Joe Sacco, la forza del giornalismo grafico per raccontare l’orrore della guerra

Thierry Vissol

Il lavoro di Joe Sacco illustra la sua costante ricerca della verità, unendo rigore giornalistico e potenza visiva. Con opere tradotte in quattordici lingue e reportage pubblicati su riviste prestigiose, mette in luce le ingiustizie e le lotte umane con una sensibilità unica e il suo ultimo lavoro, War on Gaza ha ricevuto quest’estate il premio Eisner Award 2025. Un prestigioso premio americano, considerato l’Oscar del fumetto, creato nel 1988 in omaggio al disegnatore Will Eisner, creatore di The Spirit. Quest’ultimo era riconosciuto come un militante della memoria ebraica e difensore di un fumetto umanista a favore delle minoranze, della libertà di espressione e della pace.

L’assegnazione di questo premio a Joe Sacco è stata vivamente criticata dai due responsabili dell’Associazione dei disegnatori israeliani, Ouri Fink, presidente, e Michel Kichka, vicepresidente. Per loro, l’opera di Sacco è «un sottile pamphlet che supera la linea rossa che separa il reportage dalla pura propaganda, strumento di odio antisemita e antisionista».

«I popoli palestinese e israeliano continueranno a uccidersi a vicenda in conflitti di bassa intensità o con violenza devastante – con attentatori suicidi o elicotteri da combattimento e bombardieri – finché il fatto centrale – l’occupazione israeliana – non sarà affrontato come una questione di diritto internazionale e di diritti umani fondamentali».

Questa era la conclusione della prefazione di Joe Sacco all’edizione completa del 2001 della sua serie di nove fumetti intitolata Palestina. Il risultato di un’indagine durata due mesi nei Territori Occupati nel 1991-1992. Da allora, è tornato più volte in Israele e in Palestina e ha pubblicato diversi romanzi grafici, tra cui Footnotes in Gaza (Jonathan Cape Editor, 2009), un’indagine meticolosa sulla vita quotidiana e la memoria della gente comune, per lo più rifugiati e vittime impotenti di una lunga e sanguinosa storia che non hanno scritto loro.

Completando le sue impressioni di full immersion e le sue numerose interviste con ricerche approfondite negli archivi delle Nazioni Unite e israeliani per costruire i suoi reportage, Joe Sacco è diventato uno dei migliori conoscitori della situazione della gente comune a Gaza.

Non sorprende quindi che gli orrendi massacri compiuti da Hamas il 7 ottobre 2023, le sanguinose e sproporzionate rappresaglie israeliane che hanno portato allo sfollamento di massa dei 2 milioni di abitanti della Striscia di Gaza e alla distruzione quasi totale del loro territorio, abbiano avuto un profondo impatto emotivo su Joe Sacco. Sconvolto, inorridito e paralizzato da queste violenze e dalla brutalità fulminea delle rappresaglie, gli ci sono voluti diversi mesi prima di riuscire a reagire, anche dopo che uno dei suoi amici gazaoui gli aveva chiesto di «far sentire la sua voce per denunciare i crimini commessi».

Come tutti i giornalisti occidentali, Sacco non ha potuto andare a Gaza. Il suo ultimo libro non è quindi un reportage giornalistico approfondito come lo furono  quelli che ha realizzato sulla Palestina, Sarajevo, Goradze o l’India. Ha invece intrapreso una riflessione quasi filosofica sulle azioni delle nostre democrazie occidentali e di Israele – che si autodefinisce l’unica democrazia del Medio Oriente – rispetto ai valori universali e alla retorica che promuovono. I cosiddetti valori democratici che presumibilmente condividiamo, come lo Stato di diritto, il rispetto del diritto internazionale, la moralità, la dignità umana e la libertà di espressione, che queste democrazie dovrebbero essere le uniche a difendere sin dall’Illuminismo.

Ciò che denuncia è il doppio linguaggio e la totale contraddizione tra la propaganda democratica e le azioni intraprese dalle democrazie. La libertà di espressione di coloro che criticano le rappresaglie sproporzionate di Israele contro un’intera popolazione in risposta a un atto di totale barbarie perpetrato da Hamas, è stata e continua ad essere imbavagliata e repressa con il pretesto di alimentare l’antisemitismo, mentre le voci delle vittime sono praticamente inudibili.

Un’ipocrisia continua amplificata dalla creazione di fake news, diffuse dalla stampa, nonostante la totale assenza di prove. Sacco cita, come esempio, l’invenzione del presidente Biden della decapitazione di bambini da parte delle truppe di Hamas, una fake news che sembrava volta a disumanizzare il popolo palestinese e a giustificare in qualche modo la feroce repressione. La retorica a favore della moderazione delle azioni dell’IDF, della protezione degli ospedali e dei civili e della fornitura degli aiuti umanitari necessari è, per lui, in totale contraddizione con la continua fornitura di armi destinate a distruggere la Striscia di Gaza, che è stata contemporaneamente privata di acqua, elettricità, cibo e condizioni igieniche minime.

Queste contraddizioni rendono gli alleati democratici di Israele complici di quelli che possono essere descritti solo come crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Come sottolinea Joe Sacco, «la democrazia non costituisce un ostacolo alle atrocità» e prosegue con una domanda molto inquietante: «l’illuminismo è stato sepolto sotto le macerie di Gaza o le macerie di Gaza sono state la logica conclusione dell’illuminismo?».

La forza di convinzione del messaggio sviluppato in War on Gaza è sostenuta dal potere delle linee e dall’intelligenza della composizione drammatica, libera dai vincoli formali del solito fumetto europeo, dove testo e disegni si rafforzano a vicenda, senza mai indulgere in una violenza morbosa esplicita. Ricorda la forza della serie di 82 incisioni di Francisco Goya sull’invasione napoleonica della Spagna (Los desastres de la guerra, 1812-1820).

Sebbene non utilizzi allegorie animali per trasmettere il suo messaggio, la sua sensibilità verso l’esperienza intima e immediata delle vittime è simile a quella di La bête est morte (La bestia è morta, 1944-1945) del fumettista francese Calvo, che racconta la barbarie della Seconda Guerra Mondiale, o quella dei campi di concentramento del Mauss di Art Spiegelman.

Con i suoi fumetti, Joe Sacco dimostra fino a che punto il giornalismo grafico abbia acquisito le sue lettere di nobiltà e possa vantare, grazie al tempo di riflessione e di realizzazione che richiede, di superare l’immediatezza e la superficialità degli attuali metodi di informazione dei media e dei social network. Naturalmente, la soggettività del testimone emotivamente segnato dalle sue esperienze è raramente evitabile, ma questa soggettività assunta «paradossalmente rafforza una comprensione più immediata e profonda dell’argomento», come ha osservato Art Spiegelman.

Sebbene, consideri questo libro un vero capolavoro, ritengo necessario fare due osservazioni.

La prima riguarda l’uso del termine Genocidio, la cui prima lettera maiuscola Sacco scrive, in una delle illustrazioni, sulla fronte di Joe Biden, in riferimento alla Lettera scarlatta del romanzo di Nathaniel Hawthorne. Se, come crede Sacco, il diritto internazionale deve essere rispettato, lo stesso vale per l’uso dei termini giuridici che lo definiscono. Un genocidio ha ricevuto una definizione giuridica precisa nel 1948 e l’esistenza o meno di un genocidio è stata affidata alla Corte penale internazionale. Non può essere utilizzato politicamente come indicatore del grado di violenza. Il diritto internazionale non fa distinzione tra la gravità dei crimini di guerra, dei crimini contro l’umanità e del crimine di genocidio. Quest’ultimo deriva dall’intenzione di distruggere biologicamente un gruppo umano in tutto o in parte. La Shoah e il massacro degli Hutu in Ruanda sono genocidi, ma non esiste ancora alcuna prova legalmente valida che gli israeliani intendessero sterminare il popolo palestinese. Ciò non toglie nulla alla barbarie dei crimini commessi dall’IDF alla volontà del governo israeliano, sostenuto da Trump, di sbarazzarsene e di riappropriarsi delle loro terre, nonché di annettere i territori occupati della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, attraverso la violenta creazione di un numero sempre maggiore di insediamenti. Tuttavia, l’uso irrilevante di parole e concetti, che tende a diffondersi, serve solo a banalizzare gli orrori criminali commessi da entrambi le parte.

La seconda osservazione riguarda il modo in cui, in War on Gaza e nelle sue interviste, Joe Sacco mette sullo stesso piano la gestione della distruzione di Gaza da parte di Joe Biden che accusa di essere complice se non fautore delle reazioni di Israele e ciò che Trump avrebbe potuto fare, dato che il libro è stato pubblicato prima delle elezioni statunitensi.

Si deve ricordare che Donald Trump, durante il suo primo mandato, ha trasferito nel 2018 l’ambasciata americana da Tel Aviv a Jerusalem, in seguito a una legge del Congresso del 1999. Legge che i suoi predecessori avevano rifiutato di applicare. Una decisione che è stata severamente criticata dai palestinesi, i quali hanno presentato ricorso alla Corte internazionale di Giustizia. L’annuncio di Trump all’inizio di febbraio 2025, ribadito più volte da allora, durante una conferenza stampa congiunta con Benjamin Netanyahu, che gli Stati Uniti avrebbero assunto la proprietà a lungo termine della Striscia di Gaza, che egli ha paragonato a un cantiere di demolizione, al fine di trasformarla nella «Riviera del Medio Oriente» e trasferire definitivamente tutti i suoi abitanti, «per il loro bene», in altri paesi della regione – senza, ovviamente, chiedere il parere di nessuna delle parti – dimostra che esiste davvero un male minore nell’orrore. Dalla sua rielezione Trump ha intrapreso una battaglia giuridica e finanziaria contro le università accusate di essere un covo democratico-woke e di antisemitismo con le manifestazioni di studenti a favore dei palestinesi. Infine, il sostegno totale di Trump alla politica del governo di Netanyahu è culminato con i bombardamenti dei siti nucleari dell’Iran, le minacce di aumentare i dazi al Canada se decidesse di riconoscere lo Stato di Palestina, l’accettazione che l’aiuto umanitario ai gazaoui sia effettuato da compagnie private americane sotto commando dell’IDF, in solo tre punti di distribuzione e in modo totalmente inumano (e non a Gaza city) e non più dall’ONU.


Per chi volesse approfondire
Joe Sacco, War on Gaza, Edizione Fantagraphics, edito da Futuropolis in francese, 2024. I diritti d’autore sono trasferiti ad associazioni caritative che operano a Gaza.


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