La scelta che tocca oggi al Partito Democratico

Gianvito Mastroleo

Le elezioni del 25 settembre sono state una sconfitta per l’intero campo della sinistra divisa: per Partito Democratico e Movimento 5 Stelle innanzitutto, ma anche per la coppia Calenda-Renzi, abbastanza certa di un risultato a doppia cifra, e per i cosiddetti cespugli.

L’analisi del voto, con i relativi dati, è stata illustrata con condivisa efficacia da Gianfranco Viesti ed è inutile riprenderla. La reazione del Segretario del PD, con l’annuncio del suo ritiro, è stata immediata e opportuna, e ad oggi rappresenta l’unica certezza: assieme alla promessa, dice Enrico Letta, di un «congresso costituente» e un «rinnovamento profondo».

Peccato che, in verità, ad oggi non s’avverte traccia né dell’uno né dell’altro, nonostante fino a questo momento si siano fatte avanti diverse candidature che di nuovo presentano solo il nome: ma su quale piattaforma, per dirla con Nicola Zingaretti, chiedano il consenso ad oggi non è dato sapere.

Eppure, un congresso costituente riguarderebbe, e non sono per i nomi, anche coloro che da quel partito sono distanti fin dalla sua nascita e che trovano oggi purtroppo vana conferma delle ragioni di quell’avversità.

Ma oggi sarebbe un fuor d’opera soffermarsi ad adorare le ceneri, mentre è assolutamente necessario tenere vivo il fuoco di una sinistra che di questo passo rischia di rimanere a lungo all’opposizione: visto che, nel suo complesso, non riesce neppure nell’elementare compito di saper organizzare l’opposizione.

A giudicare non solo dalle risposte alle prime uscite del Governo Meloni ma, soprattutto, rispetto a candidature condivise, da opporre ad una destra formalmente ed elettoralmente unita, nelle elezioni regionali delle due Regioni più importanti del Paese: Lombardia e Lazio.

Dimostrando con ciò di non saper trarre giovamento dall’insegnamento delle prime pagine del «breviario del saper governare» che è di dividere l’opposizione.

Una delle ragioni della sconfitta della sinistra, ma innanzitutto del PD, è la perdita di quel minimo d’identità di sinistra che era riuscito a ritagliarsi: con buona pace della mai dimenticata «vocazione maggioritaria» della quale, assieme ai suoi teorizzatori, non resta neppure la memoria.

Salvo in coloro che subirono l’espulsione dal Parlamento nel 2008, come nelle recenti consultazioni: i socialisti organizzati, ormai pressoché irrilevanti nella scena politica.

Eppure, il socialismo occupa, tuttora, un peso crescente nel pensiero, nella cultura politica contemporanea e nella coscienza di chiunque oggi voglia cimentarsi con risposte efficaci alla crisi della politica e, più in particolare, della sinistra: assieme ad una prospettiva, non parolaia ma concreta, intorno alle urgenti azioni per superarla. In pratica, il cantiere al quale occorrerebbe porre mano e quanto prima: a partire dal Congresso del PD, per un debito contratto con la democrazia italiana e la sua storia, prima che con i socialisti.

Dopo il 25 settembre, infatti, sempre più frequente si raccoglie un richiamo accorato al socialismo; non solo dei socialisti di antico conio ma anche da militanti, anche molto autorevoli, che sul finire del primo decennio di questo secolo, furono invano suggestionati dalle illusioni veltronian-dalemiane.

Infatti, il socialismo, con l’antico ma sempre attuale fascino dell’ultima grande utopia della contemporaneità, resiste agli urti e sopravviverà: talvolta, nonostante i socialisti, con il buon Turati del 1919.

Solo che è improcrastinabile sgombrare il campo dagli equivoci e intendersi sul socialismo che vogliamo davvero: per approfondire se possa essere adottato da un soggetto politico unitario (anche del tutto nuovo!) che si proponga la rivincita con un antico ma sempre attuale orizzonte politico per governare l’Italia; e purché accompagnato dall’ormai indispensabile radicalità nel realizzare il suo programma: quella che è mancata negli ultimi decenni e che ha generato la sconfitta.

L’analisi del voto recente, infatti, spiega con chiarezza che una porzione non secondaria del mondo del lavoro ha abbandonato quello che si era proposto come unico partito della sinistra per riservare attenzioni, addirittura consenso dichiarato (come è accaduto anche in altre parti del mondo), a quell’altro che praticando l’opposizione al Governo era apparso l’unico in grado di tutelarne le aspettative; analogamente a quello che è accaduto ad appartenenti alla fasce cosiddette ultime della società che si son sentite relegate «nello scarto», per dirla con il Pontefice di Roma.

E ciò mentre quel che resta dei fondatori del PD (non sono pochi, infatti, quelli che non vi riconoscono più) hanno smesso finanche di baloccarsi con il dilemma se morire socialisti o democristiani e presi solo dalla esigenza di salvare «la ditta» non riescono neppure a dedicarsi ai suoi budget.

Il problema del PD e dell’intera sinistra sarebbe, anzi è!, di ritrovare, finalmente con coraggio, un’identità del tutto nuova da proporre ad un popolo che sopravvive, anche se allo stremo, che si dichiara di sinistra e tale vorrebbe/dovrebbe restare.

Ma anche quello delle alleanze se si voglia prendere la rivincita sulla destra, unico vero avversario comune, più che contendere per rubarsi reciprocamente le spoglie della sconfitta; se non, assai peggio, contentarsi di qualche briciola lasciata cadere dal banchetto di chi comanda.

Alle forti spinte per la rappresentanza sociale delle categorie deboli, infatti, non può non corrispondere l’identità di un partito che se ne assuma chiaramente la responsabilità e sia rassicurante: ma di un partito che in termini più decisi e dinamici ritrovi le ispirazioni ideali delle origini, non di un simulacro.

In pratica, ritrovare oggi il coraggio che non si ebbe ormai tre lustri addietro e adottare nel concreto, dichiararla anche attraverso la simbologia visibile più che solo attraverso atti burocratici, la scelta socialdemocratica e riformista: sapendo che occorre coniugare la lotta in favore degli ultimi e ad ogni forma di disuguaglianza con la promozione della crescita; politiche d’inclusione sociale con la modernizzazione dell’economia, del sistema educativo e della pubblica amministrazione.

Il tutto all’interno non di un riformismo generico ma scavando al fondo del pensiero socialista per rielaborare un riformismo moderno, inclusivo e «non mediocre»: quel «riformismo rivoluzionario» che già quarant’anni fa piaceva a Riccardo Lombardi e che sarebbe attuale più che mai per l’oggi.

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