Dobbiamo trarre almeno una conseguenza operativa dall’enunciato con quale Razmig Keucheyan ha definito «la natura» come «un campo di battaglia». Se è così, nel mondo dell’informazione, il giornalista d’inchiesta ambientale è un reporter di guerra.
È in questa direzione che penso debbano essere interpretati i dati riportati nell’inchiesta di Marta Frigerio e Gianluca Liva sulle intimidazioni ai giornalisti ambientali nel nostro paese, ricca di dati e di interviste alle vittime.
Grazie al database dell’Osservatorio Su Informazioni Giornalistiche E Notizie Oscurate (Ossigeno), un’associazione nata nel 2008 per monitorare tutta la gamma di intimidazioni subite dai giornalisti italiani e fornire loro assistenza legale e a quello dell’European Centre for Press and Media Freedoom (ECPMF), si è arrivati a quantificare dal 2011 al 15 febbraio del 2025 ben 3.025 segnalazioni di minacce dalle quali, dopo opportune verifiche, si sono individuati 114 casi fondati, ma il sommerso di coloro che non arrivano a denunciare potrebbe fare salire di molto le statistiche.
La rilevazione di questo dato nazionale, in realtà, si inscrive in un trend globale che ha visto l’Unesco registrare dal 2009 al 2023, 749 casi di giornalisti ambientali vittime di attacchi, lì dove in questa categoria si fanno rientrare: omicidi, violenze, arresti, molestie online e azioni legati. Solamente nell’ultimo quinquennio (2018-2023), con 300 attacchi si è registrato un aumento del 42% rispetto a quello precedente (2013-2018). Disaggregando il dato nelle sue unità più pericolose abbiamo: 49 minacce di morte, 24 tentativi di omicidio, 24 assassini, diversamente distribuiti nella maggior parte dei casi tra Asia e America centro-meridionale.
A queste forme di attacchi fisicamente letali si devono aggiungere quelle a più bassa intensità ma non meno destabilizzati per chi le subisce: slapp (strategic lawsuits against public participation) ossia le querele temerarie intentante dalle grandi aziende indagate al fine di intimidire il giornalista che sta investigando; l’hate speech sui social, il doxxing e i pedinamenti.
Lo scenario che si delinea è quello di un vero e proprio territorio di guerra con, da un lato, i reporter ambientali che producono informazione sociale utile sulle aziende che devastano territori con attività produttive inquinanti e, dall’altro, queste imprese che, sentendo i loro interessi minacciati da questo tipo di informazione, prendono a minacciare i giornalisti con le potenti armi a loro disposizione, prima tra tutte quella della slapp. Un’intimidazione di non poco peso se si tiene conto del fatto che gran parte dei reporter sono freelance precari senza nessuna sicurezza salariale e lontani dalle associazioni di categoria (ordini e sindacati), quindi, particolarmente sensibili all’eventualità di dover affrontare una causa da soli contro colossi industriali che minacciano risarcimenti milionari.
In realtà, il campo di guerra ambientale non è polarizzato tanto tra industrie, ecomafie e forze istituzionali pubbliche impegnate ad attaccare in forme diverse chi fa informazione, e i giornalisti che tentano di informare. Non bisogna mai dimenticare il soggetto sociale che agisce, volente o nolente, alle spalle di questi ultimi e ai quali essi per gioco forza, lo vogliano o meno, si ritrovano a dare voce, elaborandone le istanze e definendone una piattaforma di rivendicazioni. Mi riferisco a quella soggettività che è sempre la principale vittima di ogni guerra: la popolazione civile, e che nel caso delle questioni ambientali, si pensi solo alla allocazione delle discariche dei rifiuti o dei termovalorizzatori, è sempre socialmente connotata nel senso del proletariato delle periferie (autoctono e immigrato) o della piccola borghesia proletarizzata.
Se il reporter ambientale usa i suoi strumenti epistemologici (ragionamenti di tipo inferenziale) e i suoi metodi di ricerca (fonti documentali e statistiche) per affrontare la battaglia contro le industrie inquinati (arie, acque, cibi), per quanto riguarda la popolazione civile con la quale deve interagire per raccogliere le testimonianze dei disastri subiti, non può fare ricorso che a una risorsa emotiva.
Ed è dal patrimonio esperienziale del giornalismo di guerra che viene la più significativa rivendicazione dell’empatia come unica, sincera chance per entrare in relazione con gli uomini e le donne coinvolti sui territori devastati da conflitti armati.
Nel corso del suo intervento al VI convegno Redattore sociale svoltosi il 27 novembre del 1999 a Capodarco di Fermo in provincia di Ascoli Piceno, dedicato a Di razza e di classe. Il giornalismo tra voglia d’élite, coinvolgimento, indifferenza, è Ryszard Kapuściński, tra i massimi reporter di guerra della seconda metà del XX secolo, esperto del continente africano ad affrontare la questione.
«Non c’è giornalismo possibile fuori dalla relazione con gli altri esseri umani. La relazione con gli altri è l’elemento imprescindibile del nostro lavoro. Nella nostra professione è indispensabile avere qualche nozione di psicologia, sapere come rivolgerci agli altri come trattare con loro e comprenderli.
Credo che per fare del giornalismo si debba essere innanzi tutto degli uomini buoni, o delle donne buone: buoni essere umani. Le persone cattive non possono essere dei bravi giornalisti. Se si è una buona persona si può tentare di capire gli altri, le loro intenzioni, la loro fede, i loro interessi, le loro difficoltà, le loro tragedie. E diventare immediatamente, fin dal primo momento, parte del loro destino. È una qualità che in psicologia viene chiamata empatia. Attraverso l’empatia si può capire il carattere del proprio interlocutore e condividere in maniera naturale e sincera il destino e i problemi degli altri».
Altri da intendere anche come le specie faunistiche che, assieme a quella umana, abitano e soffrono la sua stessa condizione di privazione sul territorio di guerra.
Se il giornalista ambientale può ormai essere paragonato a un reporter di guerra, i disagi psicologici raccontati a Frigerio e Livia dagli intervistati vanno letti nella direzione di uno stress post-traumatico simile a quello vissuto da chi opera in un conflitto armato. Si tratta di professionisti che, come in una guerra, utilizzano strumenti scientifici e competenze tecniche per offrire informazioni accurate, verificate e rigorose sugli effetti devastanti dei disastri ecologici prodotti dall’industria.
A questo patrimonio professionale si affianca inevitabilmente una forte componente psico-emotiva: l’empatia, necessaria per entrare in relazione con la soggettività di chi subisce direttamente questi disastri. Si tratta quasi sempre di persone «povere», non solo dal punto di vista socio-economico, ma anche perché prive dei mezzi comunicativi adeguati per denunciare la propria condizione. La stessa attenzione empatica deve estendersi anche verso ciò che è radicalmente altro dall’essere umano: l’insieme delle specie animali che abitano quei territori e che, con la loro biodiversità, popolano anch’esse questa vera e propria zona di guerra.
Per chi volesse approfondire
Frigerio, G. Liva, Un brutto clima: le minacce ai giornalisti ambientali in Italia, IrpiMedia, 6 giugno 2025
Maria Nadotti (a cura di), Sul buon giornalismo. Conversazioni con John Berger e Ryszard Kapuściński, Feltrinelli, Milano 2024
Razmig Keucheyan, La natura è un campo di battaglia. Saggio di ecologia politica, Ombre corte, Verona 2019
Ryszard Kapuscinski, Ebano, Feltrinelli, Milano 2013
