L’Italia dimenticata degli emigranti e della brava gente

Darwin Pastorin

La guerra, il ritorno del fascismo a livello internazionale, violenze fisiche e verbali, femminicidi. E il razzismo imperante, purtroppo ancora qui da noi. Basta andare per le strade, sui tram e sui treni e ascoltare l’odio profondo di tanta, troppa gente.

A volte mi chiedo: ma questo paese è ancora l’Italia, l’Italia generosa, della brava gente, l’Italia della Resistenza e della Liberazione, l’Italia che partiva con tante lacrime e le tasche vuote?

A leggere certi commenti, sui vari social, colmi di odio, astio, rancore verso il prossimo, direi di no, decisamente. È diventata, tristemente, un’altra nazione. Anche se continua ad andare a messa, a farsi il segno della croce e a difendere, con vigore e con fiaccolate, le statuine del presepe.

Le statuine bisogna proteggerle, gli uomini disperati che continuano a morire in mare no. In molti dovrebbero ripassare i Vangeli. Oppure, decidere da che parte stare. Ha ragione Byung-Chul Han, filosofo tedesco sudcoreano, autore del saggio Nello sciame. Visioni del digitale (Nottetempo editore), quando parla di «shitstorm», ovvero una tempesta di sterco, in troppi commenti su internet, i tanti mi piace sui pareri più crudeli, tra faccine sorridenti o, addirittura, sghignazzanti. D’altra parte, anche la televisione sta mostrando il peggio del peggio, politici che si insultano, che rincorrono la popolarità attraverso l’offesa, il becerume vario, variegato e avariato, su argomenti che meriterebbero una riflessione, una presa di coscienza condivisa, i soliti noti che intervengono su tutto e tutti senza nessuna preparazione, parlando per sentito dire: importante è dare vita a un ring pro-audience, tra applausi a comando e la voglia (nostra) del ritorno dei fumetti in tv.

Gianni Morandi, anni fa, per avere ricordato che siamo un popolo di migranti (lo scrivo da sempre, con orgoglio: io sono figlio nipote e pronipote di migranti Veneti, nato a São Paulo del Brasile) è stato sommerso da una caterva di improperi. Qui i morti nel Mediterraneo non suscitano più nemmeno pietà. Già immagino una valanga di shitstorm: «Prendili a casa tua, Sono annegati ancora in pochi!».

Eppure, eravamo noi, fino a qualche tempo fa, a partire. E cosa succedeva sulle navi degli italiani, in terza classe? Andate a leggere alcune pagine del bel romanzo di Mauro Berruto, Independiente Sporting (riproposto da Garrincha Edizioni): e, forse, qualcuno potrebbe ricredersi, diventare finalmente una persona.

E quando festeggiamo la Liberazione. Una festa importante, fondamentale, che ha portato alla fine del fascismo, alla Costituzione, la nostra bellissima Costituzione. Ma anche qui, quanta gente straparla: «Ma a cosa serve? Ma basta!». Sto rileggendo il filosofo Norberto Bobbio (Eravamo ridiventati uomini, testimonianze e discorsi sulla Resistenza in Italia, 1955-1999, a cura di Pina Impagliazzo e Pietro Polito, Einaudi) e il grande intellettuale scrisse che la lotta partigiana gli «ha insegnato a vedere la storia dalla parte degli umili, dei poveri, degli oppressi a vedere in loro la forza di domani», con un avvertimento, fin dal giugno 1955, «la Resistenza non è finita».

Oggi dobbiamo lottare contro l’indifferenza e l’intolleranza, per un’Italia più giusta. Più buona. Per un 25 Aprile: sempre.

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