Il Festival del Cinema di Venezia è megl’e Pelè

Giorgio Simonelli

È notizia di questi giorni la decisione della prestigiosa rivista Variety di assegnare un premio, solitamente riservato agli autori, per la prima volta a un direttore di festival: al direttore della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Alberto Barbera.

Non è difficile intuire i motivi di questa scelta: a differenza di quanto accade ad altri festival, i programmi e i premi del Festival del Cinema di Venezia si sono rivelati in armonia con quell’idea di cinema, coltivata in ambito hollywoodiano, che si propone di conciliare una certa originalità autoriale con un deciso impatto spettacolare. Basta scorrere l’elenco degli ultimi Leoni d’oro per cogliere questa felice dimensione: Lalaland, La forma dell’acqua, Roma, Jocker, Nomanland, gli ultimi vincitori dei più recenti festival veneziani sono stati gratificati dall’Oscar per il miglior film dell’anno.

Chi segue le vicende festivaliere da qualche tempo non può dimenticare i tempi in cui molti osservatori accusavano la Mostra di Venezia, che è bene non dimenticare si definisce, di arte cinematografica, di promuovere film che per il loro linguaggio complesso faticavano ad arrivare nelle sale creando una pericolosa frattura tra gli addetti ai lavori frequentatori di festival e il pubblico non specializzato. Si additava, nel corso delle polemiche di quegli anni, come esempio da seguire il Festival di Cannes con la sua capacità di attirare divi e registi capaci di suscitare forti coinvolgimenti. Ora il rapporto sembra essersi ribaltato, almeno a giudicare dalle astruserie diffuse nelle opere presenti nelle opere premiate a Cannes qualche settimana fa.

Poi c’è, a separare le vite del due maggiori festival cinematografici, la questione del rapporto tra cinema e piattaforme televisive e i loro atteggiamenti diversi, quasi opposti. Ma non si può trascurare quanto è avvenuto negli ultimi due anni, nei mesi della pandemia e il modo in cui le due manifestazioni hanno gestito l’emergenza.

È questo il terreno su cui Venezia ha vinto la gara, grazie a due fattori che sempre si rivelano fondamentali nelle gare: il coraggio delle scelte e un pizzico di fortuna.

La fortuna è quella legata al calendario, al periodo tardo estivo della rassegna veneziana che, in tempi normali, poteva rappresentare persino un handicap, vista la concorrenza assai nutrita di manifestazioni che nello stesso periodo dell’anno si dovevano spartire il bottino di opere interessanti. Ma già nel 2020 quel periodo era stato quello del rallentamento (poi purtroppo finito presto) del contagio. E così con una scelta di coraggio che rasentava la temerarietà la mostra di Venezia era andata in scena con un’edizione dal vivo, in presenza pur con tutte le restrizioni necessarie, con un programma di un certo spessore, mentre Cannes era costretta rinunciare del tutto.

Nel 2021 Cannes ha scelto di spostare la sua edizione tradizionalmente primaverile in piena estate, con risultati non particolarmente brillanti stando alle cronache, mentre Venezia conserva il suo appuntamento settembrino con un programma che si preannuncia sontuoso. Se non ci fosse il pericolo della banalità si potrebbe osservare che fortuna audaces iuvat, come in sostanza dice anche la motivazione del premio assegnato da Variety a Barbera.

Ora, scherzando ma non troppo, per completare il sorpasso al concorrente francese manca un tassello che l’ormai prossimo festival di Venezia potrebbe esibire: un Leone d’oro al più grande regista vivente, Pedro Almodovar che al Lido ha portato tra stupore e qualche polemiche i suoi primi film nei lontani anni Ottanta e che a Cannes ha ricevuto più delusioni che soddisfazioni.                                    

Leggi anche