PSG 5 Bayern Monaco 4: semifinale di andata di Champions League ha rappresentato, per me, inguaribile romantico, un ritorno al calcio della imprevedibilità e dello spettacolo, della fantasia al potere. Le discese ubriacanti del georgiano Kvaratskhelia mi hanno letteralmente entusiasmato: gol e dribbling e immaginazione. E, così, compio il mio viaggio a ritroso nel tempo e nella nostalgia e nella saudade.
Un ruolo mitico, l’ala destra, una maglia simbolo, la numero 7. Quando il calcio era romanticismo e avventura, l’ala destra rappresentava la corsa e la rincorsa, la finta spiazzante, il tunnel beffardo.
Recupero con dolcezza Mané Garrincha («Fu un povero e semplice mortale che aiutò un paese intero a sublimare le sue tristezze. La cosa peggiore è che le tristezze ritornano e non c’è un altro Garrincha disponibile. Ne occorre un altro che continui ad alimentarci il sogno», modulò Carlos Drummond de Andrade), l’angelo dalle gambe storte; Gigi Meroni, la farfalla granata, che girava per i portici antichi di Torino con una gallina al guinzaglio e che fu folgore e bellezza, rivoluzione; George Best, che possedeva il dono della classe spensierata e della ironia abbagliante. Portava il 7 anche Pier Paolo Pasolini, scrittore corsaro: giocava, sui Prati di Caprara, «ininterrottamente: ala destra, allora». E fu ala, per emulare il proprio idolo Kurt Hamrin, svedese della Fiorentina, Antonio Tabucchi, l’autore di quel capolavoro di Sostiene Pereira.
E nel Cagliari dello scudetto del 1970 («Il più bello del mondo, il più bello di sempre», chiosa il mio amato figlio Santiago, tifosissimo rossoblù) la maglia con il 7 la indossava «il genio della fascia destra», ovvero Angelo Domengini, lombardo di Lallio, provincia di Bergamo, classe 1941. Nato da una famiglia povera, ma dignitosa, Angelo venne lanciato al football dal parroco del paese (ah, l’oratorio!). E, presto, cominciò la storia di un autentico campione, dedito alla fatica, al passaggio preciso e al gol potente e prepotente. Fece parte della Grande Inter del mago Helenio, vincendo tutto e di più, trasformandosi in centravanti quando il brasiliano Jair si involava lungo l’out destro.
Ma Domenghini, diventato ben presto Domingo il favoloso, come il titolo di un bellissimo romanzo (1975) di Giovanni Arpino, mio maestro di vita e di letteratura, era un’ala per vocazione, per filosofia.
Vestì la maglia azzurra della nazionale con coraggio e gloria, finendo ogni match stremato: campione d’Europa nel 1968 a Roma (suo il gol del pareggio, 1-1, nella prima finale con la Jugoslavia, la seconda partita terminò 2-0 per l’Italia, sigilli di Riva e Anastasi), vicecampione del mondo nel 1970 in Messico alle spalle di Pelé e Jairzinho (l’1-0 sulla Svezia, nel girone eliminatorio, porta la firma di Domingo).
Ma qui vogliamo parlare della quattro stagioni al Casteddu, dal 1969 al 1973, prima di andare alla Roma, 99 presenze e 18 reti: uno dei formidabili artefici di quel tricolore conquistato nel ’70, davanti a Inter e Juventus, Milan e Fiorentina, alla faccia delle perplessità e dei pregiudizi, un’isola padrona del pallone, e non solo. E Domenghini a duettare con Brugnera e Nené, con Cera e Greatti, a offrire assist preziosi a Gori e al superbo e breriano «Rombo di Tuono» Gigi Riva, infine sempre pronto a segnare, a sgobbare, a macinare, lungo quella fascia, suo luogo esistenziale, chilometri su chilometri, prendendosi sulle spalle la squadra, i propri pensieri, la propria voglia di mettere la firma su una impresa epica, destinata a diventare memoria e racconto, Sturm und Drang.
«Ero un’ala destra che puntava l’avversario per saltarlo e poi segnavo anche tanti gol», così amava raccontarsi, in poche e chiare parole, in un preciso, meticoloso manifesto calcistico.
Finirà per allenare, nella limpida Olbia ad esempio: ma per tutti noi, amanti di Eupalla, resterà per sempre la saetta dell’Inter mondiale e uno dei meravigliosi profeti del Cagliari campione. Campione (anche) nel segno di Domingo il favoloso.
