In questo tempo assurdo ci manca Pasolini, anche, nel calcio

Darwin Pastorin

Sono tempi, nel mondo, di anime perse, di politiche assurde, di pazzi criminali. Muoiono bambine e bambini per i nuovi Erode: per bombe, fame, in mezzo al mare. E da noi anche il pallone non ci consegna effimera consolazione. E, così, davanti a un gozzaniano «azzurro color di lontananza» pensiamo alle lezioni, anche nel football, di Pier Paolo Pasolini proviamo, seppure con fatica, a respirare.

Pier Paolo Pasolini portò nel calcio, come nella letteratura, nella poesia e nel cinema, la forza della sua anima, delle sue vene aperte, delle sue contraddizioni, del suo non essere mai da una sola parte, corsaro sempre. Faceva scandalo perché diceva la verità, senza sconti per niente e per nessuno. Senza infingimenti o reticenze, timori o tremori.

Nato a Bologna nel 1922 e morto ammazzato nel 1975 all’Idroscalo di Ostia, PPP continua a far discutere, a essere citato invano, a dividere. Restano, indelebili, le pagine e i film, e le incursioni in una società che diffidava di quell’intellettuale che non aveva partito, ma uno sguardo preciso, senza veli sulle cose, sulle persone, sul mondo. Giovanni Arpino fu lo scrittore che, raccontando il pallone (quasi) ogni giorno su La Stampa, sdoganò il giornalismo sportivo, portandolo a essere, finalmente, e giustamente, letteratura. Pasolini il football lo ha praticato, lo ha narrato, lo ha amato. Giocava all’ala, ora a destra e ora a sinistra («Io lo ricordavo soprattutto con la maglia numero 11, mentre per te rimane un 7», mi ripeteva Oliviero Beha, altro fuori luogo in una intellighenzia omologata e, troppe volte, asservita al potere del momento).

Tifava per il Bologna. Ed è ancora bello e struggente immaginarlo allo stadio con Giorgio Bassani della Spal, Mario Soldati della Juventus e Vittorio Sereni dell’Inter. Imitava il doppio passo di Biavati, idolo giovanile, per poi ammirare Giacomino Bulgarelli, centrocampista dello scudetto del 1964 e per anni titolare in Nazionale. Nel ’63, Pasolini incontrò il suo campione preferito: accadde al campo di allenamento, prima di una partita casalinga con il Milan. Il regista stava girando un film-inchiesta su «Gli italiani e il sesso», e decisive di coinvolgere anche i suoi beniamini.

Bulgarelli fu l’unico a rispondere senza arrossire e senza imbarazzi alle sue domande provocatorie. Nel 1991, in occasione della Coppa America in Cile, io inviato di Tuttosport, lui commentatore dei match, al fianco di Massimo Caputi, per TMC, ricordò, una sera a cena, nella capitale Santiago, quell’incontro: «Era un uomo, Pasolini, colto, attento a ogni sillaba, a ogni particolare, dallo sguardo intenso, era emozionato a incontrarci e noi a incontrare lui».

PPP propose al fuoriclasse di avere una parte ne I racconti di Canterbury. Giacomo disse di no: «Avevo in mente il calcio, e non volevo distrazioni. Non ero un attore, ma un giocatore».

Scrisse Pasolini sul quotidiano Il Giorno: «Ci può essere un calcio come linguaggio fondamentalmente prosastico e un calcio come linguaggio fondamentalmente poetico. Per spiegarmi, darò – anticipando le conclusioni – alcuni esempi: Bulgarelli gioca un calcio in prosa: egli è un prosatore realista; Riva gioca un calcio in poesia: egli è un poeta realista. Corso gioca un calcio in poesia: ma non è un poeta realista: è un poeta un po’ maudit, extravagante. Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da elzeviro. Anche Mazzola è un elzevirista, che potrebbe scrivere sul Corriere della Sera: ma è più poeta di Rivera: ogni tanto egli interrompe la prosa e inventa lì per lì due versi folgoranti […] Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti del goal. Ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno. In questo momento lo è Savoldi. Il calcio che esprime più goal è il calcio più poetico».

L’ultima intervista la fece per il Guerin Sportivo, diretto da Italo Cucci, che gli dedicò anche la copertina. Fu un atto rivoluzionario.

Pasolini non perdeva mai occasione per giocare: nella nazionale attori e registi, per strada, nei campetti di periferia, il pallone poteva benissimo essere sostituito da una lattina di birra. Diceva: «Io in questo sono rimasto all’idealismo liceale quando giocare al pallone era la cosa più bella del mondo».

In una intervista per il settimanale L’Europeo, Guido Gerosa chiese a PPP: «Insomma, cos’è che la ipnotizza nel calcio, Pasolini?». E l’autore di Ragazzi di vita rispose: «Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Il cinema non ha potuto sostituirlo, il calcio sì. Perché il teatro è rapporto fra un pubblico in carne e ossa e personaggi in carne e ossa che agiscono sul palcoscenico. Mentre il cinema è un rapporto fra una platea in carne e ossa e uno schermo, delle ombre. Invece il calcio è di nuovo uno spettacolo in cui il mondo reale, di carne, quello degli spalti dello stadio, si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo, che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo».

E oggi? Il pallone è ancora «l’unico grande rito rimasto»? Manca un Pier Paolo Pasolini per darci una risposta in prosa e poesia. Manca Pasolini, soprattutto. Il suo volto senza maschere, il suo volto che era passione e sofferenza, fede e rivoluzione.

Leggi anche

Are you sure want to unlock this post?
Unlock left : 0
Are you sure want to cancel subscription?
-
00:00
00:00
Update Required Flash plugin
-
00:00
00:00