Il Mezzogiorno che frana: Niscemi non è solo un evento geologico

Antonio Bonatesta

I molteplici casi di dissesto idrogeologico, di cui la frana di Niscemi rappresenta l’ultima più eclatante manifestazione, sono tutt’altro che episodi di cronaca locale. Le immagini delle abitazioni inghiottite dagli smottamenti, delle strade spezzate, delle famiglie costrette a lasciare le proprie case hanno restituito, ancora una volta, la rappresentazione di un territorio fragile non solo dal punto di vista idrogeologico ma anche sotto l’aspetto simbolico, in quanto spazio incapace di autodeterminare le narrazioni di sé e di imporsi come questione nazionale.

Lo scarto nella rilevanza mediatica tra l’alluvione in Emilia-Romagna del maggio 2023 e ciò che è accaduto in Sicilia è netto e non può essere liquidato con argomenti di ordine contingente, come il diverso atteggiamento tenuto dal governo nei riguardi di catastrofi verificatesi in una regione rossa e in una tradizionalmente guidata dalla destra.

I dati del PNRR confermano l’asimmetria anche sul piano politico. Degli oltre 1.300 progetti finanziati per la lotta al dissesto idrogeologico, per un valore complessivo di 1,64 miliardi di euro, quasi il 62% delle risorse si concentra al Nord. Al Sud va meno di un quinto. La rimodulazione di fine 2023 ha ulteriormente rafforzato questa asimmetria, convogliando risorse verso l’Emilia-Romagna. La fragilità è dunque l’esito di rapporti di forza ben precisi.

Pensare il Mezzogiorno
Bisogna allora ricorrere a ragioni più profonde, che hanno a che fare con le modalità con cui siamo abituati a pensare il Mezzogiorno. Ciò rimanda a una serie di luoghi: ad esempio, all’ordinarietà dell’emergenza; all’eccezionalità che puntualmente si ripete; all’anomalia che genera assuefazione e si normalizza, diventando regola. Gestione dei rifiuti, criminalità organizzata, disordine urbanistico, assistenzialismo, analfabetismo funzionale, sono solo alcuni dei temi su cui si esercitano tali dispositivi retorici, non perché fenomeni esclusivi della realtà meridionale, ma perché così vengono narrativamente fissati. Si tratta, con tutta evidenza, di elementi che spingono a interrogare il modo in cui questa parte del paese viene pensata, raccontata e di conseguenza governata, da quali attori, sulla base di quali rapporti di forza e di quali vincoli.

L’esigenza è duplice. Da una parte, occorre comprendere le dinamiche di costruzione della subalternità meridionale, di produzione e riproduzione della sua perifericità come effetto di una modernizzazione storicamente diseguale. In una parola, rilevare i tratti di una certa struttura di dominio e condizionamento, in cui una macroregione del paese, seppur variamente articolata al suo interno, si trova complessivamente in posizione di subordinazione e di dipendenza economica; viene rappresentata come arretrata, bisognosa di tutela o disciplina; è governata attraverso dispositivi eccezionali, di natura amministrativa, fiscale o simbolica.

Dall’altra, urge individuare i meccanismi attraverso cui quel dominio produce legami duraturi, anche critici, anche dolorosi, rendendo i meridionali tutt’altro che vittime passive, ma soggetti storicamente implicati, che non possono semplicemente chiamarsi fuori dalla loro biografia collettiva né dalla più ampia vicenda nazionale.

La fragilità come prodotto storico, non come anomalia
La frana che ha colpito Niscemi non è un incidente. È una ripetizione prevedibile di una fragilità nota da secoli ai saperi geologici. La domanda non è perché tutto ciò accada, ma perché continuiamo a fingere di non saperlo.

La storiografia ha mostrato a più riprese come il Mezzogiorno preunitario non fosse affatto privo di razionalità amministrativa o di conoscenze ambientali. Non era soltanto lo «sfasciume pendulo sul mare» descritto da Giustino Fortunato, frutto dei disboscamenti selvaggi e del sovrasfruttamento tardo-moderno dei pendii appenninici.

Esso è stato anche la sede di ciò che chiamiamo mētis, di pratiche materiali, di forme tacite di sapere, incorporate, non riflessive né sistematiche, trasmesse per imitazione, agìte da contadini, artigiani, pastori, comunità in grado di intessere con il territorio e coi suoi vincoli idrogeologici e climatici un rapporto di equilibrio.

D’altra parte, il Mezzogiorno preunitario, seppur sotto il giogo del dispotismo borbonico, è stato anche sede di ambiziosi progetti di governo del territorio di impianto tecnico-razionalistico, come quello avanzato nei decenni centrali dell’Ottocento da Carlo Afan de Rivera, direttore generale del Corpo di ponti e strade: bonifiche e risanamento degli acquitrini, rimboschimento dei declivi montuosi, costruzione di infrastrutture viarie e portuali facevano parte di un consapevole disegno ingegneristico volto a correggere la fragilità idrogeologica e l’isolamento geografico del Regno delle Due Sicilie.

Il Mezzogiorno come oggetto
Con l’unificazione nazionale e con la costruzione di uno Stato amministrativo fortemente accentrato, queste espressioni furono progressivamente dismesse o marginalizzate in nome di una modernizzazione guidata dal centro, fissata su standard esogeni, su criteri di uniformità che trovavano nell’idrografia padana, così peculiare eppure così estranea alla realtà ambientale delle regioni meridionali, il loro baricentro. In questo, assai rilevanti sono stati tra tardo Ottocento e primo Novecento i rapporti di forza instauratisi in seno ai saperi ingegneristici, alla scienza idraulica e alla geologia nazionale, equilibri progressivamente sbilanciati a favore delle scuole e dei politecnici centro-settentrionali. Uno squilibrio che ha contribuito a opacizzare le peculiarità idrogeologiche del Mezzogiorno continentale e insulare.

Anche per questa strada il Mezzogiorno si è progressivamente trasformato da soggetto portatore di conoscenze proprie in oggetto di intervento. La sua complessità idrogeologica non è stata negata, ma neutralizzata politicamente tramite una progressiva sospensione del modo di funzionamento ordinario dello Stato e l’imporsi di schemi di intervento pubblico di tipo straordinario.

Il Novecento meridionale è stato quasi completamente percorso da questo dispositivo di governo, basato su presupposti di supplenza, tutela ed emergenza, dalle leggi speciali di Giolitti e Nitti fino alla Cassa per il Mezzogiorno e all’industrializzazione forzata della seconda metà del secolo. Equivarrebbe di certo a un grave errore sottovalutare il significato e i risultati di tutta una stagione di impegno diretto dello Stato nell’infrastrutturazione del territorio meridionale e nel recupero del divario Nord-Sud; specie di quella più intensa, dalla fine degli anni Cinquanta ai primi anni Settanta del Novecento. Allo stesso modo, però, è bene non sottovalutare il ruolo che la tradizione centralistica e interventista ha avuto nel generare una sorta di difetto di cittadinanza; un vulnus che il varo delle regioni non sono riuscito a sanare. Il problema non è troppo Stato in astratto, ma uno Stato che agisce per supplenza.

La vergogna come legame collettivo
Bisogna allora chiedersi cosa tenga ancora il Mezzogiorno dentro il senso di appartenenza nazionale. Se è vero, come sostiene Carlo Ginzburg nel suo The bond of shame (2010), che «il paese a cui si appartiene non è, come vuole la retorica consueta, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna», allora è da qui che si può provare a partire. Il tema è come la vergogna costruisca legami tra individui e collettività nel tempo storico. È importante chiarirlo senza ambiguità: non si tratta di suggerire che ci si debba vergognare di essere meridionali. Si tratta, piuttosto, di comprendere come la vergogna, intesa come passione storicizzabile, abbia contribuito a costruire legami duraturi e contraddittori tra Mezzogiorno e nazione.

La vergogna è un vincolo che ci lega a una collettività contro la nostra stessa volontà, più stabilmente dell’orgoglio, dell’amore o dell’adesione ideologica. È un sentimento che non scegliamo, ci invade come una passione, ci espone allo sguardo degli altri e, cosa assai importante, mobilita legami assenti: figli, genitori, morti, beni pubblici e privati, paesaggi. Qualche tempo fa, mentre prendevo parte a una riunione sulla didattica di Ateneo, fui colto dalla visione di un quadro raffigurante un’enorme figura di contadino seduto su una seggiola, con le mani nodose disposte lungo le ginocchia, il cappello in testa, lo sguardo fisso su di noi intenti a discutere di dati, parametri e procedure. Fui improvvisamente colto da una sensazione contrastante. Sentivo chiaramente che quella figura si stava mettendo in comunicazione con una parte profonda di me, le mie ascendenze contadine per due quarti, ma ciò mi provocava anche un senso di disagio, di imbarazzo. Era la vergogna che provavo nei confronti dello sguardo di mio nonno, bracciante contadino per una vita intera. Quanta continuità c’è tra me e lui?

Ecco, la vergogna è dunque questo, sentirsi responsabili davanti a chi non è presente, è una forza che tiene insieme vivi e morti, presente e assente, il qui e l’altrove, creando forme di continuità morale e storica, non solo di controllo sociale. La vergogna rende impossibile tanto l’autoassoluzione quanto la fuga.

Mezzogiorno e paese: nazionalizzazione, modernità, vergogna
È forse possibile distinguere almeno tre soggettività storiche della vergogna nella vicenda meridionale, non come tipi ideali fissi ma come tendenze sempre esposte a mutazione e ibridazione: la vergogna di chi rimane; la vergogna di chi parte; la vergogna di chi media.

La vergogna di chi rimane non è banalmente legata all’introiezione di un senso di arretratezza ma si basa sulla prossimità, sulla permanenza, nasce dal dover/voler restare dentro un mondo che viene progressivamente delegittimato e abbandonato. È, in definitiva, il prodotto della fuoriuscita dalla civiltà contadina, e con essa del degrado della dimensione comunitaria, dei saperi locali, delle economie di sussistenza, delle forme di gestione del territorio costruite sull’esperienza. Oltretutto, chi rimane si rapporta a quanti sono andati via, incarnando una continuità che il discorso modernizzatore tende a leggere come ostinazione, inerzia, ossificazione. Questa vergogna non funziona come incentivo al cambiamento, ma come meccanismo di svalutazione dell’esperienza e del contesto, le periferie, le campagne abbandonate, le infrastrutture e i servizi assenti o insufficienti, come disincanto rispetto ai grandi racconti dello sviluppo; come cortocircuito tra rurale, industriale e postindustriale; come degrado ambientale; come stigma del vernacolare e mercificazione del folklorico imposti dai processi di nazionalizzazione, prima, e dai circuiti mediatici, poi.

La vergogna di chi parte è strutturalmente diversa, nasce dall’amputazione. Chi parte reca con sé un doppio scarto: la distanza dal proprio luogo di origine e l’esposizione diretta a un altro e a un altrove normativi che giudicano quel luogo come diverso e di grado inferiore. Nostalgia, idealizzazione e critica generano uno spazio conflittuale che tiene insieme appartenenza e distanziamento: accenti, gesti, abitudini, memorie familiari vengono sottoposti a selezione e correzione, stabilendo ciò che può essere mostrato o sottaciuto. Questo lavoro di autocensura si sovrappone a problematiche forme di riconciliazione con le piccole patrie meridionali, come nel caso delle emergenti narrazioni sulla cosiddetta vita lenta, fondate sul rovesciamento del vecchio conflitto tra moderno e tradizionale, tra sviluppo e arretratezza, in direzione di nuove dicotomie come rapido-lento, artefatto-autentico, domestico-esotico, città-campagna. È questo uno dei più potenti dispositivi simbolico-narrativi dei processi di turistificazione del territorio meridionale, non a caso enfatizzato dai circuiti mediatici e della rendita.

C’è infine una terza soggettività, forse la più ambigua: la vergogna dei mediatori. Tecnici, funzionari, professionisti, intellettuali, coloro che sono rimasti con il compito di tradurre il Mezzogiorno nei linguaggi istituzionali e formali dello Stato, della scienza, del mercato, della modernità. Il lavoro di mediazione richiede correzione, semplificazione, normalizzazione del proprio mondo d’origine, una presa di distanza operativa. Inoltre, questi mediatori si pongono oggi a valle di una storia di mobilità sociale che negli ultimi decenni ha riguardato anche il Mezzogiorno e che li colloca spesse volte nella scomoda condizione del «transfuga di classe». Questa soggettività, oltremodo complessa, è cruciale perché rompe la narrazione binaria Nord vs Sud, A vs B, ci allontana da ogni lagnanza neoborbonica e introduce una responsabilità precipua delle classi dirigenti locali meridionali, la cui vergogna non è solo subita ma anche interiorizzata, gestita e ritrasmessa nelle pieghe di mille contraddizioni, legandosi alla forma di capitale più importante di cui esse dispongono: quella simbolica della legittimazione.

Autoconsolazione, rendita e fragilità del territorio
Le signore sedute sull’uscio di casa a fare la pasta, i panni stesi, le sedie di plastica, l’oziosità dei bar, i vicoli assolati, il tempo che sembra essersi fermato. Un Mezzogiorno pittoresco, pacificato, che non cambia e soprattutto non chiede nulla. Queste immagini non sono né false né fuorvianti. Il problema nasce quando diventano l’unico racconto possibile, una patina estetica che copre l’abbandono, la precarietà, la carenza di servizi, il degrado ambientale.

La lentezza diventa una virtù romantica, quando spesso è una condizione subita; il silenzio si trasforma in poesia, quando è isolamento; la marginalità diventa folklore. La retorica della vita lenta agisce da sedazione collettiva mentre i centri storici si svuotano di socialità e si vetrinizzano. In questo modo, il Mezzogiorno può continuare a essere mostrato, purché resti un paesaggio sullo sfondo di una fiction o davanti alla fotocamera di uno smartphone, e non diventi mai soggetto politico.

L’intreccio tra narrazioni autoconsolatorie, mercificazione del folklore e processi di turistificazione/gentrificazione delle città contribuisce a spostare gli equilibri economici e sociali verso la rendita urbana, in uno schema che imposta priorità, definisce vincitori e vinti, oblitera altre opzioni di crescita endogena. La vergogna come legame, nelle sue diverse soggettività, svolge in questo un ruolo decisivo: incentiva l’«ascarismo» delle classi dirigenti, rende accettabile la gerarchizzazione e la mutilazione del territorio, trasforma la perdita di futuro in identità culturale, concilia l’abbandono con una forma di riconoscimento simbolico. Come meridionali, siamo tutti coinvolti.

La frana di Niscemi, allora, non è solo un evento geologico. È l’espressione di un rapporto strutturale che attraversa la storia nazionale. Finché il Mezzogiorno continuerà a essere governato come periferia, la fragilità del suolo continuerà a intrecciarsi con la vacuità delle politiche. E il dissesto più profondo non sarà soltanto quello della terra, ma quello di un paese che accetta che alcuni territori possano cedere, lentamente, senza che questo diventi uno scandalo collettivo.

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