Eugenio Scalfari, un’idea dell’Italia che si fece impresa

Sergio Baraldi

La scomparsa di Eugenio Scalfari non suscita solo profonda amarezza personale in chi, come me, per oltre trent’anni ha diretto i quotidiani del gruppo e poi la Finegil, la società editoriale che riuniva le testate locali. Essa offre l’occasione per riflettere sull’avventura professionale di Scalfari che con Carlo Caracciolo, lo straordinario editore, è stato il protagonista dell’invenzione, della costruzione, della trasformazione del gruppo L’Espresso, che ha cambiato volto al giornalismo nazionale e locale.

Scalfari è stato un punto di riferimento per tutti noi giovani dirigenti, stimato e ammirato, ma assieme a lui e Caracciolo occorre ricordare Mario Lenzi, figura chiave per la catena dei locali e gli amministratori che hanno reso grande quell’azienda da Alessandrini a Corrado Passera e soprattutto Marco Benedetto, che ha guidato a lungo con successo il gruppo.

Ci possono essere tanti modi per ricordare Scalfari, tutti leciti, ma io vorrei proporre un’interpretazione della sua storia senza limitarmi al ruolo, pur rilevante, di grande giornalista. Scalfari, infatti, ha cambiato il giornalismo perché è riuscito a trasformare un progetto culturale e politico di democratizzazione in una impresa. Potremmo forse dire: un’idea dell’Italia che si fece impresa.

Eugenio ha avuto successo essenzialmente per due ragioni. La prima riguarda il giornalismo: in un panorama giornalistico istituzionale e spesso conservatore, Scalfari ha cambiato la relazione tra il giornalismo e la politica e attraverso di essa con la società. Fino alla fine degli anni Settanta era la politica a decidere l’agenda. Con Scalfari il gioco è cambiato. Il giornalismo si è emancipato dalla politica, ne è diventato l’interlocutore autonomo, che ha finito per determinare a sua volta l’agenda pubblica.

Scalfari capì che esisteva un’area sociale di centro-sinistra che non aveva una rappresentanza giornalistica e culturale, e decise, dopo l’esperienza del settimanale L’Espresso, di dare vita al quotidiano la Repubblica, con l’obiettivo di diventare la voce della parte della società più dinamica e moderna, che voleva riformare l’Italia.

Il suo era un progetto di modernizzazione e democratizzazione. Per riuscire nell’intento Scalfari rinunciò al tradizionale l’ideale della obiettività, sostituendolo con quello della trasparenza della linea editoriale e con la fiducia in un advocacy journalism, un giornalismo di denuncia e di battaglie civili. Sono state scelte che hanno assegnato a la Repubblica una identità forte, immediatamente riconoscibile nel panorama editoriale del tempo. Fu così che gli venne poi assegnata l’etichetta di giornale partito poi imitato anche a destra con Montanelli e successori.

Il quotidiano e il suo intelligente direttore hanno così riscritto il tradizionale parallelismo politico del giornalismo italiano. Con l’area di centro-sinistra non si è mai instaurato un rapporto strutturale, ma è scattato un riconoscimento, una identificazione reciproca. Tuttavia, era il giornale a indicare spesso la linea da seguire, spingendo i diversi partiti dell’area (dal Pci fino al Pri e al Psi e a parte della Dc) a fare i conti con le prese di posizione del giornale, a non poter trascurare le idee e i temi sollevati continuamente dal quotidiano. Un esempio di questo ruolo centrale nella formazione dell’agenda pubblica si è avuto durante la campagna contro Berlusconi. Non si trattava di una novità nella storia del giornalismo italiano, basta ricordare il settimanale Il Mondo da cui Scalfari proveniva, o le testate risorgimentali, o l’Eni di Mattei che fondò Il Giorno per incidere sulle scelte politiche energetiche.

Ma Scalfari si è mosso ad un livello più elevato: ha rivisto la connessione tra media e sistema politico, spostando il baricentro verso il giornalismo, che ha acquistato così autonomia e autorevolezza, perché era più indipendente dai partiti e dalle istituzioni. Inoltre, ha inventato un nuovo modo di raccontare l’Italia. Con la Repubblica ottengono visibilità sulla scena pubblica una varietà di attori sociali e di temi sociali prima spesso ignorati o relegati in posizioni secondarie dai quotidiani, tranne quelli di sinistra come Paese Sera o l’Unità.

Il mondo produttivo, quello sindacale, le associazioni della società civile, i movimenti sociali ricevono spazio, e nuovi protagonisti emergono. Ma in queta operazione, Scalfari mette al centro soprattutto il lettore che assume la dignità di cittadino portatore di diritti. Primo fra tutti il diritto alla verità. Tutto un sistema delle influenze così ha cambiato fisionomia attorno al modello di Repubblica, decretandone il successo in edicola.

Ma Scalfari, con Caracciolo e Benedetto, è protagonista anni dopo di una seconda evoluzione del gruppo, che anticiperà nuovamente quello di tutta l’editoria. La pressione delle nuove tecnologie e del mercato stava ormai delineando un sistema mediale e sociale sempre più complesso e denso di opinioni, fatti, interessi. Scalfari, Caracciolo, Benedetto comprendono che, come ha scritto Giddens, si stava passando da una fase di modernizzazione semplice, vale a dire lineare, prevedibile, più stabile, a una fase nuova di modernizzazione riflessiva, che avanzava nuove domande e differenti bisogni. Scalfari avviò una trasformazione di Repubblica che si arricchì di supplementi, settimanali, inserti e che poi si affacciò su internet ed entrò con forza nel mondo digitale. Ma se nella prima fase era stato cruciale l’indebolimento delle relazioni con la politica con la quale si era instaurato un diverso rapporto di interlocuzione-competizione per determinare l’agenda, nella nuova fase l’equilibrio si spostò decisamente verso il mercato. Acquistavano rilevanza i fattori economici e gestionali, la capacità di intercettare e parlare ai numerosi attori e pubblici in cerca di visibilità.

Con Mario Lenzi, negli anni, il gruppo L’Espresso ha costruito una importante filiera di testate locali che a loro volta avevano innovato il giornalismo locale e hanno contribuito alla riscoperta del valore del territorio.

Scalfari innescò, quindi, con Caracciolo e Benedetto, la trasformazione dell’impresa editoriale, che da azienda si avviò a diventare un sistema multimediale, capace cioè di stare al centro di un sistema di campi di relazioni differenti mercato compreso. La Repubblica di Scalfari, e poi di Ezio Mauro che gli successe alla direzione, sembrò avere compreso che nelle società differenziate come l’Italia, l’universo sociale è costituito, come aveva detto Bourdieu, da un insieme di micro-universi con proprie logiche e istanze. Seguendo questa intuizione, la Repubblica fece il suo ingresso in campi nuovi con prodotti nuovi: la gastronomia, con l’invenzione delle Guide, ancora oggi un successo, la tecnologia, la moda, i viaggi.

L’avvio di questo processo da una parte ha rafforzato la insubordinazione verso una politica deludente e le istituzioni, dall’altra ha accentuato il peso delle logiche di mercato. Per rafforzare l’azienda, Scalfari e Caracciolo in passato avevano ceduto parte delle loro azioni al finanziere De Benedetti, che poi è diventato presidente alla morte di Caracciolo, e forse entrambi non avevano considerato fino in fondo che il mercato, la finanza, la digitalizzazione avrebbero cambiato anche il progetto culturale e politico di Repubblica. Una nuova crisi si affacciò nelle redazioni dei quotidiani e ancora oggi non è superata. Quando De Bendetti non è riuscito a governarla e a darle soluzione, pressato dai figli, ha ceduto il controllo di Gedi a John Elkan, erede dell’impero Fiat.

La logica di mercato ha compiuto così un nuovo passo avanti, che rappresenta il presente del gruppo.

In esso il lettore-cittadino di Eugenio sembra sempre più assumere le sembianze del lettore-cittadino-consumatore. Scalfari forse non aveva immaginato che se lui è l’autore di un progetto culturale e politico di democratizzazione che si è fatto impresa, oggi è il tempo in cui è l’impresa che vuol farsi progetto culturale e politico. Ma per andare dove?

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