Il cammino di Zalone e Nunziante: né destra, né sinistra

Giorgio Simonelli

La destra italiana, in crisi con i suoi tradizionali intellettuali di riferimento, ha deciso di arruolare, dopo Pasolini, anche Checco Zalone. Se posso dare un consiglio a chi ancora non ha visto Buen camino, dico semplicemente di andarlo a vedere: trascurate le stupidaggini largamente diffuse da politici e opinionisti che si sono improvvisati critici cinematografici e analisti del mercato, attribuendo al film e al suo successo il ruolo di castigatore della sinistra  e dei suoi vizi.

Tutto nasce da qualche riserva espressa dai critici dei maggiori quotidiani, dopo la visione in anteprima, riguardo a una presunta caduta della vis comica di Checco, autore e protagonista di un film in cui si ride meno del solito e del previsto: ipotesi smentita dalle reazioni del pubblico nelle sale.

La  questione, tra l’altro, non è nuova: anche all’uscita di Tolo Tolo, si diffusero le stesse osservazioni. Ci fu chi  ricorse a una vecchia banale distinzione tra ridere e sorridere e chi proprio non trovava nel film alcun motivo di divertimento e lo dichiarava pubblicamente: era l’onorevole Ignazio La Russa, oggi seconda carica dello Stato.

Ora ci risiamo, forse a parti invertite, perché in Tolo Tolo si sprigionava una corrente di simpatia per la drammatica condizione dell’immigrazione africana mentre in Buen camino, gli strali della comicità zaloniana colpirebbero soprattutto i radical chic e le  loro passioni  filopalestinesi: stupidaggini, grossissime stupidaggini.

Veniamo alle cose serie, al film in sé a cui non possiamo far mancare la nostra gratitudine per aver portato al cinema le masse e prodotto incassi strepitosi in un momento in cui il settore versa in una crisi davvero pericolosa.

Lo ha fatto spargendo un bel po’ di divertimento. Si ride vedendo Buen camino, soprattutto all’inizio, prima che prevalga la componente sentimentale (cosa che non ci sta male in una commedia e che è sempre stata presente, anche se poco notata, nei racconti di Zalone).

Di cosa si ride dunque? Il bersaglio grosso è  un cinquantenne ricco, amante del lusso e sprezzante nei confronti del resto del mondo, cafone e ignorante al punto da non capire che Città del Messico è un nome proprio. Tanto arrogante quanto pavido di fronte al primo problema di salute: una visita alla prostata che comporta quel fastidioso intervento del medico con cui il film inizia. Non si può certo dire che sia proprio un rappresentante della cultura di sinistra.

Ma poi ci sono gli altri elementi messi in ridicolo: l’ex moglie che  con il suo nuovo compagno attore palestinese è impegnata in un teatro di ricerca; il variegato mondo dei pellegrini del Cammino di Santiago con la sua ricerca di spiritualità dietro cui si nascondono intenzioni meno nobili, con il suo pauperismo ossessivo per cui l’ospitalità è affidata a dormitori che ricordano quelli di Schindler list. Ci sono poi i vari stili di vita tipici oggetti di scherno zaloniano, come la cucina stellata che offre solo porzioni ridotte o può essere confusa con quella genuina di un contadino.

Scherni, beffe, portati avanti con il solito tratto greve zaloniano, non privo di scorrettezze come il dileggio a cui è sottoposta una ragazza sovrappeso, l’abitudine a storpiare i nomi, la definizione di narcisista patologico riservata da Checco al misterioso amante dell’elegante e affascinante pellegrina e che  altri non è che  Gesù stesso.

Si diceva che nella seconda parte la raffica di battute e situazioni comiche rallenta: il racconto punta di più sulle trasformazioni dei personaggi, sul cambiamento dei loro rapporti, sul road movie, sulla bellezza dei paesaggi, ma anche questo è cinema. E se alla fine l’immagine del padre rinsavito e della figlia tornata all’ovile che si incamminano abbracciati lungo un nuovo sentiero evoca chiaramente un notissimo finale chapliniano, non c’è motivo di scandalizzarsi per questa pretenziosa citazione. Anzi…

Piuttosto lascerei un ultimo consiglio a chi si è occupato della densissima promozione del film  sulle reti televisive: mandare in onda ripetutamente  i trailer con le battute più efficaci del film non è detto che sia una scelta felice. Alla fine chi le ha sentite cento volte in tv rischia, quando vede il film in sala, di non ridere più.

Leggi anche

Are you sure want to unlock this post?
Unlock left : 0
Are you sure want to cancel subscription?
-
00:00
00:00
Update Required Flash plugin
-
00:00
00:00