In ricordo e memoria di Elio Ceglie

Gianvito Mastroleo

Elio Ceglie nasce a Bari il 30 giugno 1947, ha frequentato il liceo scientifico, si è laureato con il massimo dei voti in filosofia presso l’Università degli studi di Bari nel 1973. Lavora in CGIL – Federbraccianti (ufficio studi) nei primissimi anni ’80 e fino al 1987. Si trasferisce a Roma ed inizia a collaborare con Rino Formica, Ministro del lavoro e poi Ministro delle finanze. Nel 1991 è assunto in ATI (Azienda tabacchi dei Monopoli di Stato) e ci lavora fino al pensionamento, nel 2004. È deceduto a Roma il 28 settembre 2025. Ad iniziativa di Enzo Augusto, Franco Botta, Gianvito Mastroleo è stato ricordato il 6 novembre 2025 con amici e compagni di Bari.

Agli inizi del passato mese di agosto, in mancanza di tracce di Elio nelle pagine di Facebook, attraverso le quali con lui, con Enzo Augusto ed altri amici/compagni ci si sentiva ed avendo appreso proprio da Enzo che poteva esserci qualche problema di salute, gli inviai un whatsapp per chiedere di farsi vivo.

E lui lo fece immediatamente,  anche se per l’ultima volta, e  nella maniera più struggente: «Caro Giovanni – mi scrive – ricevo il tuo messaggio pieno di stima, non sono nelle condizioni di darti una risposta definitiva sulle mie condizioni di salute. Purtroppo, irreversibili. Spero nella mia vita di aver preso parte al miglior modo di interpretare la condizione del mondo del lavoro. Saluto tutti i compagni e saluto te in maniera particolare. Ti abbraccio».

Da quel giorno a quello nel quale abbiamo appreso che non c’era più è stato una rincorsa fra ansia e timori, fino alla conferma che quell’irreversibili aveva vinto: sicché nella pagina Facebook di Enzo, che con bei pensieri ne dava notizia, ne aggiunsi uno mio nel quale, dopo aver rievocato l’origine del nostro rapporto, assieme alla sospensione della  collaborazione, scrivevo di «una diversità di opinioni tutta intellettuale, anche se il rapporto personale e umano è rimasto inalterato. Con Elio, infatti, era più facile litigare che andar d’accordo: ma sempre e solo per il rigore, proprio della sua formazione giovanile, […] con il quale difendeva il suo pensiero: non saprei dire, infatti, – aggiungevo ma un po’ per gioco –  se del Socialismo che aveva abbracciato con ferma convinzione avesse condiviso anche la visione riformista, finanche nelle relazioni personali».

Elio l’ho incontrato tra il finire degli anni ’70 e i primi ’80 quando si avvicina al mio partito e prende a collaborare, con significativa efficacia ma anche discrezione, con Rino Formica.

Non fu l’unico a farlo: ma fu molto agevole comprendere che le sue motivazioni non erano le medesime di quelle di altri pur bravi compagni; Elio del suo passato, infatti, non ha mai rinnegato nulla. E infatti «se qualcuno mi chiedesse di dichiararmi anticomunista – afferma – rifiuterei, e rivendicherei orgogliosamente di esserlo stato e di esserlo. E non mi sognerei mai di querelare chi mi desse del comunista, neo o vetero, nell’ anima o nel corpo, come ha fatto la Meloni ripudiando il suo credo. Ancora oggi, a 35 anni dallo scioglimento, divisi in percorsi diversi, noi ex continuiamo a sentirci uniti dalla militanza in quella grande comunità di donne e di uomini che è stato il Partito Comunista Italiano. Ancora oggi ci incontriamo e ci abbracciamo e parliamo lo stesso linguaggio».

Lo scrive in uno dei due testi inediti della fine del 2023 (l’altro è quello reso pubblico da Enzo nella pagina Facebook, assieme all’annuncio della sua morte) inviati da Elio a Repubblica Bari, a seguito di una mia riflessione sulle ragioni del Socialismo: che fu ripresa da alcuni amici, fra i quali Enzo, e anche da Elio; solo che, inspiegabilmente, i suoi due contributi non furono pubblicati.

Per aiutare la rinascita della Fondazione Giuseppe Di Vagno intorno al 2005, o giù di lì, gli telefonai per chiedergli la disponibilità ad essere inserito nella sua struttura pensante; capii subito che non aspettava altro.

E così si avvia una collaborazione molto feconda della quale il punto più alto fu la curatela, da lui assunta con giovanile entusiasmo, di due Volumi: Prima Repubblica, una storia di frontiere, di Rino Formica (l’unico libro firmato da Formica) e poi, nella ricorrenza del 2008, Le fondamenta della Costituzione con contributi di autorevoli studiosi italiani fra i quali Frosini, Volpe, Comei, Ciuffoletti e molti altri, e un suo saggio molto denso, oltre alla curatela.

Ho scritto, ma a caldo, che con Elio era più facile litigare che andar d’accordo, ma non vorrei essere frainteso: si litigava sempre e solo sulle questioni di principio, mai – dico mai – per questioni materiali, quelle cosiddette d’interesse: perché quelle erano mille miglia lontane da lui; si litigava sulla diversa lettura di quel «voler cambiare il mondo, di renderlo più giusto, la scelta di stare dalla parte dei più deboli e della classe operaia» che era la sua vera ed unica aspirazione, come giustamente scrive Franco Botta; e perché noi a sinistra, tuttora, non siamo riusciti a darci un modo unitario sul come voler cambiare questo mondo, e chissà se mai riusciremo a farlo.

Elio prese cappello verso la Fondazione, ma anche verso di me, su una questione di principio, e cioè sulla diversa visione intorno al ruolo che avrebbe dovuto avere la Rivista Pagina’21 (che d’ora in poi sarebbe andata online) una delle numerose sue attività e della quale lui avrebbe potuto assumere la responsabilità: Elio l’immaginava come portavoce del «pensiero unico» sul Socialismo mentre altri, ma anche io stesso, l’abbiamo pensata, come è, come sede di confronto, espressione del pluralismo delle culture democratiche, nella ferma convinzione che la cultura è una e plurale, con l’unica preclusione verso tutto quello che possa in ogni modo riconnettersi al pensiero, o meglio alle posizioni, della destra post-fascista e suoi annessi e connessi.

Elio, pur condividendo questo, pensava invece a Pagina’21 come una sorta di Critica Marxista o di Quaderni piacentini, o forse ancor più di Classe operaia: la rivista fondata da Mario Tronti – al quale lui credo anche personalmente fosse molto legato – che aveva teorizzato la classe operaia come motore della storia e, dunque, discuteva pressoché solo di quello.

Un dissenso non da poco, anche se la sua posizione, appena un passo fuori dalla soglia della Fondazione, sarebbe stata da discutere e, fors’anche, da condividere.

Ma lui se la prese, e molto: non sbatté la porta, ha continuato a volerci bene, ma non ne ha voluto più sapere.

Sicché torna di proposito – prima di riprendere a far parlare lui – tentare di avanzare un interrogativo, forse una provocazione, a chi meglio di me saprebbe rispondere: se Elio, cioè, fosse rimasto legato a quella «sinistra dura e pura» pronta ad abbracciare la causa di ogni diritto, di ogni rivendicazione (specie se del mondo del lavoro) incapace di opporre un qualsivoglia contrappeso a causa della debolezza di una cultura autenticamente liberale (più che solo conservatrice) oppure se fosse riuscito a far convivere l’inebriante fascino dell’utopia con il crudo realismo dell’agire quotidiano.

Ma tornando al suo pensiero a me ha intrigato molto, condividendolo per la sempre più incombente attualità,  un passaggio tratto sempre dallo stesso inedito.

«Se la Repubblica italiana – scrive Elio – è stata la Repubblica dei partiti (secondo la assai pertinente definizione di Pietro Scoppola) voluta e costruita dalle forze dell’antifascismo, se i partiti sono stati la condizione della democrazia repubblicana e se l’attacco alla partitocrazia è stato il motore dell’opposizione del neo-fascismo e del conservatorismo nazionale al sistema democratico, il crollo del sistema dei partiti, con l’azione di Mani pulite e la loro rifondazione su basi informali e funzionali, genera il deperimento della democrazia. Senza la ricostruzione dei partiti, della forma-partito che ha assicurato vitalità (non solo la formalità istituzionale) alla democrazia, attraverso la formazione della militanza politica, dell’ordinamento e solidarietà interna che sono la base per la generazione delle classi dirigenti, del professionismo politico e delle culture politiche, senza questo fattore rigenerativo non potrà esserci rigenerazione della democrazia e della sinistra, ancora una volta associate dentro l’unico vettore di grande riforma della Politica».

E conclude: «La sinistra o è socialista o non è». Non è un’invocazione, è una necessità. La forza della riflessione e della proposta è tutta qui, ma è un vasto programma. Se la sinistra vuole ritrovarsi in uno spazio alternativo, autonomo e libero – aggiunge – deve riprendere questa spinta necessaria, ritrovare le energie per legare passato e futuro. Riprendersi il necessario: partito e cultura politica. Insieme. Ci vorrà tempo e molta fatica. Ci vorrà quella parola dimenticata: Socialismo».

Ho preferito in questo mio contributo far parlare lui, esprimere il suo pensiero, assai spesso condiviso ma che non sempre gli è stato consentito, per lo meno come avrebbe meritato.

Anche se, concludendo, non posso nascondere che di quel «spero nella mia vita di aver preso parte al miglior modo di interpretare la condizione del mondo del lavoro», il suo vero e definitivo commiato, mi è rimasto l’unico rimorso di non essere riuscito a dirgli che più che con la speranza lui poteva congedarsi con la certezza d’averlo fatto: da giovane comunista (forse non compreso), da dirigente sindacale, da servitore della pubblica amministrazione, da militante socialista, da intellettuale raffinato sempre.

Mi permetterei concludere con il messaggio che mi ha inviato Rino Formica, avendolo messo a parte di questa nostra iniziativa: «Bene Giovanni – scrive Formica – l’iniziativa di ricordare Elio nella sua storia politica radicata a Bari da una esperienza territoriale che assunse carattere nazionale ed interesse nel socialismo europeo. Ogni notizia a riguardo di tante energie che hanno contribuito negli anni alla formazione del pensiero socialista è utile per camminare nella storia e per orientare con verità le generazioni future. Un abbraccio Rino».

Credo che si possa convenire con l’auspicio che tutto quello che pur nel nostro piccolo facciamo e che tiene fuori dalla porta la retorica celebrativa – compreso, dunque, questo nostro incontro – è solo per non disperdere la nostra storia e con l’ambizione di orientare nella verità le future generazioni: proprio come ad Elio sarebbe piaciuto e per il che tutti noi, giovani o meno giovani, siamo chiamati a mettercela tutta: proprio tutta.

Oggi più che mai.

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