Il tennis oltre Sinner e Alcaraz

Giorgio Simonelli

Un weekend così il tennis italiano non l’aveva mai vissuto. Neanche quando Panatta vinse il Roland Garros nel 1976, neanche quando la squadra vinse la Davis in Cile, e in che modo. Neanche l’estate scorsa quando Sinner vinse il torneo più prestigioso dello slam, quello di Wimbledon.

Domenica scorsa a vedere Sinner che batteva Alcaraz alle ATP finals di Torino c’erano cinque milioni e mezzo di spettatori su Rai 2, più il milione che vede il tennis su Sky. E un altro milione e mezzo ha aspettato Sinner da Fazio. Ma non è tutto qui, perché nello stesso weekend, se qualcuno avesse voluto scegliere un film, in base alle promozioni, al battage pubblicitario come si diceva un tempo, alle recensioni, la scelta sarebbe caduta su Il maestro di Andrea Di Stefano, protagonista, anzi mattatore, Pierfrancesco Favino.

L’attore era ospite a Domenica in ma, cosa assai più originale, sulle reti Sky era in onda da giorni un singolare prodotto di cross promotion, un video di un paio di minuti in cui si alternavano in forma molto spettacolare le immagini del film e quelle dell’ambiente delle finals di cui Sky detiene i diritti in prima battuta.

Del film poi conviene parlare in maniera abbastanza approfondita, perché lì il tennis non è semplicemente un pretesto, una cornice, ma molto di più. Andiamo con ordine.

La storia, come forse molti sanno, è quella di una vecchia gloria del tennis nazionale, Raul Gatti (interpretato da Favino) ormai piuttosto malconcio dal punto di vista psicologico, ma ancora deciso a godersi la vita, che per sbarcare il lunario accetta di fare da maestro al giovanissimo Felice. Il padre, ambizioso e nevrotico lo ha guidato nei tornei regionali, imponendogli un tennis basato sulla difesa che, secondo i dettami dell’Arte della guerra di Sun Tzu è la forma migliore di attacco. Ma ora cominciano i tornei nazionali e per questo occorre un maestro esperto. Il prescelto, però, è l’esatto contrario del padre: esuberante, nelle tattiche in campo e anche fuori, finisce per creare nel giovane  parecchia confusione. I risultati ne sono la conseguenza.

Questa è la parte migliore del film, il contrasto tra i modi smargiassi del maestro e la timidezza ingenua dell’allievo, anche se non nuova nel cinema italiano (il ricordo va immediatamente a Il sorpasso), promette interessanti sviluppi drammatici.

Purtroppo, nella seconda parte queste promesse vanno deluse e questo forse è un vizio di Di Stefano, visto che anche il film precedente, il celebratissimo L’ultima notte di Amore cadeva nella stessa trappola dell’eccesso.

Qui il viaggio diventa una fuga rocambolesca ma un po’ improbabile in cui appaiono personaggi che ricalcano prevedibili cliché: una vecchia fidanzata ricca e nobile anche d’animo (che ci regala il gradito ritorno sul grande schermo di Edwige Fenech), una dottoressa del pronto soccorso che trova il tempo di dispensare saggi consigli sul senso della vita, un’altra fidanzata abbandonata tredici anni prima con la figlia di un anno che il padre potrà rivedere restando incognito. Insomma, si scivola pericolosamente verso il mélo fino a un guizzo finale che riporta al centro del racconto il tennis non solo come agonismo ma come metafora della vita.

Mentre Raul viene arrestato, Felice impegnato in un match decide per la prima volta di cambiare atteggiamento. Avanza a rete e verso la camera fino a un conclusivo primo piano, trasgredendo gli schemi prudenti e difensivi insegnati dal padre e avvicinandosi allo stile fatto di coraggio, fantasia, istinto del maestro.

Un gioco più alla Alcaraz che alla Sinner, direi se si trattasse solo di tennis, ma qui invece si parla della vita.

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