Lo Spezia e quel calcio avvolto da bellezza e poesia

Darwin Pastorin

Il calcio non è una scienza esatta. Il calcio è di tutti, non soltanto dei grandi club. Nel nostro campionato, per fortuna, si respira ogni tanto un’aria romantica, ci consola un vento caldo e leggero in grado di portarci nostalgia e felicità. Certo, a dominare la classifica sono sempre le solite compagini, ma non mancano le abbaglianti sorprese in questa stagione senza pubblico e, di conseguenza, senza cuore, senza calore e senza colori.

Ci sono squadre che, con sorprendenti imprese, stanno illuminando la scena. Prendete il neopromosso Spezia: nell’ultimo turno ha battuto, nettamente, in casa, il Milan di Ibrahimović. E lo ha fatto con un gioco limpido, concreto, mettendo ripetutamente in crisi i rossoneri. Tanta soddisfazione per i nuovi proprietari americani e, soprattutto, per l’allenatore Italiano, uno che conosce il mestiere e che fa praticare ai suoi, sempre e comunque, un football coraggioso e divertente.

Il match con il Milan ha assunto la dimensione di una favola calcistica: ad andare a rete sono stati due ragazzi spezzini, Giulio Maggiore e Simone Bastoni. Questo è il calcio che amiamo: Davide che batte Golia, la periferia che mette in ginocchio la metropoli, una giornata dove il pronostico viene rovesciato e una nuova bellezza, tecnica tattica emotiva, prende il sopravvento. Questo Spezia pare uscito dalle pagine belle di Osvaldo Soriano.

L’Atalanta è, ormai, una realtà a livello internazionale. Gasperini ha saputo, caso Papu Gomez a parte, costruire un collettivo unito, di alta qualità, consapevole della propria forza, capace di offrire spettacolo puro in ogni frangente e contro chiunque. Puntare allo scudetto, in un prossimo futuro, non è affatto un’utopia.

In tutti noi, antichi romantici, il riferimento storico ed epico rimane il favoloso Cagliari del 1970. I rossoblù si resero protagonisti di una delle pagine più belle e affascinanti del nostro football. Quel successo portò la Sardegna al centro dell’universo, orgoglio di pastori e contadini. Era la squadra guidata, dalla panchina, dal filosofo Scopigno, con Albertosi in porta e Nenè a impartire lezioni d’eleganza a centrocampo, con Domenghini a perdere il fiato lungo la fascia e Cera a mettere ordine geometrico. E, su tutto e tutti, lui: Gigi Riva, il breriano Rombo di Tuono dal sinistro folgorante e dai gol possibili e impossibili.

E non c’è soltanto lo Spezia a sorprendere. Pensiamo al solito Sassuolo di De Zerbi e, in talune occasioni, al Benevento di Filippo Inzaghi. Sì, il pallone riesce ancora a stupirci, a donarci momenti di meraviglia. E il torneo diventa, così, una recita a più voci. Dove anche la piccola riesce a ritagliarsi il suo momento di gloria, quell’attimo che diventa racconto, ballata popolare, il sogno che si è fatto realtà.

D’altra parte, come sappiamo, recuperando Jean-Paul Sarte, il pallone è, per davvero, una fantastica «metafora della vita». Non bisogna mai dare niente per scontato. Perché ogni match rappresenta una nuova, lucente, misteriosa e imprevedibile storia.

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