Il voto per scelta sostituisce il voto per appartenenza e lascia il Pd in mezzo al guado

Sergio Baraldi

Vinciamo non combattendo ciò che odiamo, ma salvando ciò che amiamo
Star wars

Il Pd è sceso ancora sotto la linea del 20 per cento. Ha confermato il livello di consenso di cinque anni fa (19%), però con 800 mila voti in meno. Questo dato da solo fissa la difficile sfida strategica che aspetta il Pd. La posta in gioco è il futuro del partito e del centrosinistra di fronte all’egemonia della destra.

Eppure, non si erano ancora chiuse le urne e già era cominciata la corsa per sostituire Enrico Letta.

La discussione è subito iniziata con una impostazione che sembrava ignorare la realtà dei rapporti di forza nel Paese: la classe dirigente responsabile delle scelte di questi anni e della sconfitta si è messa a ragionare sul possibile segretario, sulle alleanze esterne e interne, sulla riorganizzazione, senza neppure pensare di mettersi in discussione. Come se il gioco delle correnti potesse continuare indisturbato. Unica eccezione Letta, che non si ripresenterà. La classe dirigente che guida da anni il partito a non vincere le politiche si vorrebbe intestare la scelta della nuova fase.

Invece occorrerebbe una riflessione sui ritardi accumulati dal Pd nella sua cultura politica da parte di un gruppo dirigente che mette in scena vecchi rituali, ma non ha saputo individuare i nodi da affrontare.

 La trasformazione dello spazio politico
Il Pd non si è adattato alla trasformazione dello spazio politico. Il voto ha sancito il passaggio a una arena politica caratterizzata dall’abbondanza dell’offerta in cui compaiono populismo e sovranismo come collettori di un voto popolare, che si era già disperso dopo i cambiamenti sociali ed economici degli anni 80 e 90. Questo mutamento strutturale ha reso più serrata la competizione e ha dato origine a due tendenze: da una parte, ha favorito la frammentazione del pubblico, dall’altra ha innescato la specializzazione delle proposte.

Sono le due forze, che assieme alla rivoluzione tecnologica e alla disintermediazione, hanno già plasmato l’arena dei media.

E come ha scritto il professore Prior nel suo libro The post broadcast democracy «la politica non si colloca in uno spazio vuoto ma prende forma in un ambiente mediale». Frammentazione e specializzazione intervengono nel rapporto dei cittadini con l’offerta politica. In sintesi, mentre prima l’approccio alla politica avveniva by default, cioè per impostazioni predefinite, adesso, avverte il professore Prior, avviene by choice, cioè per scelta.

Il professore Paolo Segatti è dello stesso parere: il voto per appartenenza cede il passo al voto per scelta. La frammentazione si salda con il processo di disintermediazione perchè instaura un rapporto diretto tra leader e istituzioni in una relazione che potremmo definire plebiscitaria. Il risultato è un ambiente nel quale l’abbondanza di offerta, unita alla libertà dei cittadini e alla disintermediazione tra cittadini e politica, ha cambiato la competizione, diventata uno scontro senza esclusioni di colpi.

Secondo il professore James G. Webster, nel libro The marketplace of attention, l’abbondanza dell’offerta ha messo al centro della competizione la conquista dell’attenzione, la capacità di suscitare interesse, primo passo per ottenere il consenso.

Un primo effetto è che il pubblico generalista è in declino così come avviene per la Tv e per l’informazione. Anche i grandi partiti fanno fatica a tenere insieme una audience di massa sempre più fluida, dove prevale una fedeltà leggera, secondo la definizione del professore Paolo Natale. In un ambiente ad alta scelta poi si fronteggiano molti attori, concorrono molte proposte, si gareggia non solo tra partiti, ma tra identità, persino tra generi cioè tra tipi di contenuti. Il conflitto è multidimensionale.

La nuova competizione disintermediata reclama una specializzazione della proposta politica sempre più marcata. Si deve rendere il partito immediatamente visibile e identificabile sulla scena mediale e sociale. Scatta una interazione di reciproca causa-effetto con la polarizzazione della società: prevale la rivendicazione di una rappresentanza che soddisfi le aspettative dei cittadini. L’obiettivo, come ha mostrato per esempio l’esperienza del M5S, è quello di attirare segmenti di elettori. Nicchie alle quali poi aggiungere altre nicchie, per provare a controllare quote di mercato sempre più ampie.

Frammentazione e specializzazione di offerta e domanda
Il Pd sembra non avere colto per tempo il senso di questa evoluzione. Per agire nello spazio politico occorre chiedersi a chi si parla. Chi rappresenta il Pd? Qual è il suo target? Anche un partito deve selezionare i segmenti sociali sui quali concentrarsi. Soprattutto in una relazione diretta, priva di mediazioni. Per segmento dobbiamo intendere una porzione della società che esprime istanze che differiscono sia da quelle degli altri strati sociali sia da quelle della società nel suo complesso. Ma nella campagna elettorale il Pd ha continuato a rappresentarsi come partito generalista, proprio mentre subiva la concorrenza di partiti specializzati.

Avrebbe dovuto riflettere sulla mossa del M5S che si è specializzato come partito del reddito di cittadinanza, cioè del welfare, e del gratuito. Avrebbe dovuto prestare attenzione a Calenda e Renzi che hanno puntato sull’offerta di un partito che mette al centro la competenza riformatrice (innanzitutto di Draghi), senza promesse illusorie, capace di una gestione efficiente dello Stato.

Letta è rimasto fedele al copione generalista di marca democristiana: ha cercato di allearsi sia con una parte della sinistra e verdi, Fratoianni e Bonelli, sia con Calenda. Un progetto sfumato, perché Calenda presto si è reso conto che si era aperto lo spazio per un’operazione inedita: costruire un partito specializzato che potesse insidiare sia il Pd sia Forza Italia. La frammentazione dell’offerta del centrosinistra, quindi, ha accompagnato e rispecchiato la frammentazione della domanda, cioè degli elettori.

In questo modo, il Pd generalista non si è distaccato molto dal vecchio modello del partito di massa. E non poteva che subire la concorrenza dei due partiti specialisti. La specializzazione comporta non solo di sapere allestire per un pubblico bene identificato lo spettacolo che gli interessa, ma anche acquisire una competenza politica che difficilmente può essere eguagliata e imitata. La specializzazione è distinzione che risponde alla differenziazione sociale, alla logica del mercato dell’attenzione.

Il Pd ha fatto campagna come se la scena dell’offerta non fosse mutata. Come se la domanda rimanesse statica. Non si è posto il problema di comprendere i mutamenti sociali per decidere quale paese rappresentare. Il partito generalista non pratica una vera segmentazione, perché propone un progetto politico a tutta la società, considerando che le preferenze siano omogenee o simili. Ma questo è vero solo in parte: se alcuni valori, idee, identità possono essere condivisi, un partito che vuole crescere deve mettere in campo un’offerta diversificata, cioè adatta ai bisogni e alle aspirazioni di vari gruppi sociali. E che spesso divergono. I diversi strati di operai avanzano istanze differenti dal ceto medio a sua volta variegato all’interno. Il Pd ha applicato una specie di marketing di massa con qualche limitata variazione: stesso prodotto politico per tutti. Il risultato è stato un posizionamento che è apparso presto debole, contraddittorio, che ne ha sfocato l’immagine, mentre erano in ascesa i partiti specializzati sul malcontento. L’unico atto di focalizzazione che forse è riuscito a Letta, è stato qualificare il Pd come argine antifascista: potrebbe avere contenuto i danni.

Un percorso alternativo era partire dall’analisi dei gruppi sociali per comprenderne bisogni e aspettative. Avrebbe potuto valutare le affinità tra segmenti diversi (per esempio: ci sono temi che possono unire oggi fasce operaie e ceto medio?). Sotto questo profilo, la critica che la sinistra ha rivolto al Pd non è infondata: il partito ha perso parte della rappresentanza dei ceti popolari e operai, che si sono rivolti ai partiti della protesta, come FdI e M5S. Ma si tratta di un distacco avvenuto già nei decenni passati. Il professore Trigilia nel suo bel libro, appena uscito, La sfida delle disuguaglianze, propone di tornare a rivendicare la rappresentanza di questi settori, senza illudersi troppo sui ceti medi che hanno preferito la Meloni, e recuperando una linea socialdemocratica.

Segmentare per rappresentare
Tuttavia, occorre anche capire qual è la constituency attuale del Pd da cui partire. Secondo alcuni istituti di ricerca, il Pd è il riferimento di una parte rilevante del ceto medio-alto, con un livello di istruzione superiore alla media (è il partito con più laureati) con un buon livello di benessere economico, che ha una discreta quota di giovani. Non a caso il Pd prevale nelle città metropolitane e perde terreno nella provincia. Per il Pd una frattura che pesa è quella città/campagna.

È vero che il ceto medio più povero e meno istruito ha scelto la Meloni, così come una quota consistente di operai e ceti popolari (anch’essi basso reddito bassa istruzione), e in parte il M5S, ma occorre dire che il Pd a questi ceti non ha proposto quasi nulla. L’impegno sui diritti civili e sull’ambiente non basta, anche se è apprezzato dal ceto medio alto. Il Pd avrebbe potuto ricercare un nuovo posizionamento frutto di un mix tra specializzazione di mercato e specializzazione di prodotto. Vale a dire: tentare un equilibrio tra una offerta diversificata per catturare i differenti bisogni sociali e modulare un’offerta comune per mercati differenti da comunicare ponendo l’enfasi su elementi diversi. Al Pd potrebbe essere utile una sorta di specializzazione selettiva.

Rinunciare a rappresentare i ceti che hanno fatto del Pd il secondo partito, l’opposizione che poi potrà candidarsi al governo, sembra un errore. L’imperativo è tornare attrattivo, estendere la capacità di rappresentanza a ceti che sono stati trascurati. Occorre prima disaggregare e poi aggregare in un progetto nazionale differenziato.

Diritti e ambiente funzionano, ma occorre riflettere sulle disuguaglianze. Il Pd deve distinguersi chiaramente dalla destra, ma questo riposizionamento non dovrebbe comportare una linea anticapitalista o antiimprenditoriale che attrae solo minoranze. Il governo Meloni potrebbe dare un aiuto imprevisto con le sue prossime scelte. Sarebbe meno comprensibile un Pd che insegue i due concorrenti del centrosinistra, che hanno sviluppato un’offerta su misura per segmenti sociali e geografici ben definiti (il sud con Conte). Questa strategia può essere adatta a Calenda, che deve affermare un partito nuovo. O a Conte che deve rianimarne uno in declino. La concentrazione e la personalizzazione dell’offerta si addice più agli sfidanti. Nei prossimi mesi, quindi, il Pd dovrebbe ispirarsi all’arte di segmentare per rappresentare in modo da costruire un nuovo posizionamento. La sfida consiste nel confrontarsi con le forze della frammentazione e della specializzazione nella democrazia disintermediata e nel rispondere alle differenti e divergenti richieste di rappresentanza emerse dalla società su temi controversi e polarizzanti come la pandemia, la guerra, il caro energia, l’inflazione, le diseguaglianze. Ma questo significa scegliere.

Del resto, il competitore diretto, Fratelli d’Italia, è anch’esso un partito specializzato obbligato dal successo a evolvere verso una rappresentanza larga: è il titolare del marchio sovranista-nazionalista, che non teme la concorrenza neppure del populismo, più affine alla Lega. La Meloni però ha compiuto un percorso più coerente: dal basso della ricognizione dei ceti sociali, del malcontento antiestablishment, verso l’alto. Ha disaggregato e poi aggregato. Il Pd dovrebbe compiere una manovra simile ma rovesciata: dall’alto verso il basso.

 Identità e affezione: il nuovo fronte della legittimazione
Il partito democratico, quindi, ha mostrato una scarsa capacità identificante. E non è riuscito a intercettare le domande differenziate dei cittadini. Non ha saputo allacciare un legame sentimentale con il Paese. Questa debolezza ha messo in crisi la sua legittimazione. La lunga permanenza al governo, senza aver vinto una elezione politica lo ha fatto diventare stato-centrico, come spiega il professore Piero Ignazi nel libro Forza senza legittimità.

È rimasto prigioniero della contraddizione di essere forte nelle istituzioni e debole nel riconoscimento dei cittadini. In questo senso Letta non ha torto quando sostiene che «l’opposizione farà bene al Pd». L’abitudine al governo sembra avere ancorato il Pd all’idea di una democrazia costituzionale per riprendere la dicotomia del professore Peter Mair nel libro Governare il vuoto, in contrasto con l’idea di democrazia popolare. Mair mette in evidenza come democrazia costituzionale e democrazia popolare a lungo connesse oggi non sono più necessariamente legate. La democrazia costituzionale è basata sul governo, su pesi e contrappesi istituzionali, e richiama i moderni sistemi di gestione della cosa pubblica.

La democrazia deve funzionare. Questa immagine ha creato la percezione del Pd come partito del sistema. La democrazia popolare valorizza il ruolo dei cittadini comuni (almeno a parole), il coinvolgimento degli elettori. Il leader è portavoce e interprete della volontà generale. FdI e la Meloni, da sempre all’opposizione, sono apparsi più vicini a questa idea. Sono stati percepiti come il nuovo mai messo alla prova. Che non ha ancora fallito. L’auto-identificazione con la democrazia costituzionale e il governo ha segnato la distanza del Pd dalla società. Negli anni in cui soffia la protesta, è così apparsa carente per il Pd una risorsa fondamentale: la fiducia.

La postura governo-centrica non ha consentito di valutare nel modo giusto il ruolo crescente dell’identità e della dimensione affettiva cioè emotiva. Il partito democratico incorpora l’ideale del cittadino bene informato, razionale che sa scegliere in base alle proprie preferenze e alle condizioni. In realtà al centro dei processi democratici ci sarebbe l’identità sociale e individuale per cui i cittadini, spesso anche quelli bene informati, decidono non tanto sulla base delle preferenze o delle politiche, ma in funzione di chi sono. L’identità sociale e individuale filtra il come e il cosa pensare. I cittadini valuterebbero innanzi tutto il grado di prossimità o di distanza delle forze politiche attraverso la lente dell’identità.

La polarizzazione della società farebbe leva su una mobilitazione contro, seguendo una dinamica emozionale-identitaria che privilegia il proprio gruppo contro il gruppo degli altri. Tanto è vero che la comunicazione politica è sempre più diventata una performance di identità. In questo quadro il Pd si è trovato nella posizione di essere il bersaglio di ogni malcontento. Perdendo il contatto con settori sociali, ha eroso la sua legittimità. Sottovalutando il peso dell’identità, il Pd non si è accorto dell’importanza del tema dell’insicurezza, di quanto sia diventata cruciale la necessità di rendere leggibile la società, di offrire una rappresentanza narrativa, come la definiscono i professori Rosanna De Rosa e Luigi Ceccarini nel libro Constituency communication in changing times, in grado di rendere comprensibile l’incertezza. E così rassicurare. Una rappresentazione, spiegano De Rosa e Ceccarini «che renda visibili e presenti nel dibattito pubblico le realtà vissute dalla società».

Dunque, non si tratta solo di proporre provvedimenti adeguati. Si tratta anche di raccontare l’incertezza che vive la società in modo tale che gli individui la riconoscano come parte della loro storia quotidiana. E rinforzi la loro identità, il loro orientamento nel mondo.

La Meloni si è posizionata proprio su questo fronte. Diceva già nel 2019: «Difenderemo la nostra identità. Io sono Giorgia. Sono una donna. Sono italiana. Sono una madre. Sono cristiana. Non me lo toglierete». Si può sostenere che questa sia una risposta sbagliata, ma una maggioranza relativa di cittadini ha ritenuto tranquillizzante il ritorno di un passato in cui tutto era più chiaro e prevedibile. La protesta, il malcontento, l’ansia di fronte ai cambiamenti e all’incertezza del futuro, non ha solo fatto crescere la sfiducia, ha alimentato una domanda di protezione poco compresa dai progressisti.

Il Pd ha faticato a dare risposte, a spiegare quale ordine vuole dare ai diversi interessi sociali, quali priorità intende privilegiare. Questo sentimento di ansia sociale si è strutturato, è stato come sospeso con il governo Draghi, ma con il voto e il congedo del premier (la cui fiducia è salita dopo la crisi e il voto) è tornato a dare forma all’insicurezza. E ha premiato la destra percepita come vicina. Per il Pd comincia una lunga stagione all’opposizione per tentare di ricostruire un legame sentimentale con il Paese.

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