Il cambiamento della guerra alle porte

Sergio Baraldi

La prima guerra in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale sembra avere un significato: cambiamento. Dovremo ridisegnare molti confini e cambiare molte mappe. Non solo geografiche anche cognitive. Del resto il destino dell’Ucraina sembra contenuto nel suo nome: confine. Confine tra Est e Ovest, tra culture, tra contrapposte visioni del mondo. Angela Merkel sostenne che Putin vuole applicare al XXI secolo la logica dell’Ottocento e del Novecento. L’invasione sembra confermare questo giudizio. Al quale dovremmo aggiungere: tra le molte disillusioni dell’Occidente c’è anche quella che la guerra mediatizzata, che si è combattuta per settimane sui media, ha rivelato la divaricazione tra la realtà e la media logic e la sua semplificazione e spettacolarizzazione. E ci rivela quanto la società occidentale (ma non la intelligence americana), sia ipnotizzata dallo storiverso mediale.

L’attacco a un paese (la logica dell’Ottocento e del Novecento), ha cancellato gli scenari mediatizzati, che non hanno tenuto conto della potenza del reale. Oggi ci ritroviamo a fare i conti con una forza che avevamo dimenticato, che pure operava sotto i nostri occhi: la nostalgia imperiale che anima le grandi potenze, la riscrittura della storia per giustificare le proprie ambizioni.

Riconfigurazione e nuova centralità dell’Europa
L’invasione dell’Ucraina sembra restituire centralità all’Europa dopo anni in cui si indicava l’Asia come nuovo centro del mondo. Nello stesso tempo, però, l’idea di Europa che ha guidato i governi e le opinioni pubbliche degli ultimi anni mostra di colpo la sua debolezza. L’Europa non è riuscita a varare una difesa comune, anzi alcuni capi di governo come Macron avevano persino sostenuto che la Nato era ormai priva di una missione. Adesso l’invasione della Ucraina cambia lo scenario. C’è da tenere presente che negli accordi tra Bielorussia e Russia è prevista l’accettazione di armi nucleari russe sul suolo di quel paese, vale a dire ai confini con la Polonia e l’Europa. Inoltre, occorre tenere presente che la Russia è la nuova protagonista nel Sahel dove la Francia arretra, e con essa l’Europa, in una delle aree del mondo ricca di terre rare, materie prime che sono indispensabili per esempio per i microchip.

Potrà l’Europa continuare a ignorare la sfida?
Potrà non dare vita a una difesa comune e a stabilire una nuova strategia con la Nato?

La guerra Ucraina pone il problema di una strategia militare, per quanto difensiva, delle democrazie europee. E ripropone il rapporto con gli Stati Uniti.

La guerra ci ricorda il generale prussiano Carlo Von Clausewitz non è solo la violenza che si esprime, ma ha un legame profondo con la politica, con l’arte di dirimere i conflitti di interesse e di strategie tra gli Stati. La definizione che «la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi» ci aiuta a rammentare che l’azione militare ha una sua grammatica, ma la sua logica va sempre ricercata nella politica. Il generale prussiano prese le distanze dall’aspirazione alla pace perpetua del Settecento e dall’ottimismo liberale che vedeva il commercio e l’economia come deterrente dello «spirito di conquista e di usurpazione». Clausewitz indica invece una stretta interdipendenza tra commercio, politica e guerra. La metafora che utilizza è quella dell’embrione, che affascinò Carl Schmitt, autore che pose la dicotomia amico/nemico come presupposto del politico. Scrive Clausewitz: «La guerra appartiene al dominio della vita sociale. È un conflitto di grandi interessi, che ha una soluzione sanguinosa, e solamente in questo differisce dagli altri conflitti. È dal grembo della politica che la guerra trae origine, è nella politica che i caratteri principali della guerra sono già contenuti allo stadio rudimentale, come le proprietà degli esseri viventi lo sono nei rispettivi embrioni».

 Le origini della guerra, quindi, vanno ricercate non solo nella Russia di Putin, che è l’aggressore, ma anche nelle scelte degli altri attori, l’Europa e gli Usa, che con le loro decisioni potrebbero aver convinto Putin che era il momento del conflitto. Nel calcolo di Putin, le sanzioni potrebbero essere considerate il segno che l’Occidente è disposto a negoziare le conquiste territoriali russe pur di evitare una guerra su larga scala. Lo zar lo ha sperimentato nella occupazione della Crimea del 2014 e prima nella divisione della Georgia del 2008.

All’ordine del giorno in Europa, quindi, si pone il tema di diventare un attore globale credibile attraverso una cooperazione militare difensiva, ma anche economica e politica più stretta, che la trasformi in un protagonista plurale eppure unito. Invece l’Europa sembra non avere una visione condivisa del suo ruolo nel mondo. Non sembra aver considerato a sufficienza il peso della sua cultura, delle capacità dei suoi cittadini e delle sue imprese, sembra poco sensibile alla sua collocazione geografica, vicina all’Africa e all’Oriente. Ha assegnato all’economia il primato, trascurando il fatto che il territorio e la politica restano decisive anche nell’epoca del digitale.

Questa Europa frammentata può continuare a immaginare che la sua bussola sia il trattato di Maastricht e l’ideologia dell’austerity?
Può non avere una strategia energetica che la renda indipendente dalla Russia?

Dopo l’invasione della Crimea, l’Europa, in particolare Germania e Italia, ha paradossalmente aumentato la sua dipendenza dal gas di Mosca. In questo modo, L’Europa finanzia indirettamente la guerra in Ucraina anche perché i prezzi saliranno.

Può l’Europa accorgersi solo adesso che deve essere autonoma per i vaccini o per i microchip, strategici per le nuove tecnologie?

Bastano questi elementi per comprendere che l’invasione dell’Ucraina costringe l’Europa a rivedere la propria autorappresentazione, la propria missione e a superare le incertezze. Ormai l’economia è connessa alla geopolitica.

La difesa della democrazia però non passa solo dalla cooperazione militare o dall’energia. È fondamentale il rafforzamento della coesione sociale. Una società divisa e polarizzata all’interno non reagisce compatta alle sfide esterne e la solidarietà sociale si rafforza riducendo le disuguaglianze, ampliando i diritti. Occorre unire i cittadini. La guerra alle porte chiama in causa direttamente il modello di sviluppo capitalistico europeo degli ultimi anni, lo pone di fronte a un bivio simile a quello vissuto dopo la seconda guerra mondiale: il «compromesso socialdemocratico» o keynesiano, come venne definito, tra economia e società, diede vita a un periodo di benessere e fu un’arma di difesa efficiente contro l’Urss. Oggi, dopo gli anni del neoliberismo che ha provocato profonde lacerazioni nella società, immaginare un nuovo compromesso socialdemocratico è una delle risposte che l’Europa può mettere in campo contro i regimi autoritari aggressivi.

L’invasione, quindi, se da una parte restituisce centralità all’Europa e all’Atlantico, dall’altra imprime una spinta centripeta al continente e reclama un cambiamento del suo progetto politico. La sfida della guerra richiede un cambiamento che rafforzi la coesione delle democrazie per consentire all’Europa di inserirsi nel nuovo scenario come un attore forte, unito, in grado di affrontare i rischi globali.

Riconfigurazione di Russia e Cina come poteri imperiali
L’invasione dell’Ucraina è stata interpretata come la crisi Ucraina. Ma forse dovremmo spostare lo sguardo sulla crisi Russa per capire cosa sta accadendo. Secondo molti esperti, Putin ha compreso che un’Ucraina democratica, che avrebbe potuto sviluppare una società aperta e integrata al suo confine, era un rischio per il suo stesso potere. Già nel 1994 il consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Zbigniew Brzezinski aveva ammonito: «Con l’Ucraina sottomessa e poi subordinata, la Russia diventa automaticamente di nuovo un impero». Questa analisi rivela quale potrebbe essere il vero obiettivo di Putin: insediare un governo filorusso a Kiev. Del resto, lo zar ha dichiarato che l’Ucraina è «una invenzione russa» e deve essere «denazificata», facendo riferimento ai legami di alcuni gruppi con il nazismo sia nel passato che nel presente. Il riconoscimento della indipendenza delle province di Donetsk e Luhansk e poi l’invasione servono a costruire una Ucraina che viva sotto un’occupazione legalizzata. Il Cremlino potrebbe bloccare qualsiasi decisione in politica estera e nazionale di Kiev contraria ai suoi interessi e  avrebbe carta bianca per fomentare l’instabilità nei paesi dell’est confinanti. Putin sembra voler spostare in avanti il confine russo per tornare a un mondo diviso in zone di influenza simile a quello della guerra fredda. Se assoggetta l’Ucraina, Mosca torna al centro dell’Europa.

Putin quindi ha risolto a suo modo il conflitto di fronte al quale si è trovata la Russia dopo la fine dell’Urss: costruire una economia, uno stato moderno e aperto, promuovendo la collaborazione amichevole con gli stati vicini, oppure assecondare la nostalgia imperiale, utilizzando lo strumento politico del nazionalismo. Putin ha architettato la crisi per seguire il disegno di un grande impero slavo, che resuscita il mito zarista prima ancora che sovietico. Dietro questa scelta c’è probabilmente la modernizzazione mancata del Paese, l’andamento deludente dell’economia: oggi il Pil pro capite russo è a livello della Bulgaria, non c’è un solo prodotto tecnologico russo che viene utilizzato nel mondo (a differenza della Cina), il suo bilancio statale è sostenuto dal gas, dal petrolio, dalle materie prime. Scatenando l’invasione in nome del nazionalismo, Putin legittima il suo potere sull’arsenale nucleare e sulle forze armate. La potenza russa si conferma però un gigante che poggia su una fragile base costituita da una società e da una economia non modernizzate. Ma tra l’idea di edificare una nazione moderna o edificare un impero, Putin ha scelto il secondo obiettivo.

La questione però non riguarda solo la Russia. Il terzo attore della partita è la Cina, che si trova in una condizione molto diversa rispetto a Mosca: oggi è la potenza economica che aspira a diventare la prima economia del pianeta. Da tempo Pechino rilancia la retorica nazionalista. La Cina si considera il vero rivale degli Usa e segue con attenzione la guerra in Ucraina. Ma è chiaro che Pechino oggi reputa Mosca una sorta di partner junior, i rapporti di forza si sono rovesciati rispetto al Novecento. Il cauto appoggio a Putin, sembra avere una tacita motivazione: Taiwan. Così come l’Ucraina per Putin è parte della Russia, nella retorica cinese l’isola di Taiwan è parte della madre Cina. Pechino studia le mosse dell’America in Ucraina forse per capire fino a che punto Biden è pronto a difendere l’indipendenza dell’isola nel Pacifico. La Cina è un avversario più forte della Russia, Biden ha avuto ragione nello spostare nel Pacifico l’asse strategico americano. Ma questo vuoto apparente che si è creato, in mancanza di una iniziativa forte europea, sembra avere aperto un varco a Putin. Si conferma, quindi, la previsione del presidente americano: il XXI secolo sarà dominato dal confronto tra le democrazie e gli stati autoritari. All’interno della competizione con il potere imperiale russo e cinese, l’Europa è chiamata ad assumersi le proprie responsabilità.

Riconfigurazione della globalizzazione e della sicurezza
La guerra alle porte potrebbe ridisegnare anche la globalizzazione. Già la pandemia ha messo sotto pressione le catene globali del valore, spingendo per una loro ristrutturazione. Ma la guerra in Ucraina consente di avere uno sguardo più profondo. In realtà sembra in corso un ripensamento del capitalismo dopo la fase neoliberista. Il modello neoliberista, che domina da alcuni decenni, non è superato. Tuttavia le difficoltà economiche e sociali, la pandemia, lo hanno messo in crisi. La guerra in Ucraina, la competizione tra democrazie e regimi autoritari, potrebbero avviarne la riconfigurazione.

In che direzione?

In un recente libro di due filosofe, Nancy Frazer e Rahel Jaeggi, Capitalismo, la Frazer sostiene che il capitalismo non deve essere interpretato solo secondo le categorie economiche, come una superstruttura determinata dal sistema produttivo. Invece occorre pensarlo come un «ordine sociale istituzionalizzato», di fatto rilanciando i risultati del pensiero femminista, che è andato oltre il regime di accumulazione e all’idea che esista una sola dinamica, secondo l’analisi marxista. Per loro la dinamica del capitalismo è plurale e occorre includere la sfera simbolica e affettiva-spirituale. Dovremmo guardare in modo diverso, quindi, le tensioni irrisolte tra produzione economica e riproduzione della società, tra economia e politica, tra economia e natura. La guerra rende più urgente un ripensamento del capitalismo. La sfida drammatica che si gioca in Ucraina può ridisegnare il profilo della globalizzazione e accentuare l’ascesa di quello che possiamo definire il «capitalismo politico» o state-managed, vale a dire governato dallo Stato.

A seguito della crisi pandemica, ovunque c’è stata una ripresa di ruolo dello Stato. L’impressione è che non ci troviamo di fronte ad una fase temporanea, ma che potremmo vivere una svolta che dovrebbe essere riconosciuta e compresa. Come si sosteneva, è in corso una rivalutazione del compromesso keynesiano e dei suoi risultati, che portarono decenni di stabilità e di progresso sociale oltre che contribuire non poco alla sconfitta dell’Urss. Naturalmente occorre tenere presente i limiti del compromesso keynesiano e dello stato sociale che ne scaturì, ma la globalizzazione e il capitalismo potrebbero dover trovare un nuovo equilibrio, un nuovo compromesso keynesiano per affrontare la crisi ambientale, la crisi sanitaria, la contrapposizione tra democrazie e stati autoritari.

In questo scenario, drammatizzato dalla guerra, diventa vitale per le democrazie rafforzare il consenso interno, le ragioni della loro legittimazione, per potere affrontare le sfide esterne. Riacquistano senso obiettivi keynesiani come la piena occupazione, lo stato sociale, o la riduzione delle diseguaglianze, la difesa dei diritti.  Anzi, si potrebbe allargare il discorso al diverso ruolo che possono assumere la sfera pubblica, le istituzioni pubbliche, senza per questo mortificare il sistema privato e il mercato.

Acquistano nuovo valore i beni collettivi e la regolazione del mercato. La guerra alle porte, dopo la pandemia e la crisi degli anni passati, ridefinisce lo stesso significato della sicurezza. Gli Stati saranno portati a favorire una prospettiva che recuperi centralità non solo al problema della redistribuzione, ma soprattutto a quello della allocazione delle risorse attraverso investimenti pubblici e privati. La legittimazione della democrazia potrebbe cioè passare attraverso un modello di sviluppo che non sia orientato solo all’export, ma più attento anche alla domanda interna. È chiaro che per domanda interna noi dobbiamo intendere la domanda (e il mercato) europeo. La guerra accelererà probabilmente questi processi, richiedendo non solo un sistema imprenditoriale moderno, ma istituzioni orientate alla missione dell’innovazione sociale ed economica.

Se la guerra richiede all’Europa di evolvere per essere un attore unitario, capace di affermare la democrazia e di assicurare la sicurezza dei suoi cittadini, tutto il contesto politico continentale potrebbe mutare. La Germania che rinuncia al gasdotto Nord stream 2 è un segnale della consapevolezza che quell’opera limita l’autonomia tedesca ed europea, che il presente obbliga a scelte difficili, perché costruire l’alternativa richiederà tempo. L’invasione russa può convincerci che l’Europa, con le sue differenze, deve investire nella emancipazione, nella individualizzazione, nella inclusione, nell’ottenere più uguaglianza. La guerra alle porte rivendica un cambiamento di identità all’Europa. Che forse è già iniziato con l’invasione del confine: l’Ucraina.

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