Più che un duro colpo per il sistema democratico europeo, la National Security Strategy of the United States of America 2025 firmata da Trump è un duro colpo per ciò che resta della democrazia negli Stati Uniti e che, lo stesso Trump, sta sistematicamente cercando di smantellare, con un certo successo finora.
Certo, dalla dottrina Monroe (1823) o dall’ordine globale del dopoguerra imposto ai suoi alleati, solo per citare questi due esempi, gli Stati Uniti non hanno mai mancato di dimostrare, con un’intensità variabile, più che i valori umanistici della loro democrazia, il loro cinismo egocentrico e opportunistico. Tuttavia, mai prima d’ora questo cinismo era stato racchiuso in un testo così megalomane, di propaganda, di errori storici, di attacchi all’ordine democratico europeo e ai suoi valori.
L’effetto peggiore di questa strategia, a mio avviso, è l’eco che le viene data sia a livello politico che mediatico in Europa e l’assenza di reazioni significative da parte delle élite politiche nazionali ed europee.
Ne derivano due tipi di conseguenze potenziali. La prima è la sottomissione alla volontà egemonica e dominante così esplicitamente affermata, con gli Stati Uniti che hanno ripreso la secolare strategia britannica del divide to rule (dividi per governare). Una sottomissione già parzialmente accettata sia dall’Ue, nelle negoziazioni sui dazzi o l’accetazione dell’aumento delle spese militari richiesta da Trump, sia dalla maggior parte degli Stati europei, grazie alla complicità dei nazionalisti-sovranisti e degli euroscettici.
La seconda sarebbe la presa di coscienza del fatto che il presidente Trump e la sua amministrazione non sono più in alcun modo alleati, ma che la loro strategia li rende concorrenti pericolosi e pronti a tutto per raggiungere il loro obiettivo, come afferma chiaramente il documento parlando dell’emisfero occidentale: «In altre parole, affermeremo e applicheremo un “corollario Trump” alla dottrina Monroe».
Di conseguenza, sarebbe fondamentale che gli europei reagissero – insieme e in modo convincente – a queste minacce e a questa strategia di dominio economico, finanziario, militare e culturale. Ciò, vista la nostra dipendenza militare, finanziaria e digitale, non sarà né facile né indolore. Resta da vedere se le nostre élite politiche avranno il coraggio di farlo, cosa che non sembra essere il caso, se non in ordine sparso. Eppure, lo afferma il documento strategico americano Strength is the best deterrent (La forza è il miglior deterrente). La forza è l’unica cosa che l’amministrazione Trump è in grado di comprendere e che può limitare le sue velleità di dominio.
I nuovi equilibri geopolitici che questa strategia vuol mettere in atto, la loro convergenza con quelli previsti dal Cremlino non sono una novità. Un mondo multipolare è già in atto, o meglio sostituisce da due decenni il mondo bipolare creato a Yalta nel 1944, quando russi e americani si sono divisi il mondo sotto lo sguardo benevolo ma impotente di Churchill. La differenza sta nell’ascesa di una terza potenza egemone, la Cina, e nella costituzione di molteplici potenze regionali in grado di far pendere la bilancia dei poteri a favore dell’una o dell’altra potenza egemone.
La questione che si pone è se l’Unione europea – o una coalizione di volontari – avrà la volontà e la capacità di reagire per riportare l’Europa nel gioco geopolitico mondiale, dal quale, nonostante il suo potenziale economico, è attualmente esclusa. Il problema è che non si tratta di un gioco di Risiko, ma di una questione di sopravvivenza delle nostre democrazie, dei nostri stili di vita e dei nostri valori umanistici (se ancora esistono).
I federalisti europei lo avevano capito bene: all’indomani della guerra, militavano – purtroppo senza successo e ne paghiamo il prezzo da allora – a favore di un’Unione politica europea, al fine di costruire una terza forza mondiale, indipendente sia dagli Stati Uniti che dall’URSS.
Le deboli reazioni dell’UE e dei suoi Stati membri, in particolare quelli guidati da partiti di destra, o addirittura di estrema destra, potrebbero essere spiegate dal sostegno dimostrato e promesso dagli Stati Uniti ai partiti sovranisti ed euroscettici. Questi ultimi, accecati dalla prospettiva di accedere al potere o di conservarlo, sognano di attuare il progetto trumpiano di un’Europa delle nazioni, piuttosto che proseguire la costruzione di un’Europa politica dotata di autonomia strategica e geopolitica.
Anche in questo caso non è affatto una novità il sostegno degli americani, con l’aiuto della CIA, ai partiti di destra e la loro interferenza nella politica interna degli Stati europei. Basti ricordare la rete Gladio in Italia, parte integrante dei comitati clandestini alleati, gli Stay-Behind della NATO, in tutta l’Europa occidentale, che utilizzavano la sovversione e le strategie di tensione. Sono stati creati dal Consiglio di sicurezza degli Stati Uniti (Risoluzione NSC 10/2 del 18 giugno 1948) e sono stati attivi fino all’inizio degli anni ’90.
Né Trump né il suo vice J.D. Vance nascondono simpatia e sostegno ai partiti di estrema destra europei e ai governi sovranisti. Le posizioni di questi ultimi a favore di legami indissolubili con gli alleati americani testimoniano la loro lealtà. L’obiettivo di provocare l’implosione dell’UE è chiaramente definito nella strategia pubblicata: «Vogliamo mantenere l’ineguagliabile “soft power” degli Stati Uniti, grazie al quale esercitiamo un’influenza positiva in tutto il mondo che serve i nostri interessi […] Difendiamo i diritti sovrani delle nazioni, ci opponiamo alle incursioni delle organizzazioni transnazionali più invadenti che minano la sovranità e siamo favorevoli alla riforma di queste istituzioni affinché sostengano, anziché ostacolare, la sovranità individuale e favoriscano gli interessi americani».
Al di là del sostegno politico e finanziario dei partiti sovranisti ed euroscettici, gli Stati Uniti dispongono di mezzi considerevoli per influenzare il gioco democratico in Europa, avvalendosi dei social network e dei GAFAM – tutti di proprietà americana – che hanno aderito alla visione trumpiana del mondo. Il destino dell’UE e la sua capacità di ritrovare un ruolo geopolitico, poiché solo l’Unione può essere in grado di farlo – nessuno dei suoi stati membri, da solo, ha la dimensione economica, politica e finanziaria per essere credibile – dipenderà da due fattori principali. Il primo è la resilienza dei nostri sistemi democratici e la capacità delle élite politiche filoeuropee di informare i cittadini sui rischi e sulle sfide che comporterebbe un’implosione dell’UE, mentre il secondo è la capacità delle sue istituzioni di neutralizzare l‘influenza delle pecore nere e dei loro veti nelle decisioni strategiche.
Infatti, quando si tratta di decisioni strategiche, come la guerra in Ucraina, la Palestina e molte altre, non solo gli stati membri hanno difficoltà a parlare con una sola voce, ma la maggior parte delle competenze che lo consentirebbero non sono competenze dell’UE, bensì degli stati membri. In questi ambiti, l’Unione può solo cercare di suggerire azioni che saranno difficili da attuare, poiché per esserlo richiedono l’unanimità. Ancora una volta, non si tratta di un fenomeno recente: ricordiamo, ad esempio, le divisioni tra gli stati membri quando gli Stati Uniti decisero di invadere l’Iraq nel 2003. Tuttavia, l’esistenza di divergenze non sarebbe di per sé un problema – è alla base di ogni sistema democratico – purché tali divergenze non portino all’immobilismo.
Le maggiori debolezze dell’Unione consistono, da un lato, nell’assenza di una politica estera comune e, dall’altro, nell’esistenza di un diritto di veto per ogni decisione importante. Queste debolezze strutturali potranno essere superate solo estendendo le competenze dell’Unione a tutto ciò che ne mette in gioco la sopravvivenza e generalizzando i meccanismi decisionali a maggioranza qualificata. Ciò richiederebbe un consenso politico per modificare i trattati, cosa tutt’altro che semplice e rapida. A meno di avvalersi della possibilità prevista dai trattati di creare delle cooperazioni rafforzate (articolo 20 del trattato sull’Unione europea e articoli da 326 a 334 del TFUE).
Alcune delle attuali proposte della Commissione volte all’autonomia strategica, non solo militare ma anche economica, sebbene insufficienti, vanno nella giusta direzione, ma faticano ad essere accettate e attuate in modo efficace. Finché molti Stati membri non avranno tagliato il cordone ombelicale che li rende dipendenti dagli Stati Uniti, in particolare in materia di armamenti e di intelligence, la nostra influenza geopolitica rimarrà limitata.
Va tuttavia notato che la nostra dipendenza dagli Stati Uniti in materia di sicurezza, di capacità digitale ed elettronica, e dal resto del mondo in materia di energia e materie prime, in particolare terre rare, rimane un ostacolo considerevole che non sarà facile superare a breve termine, né senza stabilire nuove alleanze.
Speriamo che la Strategia di sicurezza nazionale 2025 degli Stati Uniti, appena pubblicata, costituisca una scossa elettrica e risvegli gli europei dal loro sonnambulismo ideologico e politico.
L’immagine che supporta il pesto è di Tjeerd Royaards (Olanda). Vignettista olandese pluripremiato, vive a Amsterdam. Le sue opere sono pubblicate sulla stampa internazionale tra cui: The Guardian, Le Monde, Courrier International, Ouest-France, Internazionale e Der Spiegel e dalla TV americana CNN. Fondatore e direttore di Cartoon Movement, un sito web per le vignette politiche e il giornalismo grafico, per difendere la libertà di espressione, che riunisce oltre 500 disegnatori professionisti provenienti da tutto il mondo. Membro di Cartooning for Peace, del consiglio consultivo della Cartoonists Rights Network International, e del Comitato scientifico di Librexpression.

Manifesto per gli Stati Uniti d’Europa (realizzato da P. Delage a Lione, intorno al 1948 – Centro internazionale di ricerca sull’immaginario politico, Parigi, Francia) – Gli Stati Uniti d’Europa vi eviteranno lo schiacciamento.
