La libertà di stampa è sempre in bilico

Thierry Vissol

Nel 2019, Reporter Senza Frontiere intitolava nel 2019 il suo rapporto World Press Freedom Index, Un ciclo di paura e nel 2020, Entriamo in un decennio decisivo per il giornalismo, esacerbato dal Coronavirus. In quest’ultimo, afferma che «I prossimi dieci anni saranno cruciali per la libertà di stampa a causa delle crisi convergenti che interessano il futuro del giornalismo: una crisi geopolitica (dovuta all’aggressività dei regimi autoritari), una crisi tecnologica (dovuta alla mancanza di garanzie democratiche), una crisi democratica (dovuta alla polarizzazione e alle politiche repressive), una crisi di fiducia (dovuta al sospetto e persino all’odio per i media) e una crisi economica (che impoverisce il giornalismo di qualità)».

La libertà di stampa – pietra angolare della democrazia – è stata garantita dalle convenzioni dell’ONU, del Consiglio d’Europa (articolo 10 della Convenzione dei diritti dell’uomo), dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Ue (articolo 11§2: La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati). Purtroppo, è sempre stata a rischio: è sotto pressione di poteri politici, gruppi di pressione economici e finanziari e dalle mafie. Nel 1993, l’ONU ha istituito il 3 maggio come Giornata mondiale della libertà di stampa. Il tema della 27° edizione è Giornalismo senza paura o favori. Di fatto, nel 2019, 49 giornalisti sono morti, tra cui 31 volontariamente assassinati, (941 dal 2010), 389 sono imprigionati e 57 ostaggi da gruppi terroristi.

Ora, anche nelle democrazie occidentali molti sono i paesi dove i giornalisti sono perseguitati (e anche assassinati) e considerati nemici del popolo e della democrazia da politici senza scrupoli o dal popolo stesso. Le minacce alla libertà dei media e al loro pluralismo sono di vari tipi. Il primo è l’indebolimento dell’etica giornalistica. Per vari motivi (principalmente economici e politici) molti media e giornalisti rinunciano a quello che dovrebbe essere il loro ruolo: quello di mediatori nella presentazione della complessità sociale ed economica – a tutto vantaggio della cronaca nera (24hx7giorni) e dello spettacolo di questa cronaca (che purtroppo fa audience). Non è quindi stupefacente la regressione del dibattito politico e di vedere fiorire invettive e volgarità piuttosto che argomenti e dibattiti; di leggere commenti sui social network che utilizzano un’inflazione di parole inadeguate, superlative e storicamente sbagliate per qualificare situazioni assolutamente incomparabili.

Il pluralismo dei grandi media è sempre più in pericolo. Dipende per la maggior parte dal finanziamento dei media (multinazionali, banche, interessi privati vari). Dipende anche dai mezzi forniti ai giornalisti per fare il loro lavoro. Quando non hanno più la possibilità di uscire del loro ufficio per inchieste o reportage, come capita sempre di più, la libertà di stampa è minacciata. Nello stesso modo, nel settore pubblico, la libertà di espressione non è sempre garantita quando la nomina dei responsabili risulta di una ripartizione politica delle poltrone.

Il World Press Freedom Index 2020 constata che si i diritti sono legalmente garantiti in molti paesi, ma sono sotto minaccia in sempre più paesi:

Solo 20 dei 27 paesi dell’Ue sono nei 40 primi paesi in termine di libertà di stampa.

Invece, 7 sono in posizione vicine a paesi poco democratici, tra cui, in minore misura, Italia (n°41), Romania (n°48) e Croazia (n°59), ma soprattutto Grecia (n°65), Malta (n°81), Ungheria (n°89) e Bulgaria (n°111).

In molti paesi occidentali dagli Stati Uniti alla Turchia, passando dalla Slovenia, Polonia o Ungheria, i giornalisti sono sotto accusa e censurati – una situazione amplificata dalle misure di pieni poteri ottenuti per lottare contro il Coronavirus. Questi paesi procedono a un ratto costituzionale, cioè l’utilizzo di una maggioranza ottenuta democraticamente, per limitare le libertà e per imbavagliare i media. In altri paesi è la mafia che opera nella stessa direzione, come per il caso dell’assassinio di giornalisti a Malta e in Slovacchia, o in Italia. In quest’ultimo paese l’associazione Ossigeno per l’informazione ha documentato negli ultimi 10 anni 3.900 casi di minacce rivolte a operatori dell’informazione allo scopo di intimidirli per impedire la pubblicazione di notizie non gradite o di punirli per avere rivelato notizie scomode. 20 giornalisti vivono sotto scorta. Inoltre, gli accertamenti mostrano che circa il 40% di tutte le intimidazioni è costituito da questioni infondate.

Senza forte reazioni delle nostre democrazie, le crisi convergenti analizzate da RSF rischiano di mettere fine al sogno della libertà di stampa.


La vignetta che accompagna l’articolo è dell’egiziana, Doaa el-Adl 

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