiro. «Il club di una fabbrica tessile, una squadra proletaria», come mi disse Jorge Amado. E lo scrittore bianco dal cuore mulatto ricordò anche un idolo della sua infanzia, il primo calciatore a rompere una barriera, a esorcizzare un sortilegio, parliamo del più grande goleador del futebol, più di Pelé persino, con i suoi 1329 gol: Arthur Friedenreich, un mulatto dagli occhi verdi trasparenti, figlio di un tedesco e di una lavandaia nera.
Scrisse Eduardo Galeano, bracconiere di storie e personaggi anche calcistici, su Arthur, «creò il modo brasiliano di giocare. È stato lui a rompere gli schemi inglesi. Lui, o il diavolo che pareva infilarsi nella pianta del suo piede. Friedenreich portò nel solenne stadio dei bianchi l’irriverenza dei ragazzi color caffè che si divertivano contendendosi una palla di pezza nelle periferie. Così nacque uno stile aperto alla fantasia, che preferisce il piacere al risultato. Da Friedenreich in avanti, il calcio brasiliano, quando davvero è brasiliano, non ha angoli retti, come non ne hanno le montagne di Rio né gli edifici di Oscar Niemeyer».
Friedenreich, dunque, capovolge il canone, esce dallo spartito, va fuori tema, in direzione ostinata e contraria. Le sue imprese, le sue reti acrobatiche, fanno il giro della nazione, da Porto Alegre alle terre incoltivabili del sertão. In questo modo altri neri, anche senza gli occhi verdi trasparenti, decidono di fare del futebol la loro vita: l’afrobrasiliano ha capito, con un colpo di testa o una acrobatica giravolta, di poter trasformare il suo mondo, di poter uscire dall’isolamento: grazie a un pallone, da prendere a calci, ma con arte, a ritmo di danza, con movenze da capoeira.
Si è aperto un pertugio nella caverna dell’emarginazione: grazie ad Arthur adesso, in molti, sanno come fare. Soprattutto il mulatto dagli occhi verdi trasparenti, illustra Olivier Guez, «sconcerta gli osservatori con la sua finta mai vista prima. Il marcatore è un artista, un re della schivata, il suo personale modo di evitare le cariche violente degli avversari bianchi, che gli arbitri fischiano di rado. Nasce così il dribbling in Brasile. Astuzia e tecnica di sopravvivenza dei primi giocatori di colore, il dribbling evita ogni contatto con i difensori bianchi. Il giocatore nero che serpeggia e ancheggia non verrà pestati né in campo né dagli spettatori a fine partita; nessuno lo agguanterà; il dribbling può salvargli la pelle».
Friedenreich morirà nel 1969, l’anno del primo uomo (Neil Armstrong, statunitense) a mettere piede sulla luna. «Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità», ricordate? Il mulatto figlio di un tedesco e di una lavandaia portò il calcio alla stregua di un dono tra gli afrobrasiliani : e fu come conquistare una specie di luna. La luna dei prati e degli spalti.
Il futebol sta per diventare universale e non più particolare. Un linguaggio, per evocare, che non fa mai male, Pier Paolo Pasolini, a disposizione di tutti, anche se il «calcio in poesia» è quello dei brasiliani, soprattutto dei neri: imprevedibile, beffardo, travolgente. Siamo davanti a una nuova abbagliante filosofia, a un nuovo modo di interpretare la società di quel tempo, piena sempre di contraddizioni, di razzismo, ma non più a senso unico. Fa notare l’antropologo Bruno Barba: «I movimenti del calcio mescolano alla perfezione memoria, impressioni, desiderio, plasticità. Esaltano il piede, elemento vilipeso, svilito, nascosto, eppure – nel calcio, ma forse non solo – così nobile e imprescindibile. Irrazionale e libero, il calcio brasiliano dei primordi è dionisiaco, più che apollineo».
Il Brasile si riscopre non solo una «terra del futuro», come intuirà Stefen Zweig, ma un immenso, colorato, luminoso Paese del Pallone: grazie, come stiamo vedendo in questo nostro viaggio, alla predominanza del nero, ai suoi funambolismi, alle sue folgorazioni. Il Brasile si sente, felicemente, al centro di un universo, i suoi calciatori danno vita a quello che, ancora oggi, malgrado le trasformazioni tattiche, gli esempi delle varie scuole europee, la legge spietata e concreta del primo non prenderle, viene chiamato il futebol bailado: lo spettacolo per lo spettacolo. Anche i bianchi, prima mugugnando poi sempre più convinti, si adeguano.
Si gioca, nessuno escluso: in ogni metropoli e in ogni sperduto paesino, negli stadi e sui campi di pietra ed erbacce. Il Brasile è gigante anche nel football. E lo sarà sempre e per sempre.
