Mentre milioni di italiani sono affascinati dalla nuova versione di Sandokan, la Rai propone, nelle stesse settimane sempre sulla sua prima rete, una miniserie di tipo completamente diverso, con obiettivi molto meno ambiziosi sul piano quantitativo e più impegnativi su quello sociale. Tanto diversa non solo da Sandokan, ma così originale nell’amplissimo filone della fiction poliziesca da proporre programmaticamente fin dal titolo qualcosa di altro.
L’altro ispettore è definito, infatti, il protagonista, un investigatore che non è poliziotto, carabiniere, magistrato o forestale, ma un ispettore del lavoro. Le sue investigazioni riguardano infatti gli incidenti sul lavoro, le cosiddette morti bianche, una piaga della nostra società, che molta emozione suscitano nell’immediatezza dei tragici avvenimenti ma che non trovano adeguate contromisure, anzi sono spesso oggetto di occultamenti e omertà. Un tema decisamente originale, dunque, molto delicato e disturbante per il pubblico generalista, che tuttavia per fortuna non è sfuggito alla sensibilizzazione consentendo alla fiction di vincere la serata in ogni sua messa in onda.
A prima vista la promessa di diversità, di alterità sottolineata dal titolo sembra un po’ eccessiva. La fiction ripropone tutte le componenti tipiche del genere poliziesco, i suoi topoi ormai consolidati, quasi irrinunciabili nelle storie di quel genere.
C’è dunque un investigatore molto determinato, animato dai più sani principi, talmente dedito alla sua missione da mettere in secondo piano i rapporti familiari o sentimentali; un uomo di un certo fascino, qui interpretato dal bravo Alessio Vassallo, vedovo con una figlia abbastanza inevitabilmente trascurata ma saggia e discola allo stesso tempo, la classica bimba deliziosa delle fiction.
Ci sono i suoi aiutanti: un sottoposto, servizievole e fedele ma un po’ imbranato, qualche amico con cui condivide molto della sua vita: la parte tocca ancora a Cesare Bocci, che questa volta però non è un playboy, ma vive su una sedia a rotelle.
Ci sono le presenze femminili, una p.m. di valore e piuttosto sexy come può esserlo Francesca Inaudi e una bellissima compagna di scuola ritrovata per caso come in un film di Verdone.
Ci sono ovviamente gli antagonisti: gli sfruttatori, i trafficanti, i malavitosi.
E poi c’è, come in tutte le fiction italiane, il luogo incantato in cui si svolge il tutto, il paesaggio fiabesco.
Questa volta è Lucca in tutta la sua strabiliante bellezza: il circuito delle mura con il percorso ciclabile, i fossi, i palazzi rinascimentali, i vicoli medievali, le piazze, le chiese, Puccini ovviamente.
Insomma, non mancano certo i luoghi comuni, un dejà vu anche gradevole, ma che non giustificherebbe l’attesa dell’altro, del nuovo, del diverso. Se non ci fosse un particolare di un certo peso. Il fatto è che in mezzo a tanti elementi di finzione c’è un dato di realtà, un riferimento storico, qualcosa di assolutamente vero che pesa come un macigno, ed è il caso che l’ispettore deve affrontare e che, purtroppo, non è frutto della fantasia degli autori ma arriva dalla cronaca. Così anche se il nome è stato cambiato e anche il contesto familiare in cui vive modificato, come vediamo il telaio meccanico che ha imprigionato la giovane operaia tessile e di cui nessuno ha potuto rallentare la velocità, ci appare in tutta la sua tragica verità la storia di Luana D’Orazio.
E allora anche le componenti di fantasia, le p.m. sexy e le bimbe deliziose, le mamme premurose e le impiegate un po’ macchiette si fanno da parte e l’ispettore si trova dentro a un’altra storia, quella vera. E noi con lui.
