Lula: «Preparatevi, perché vogliamo la presidenza per la quarta volta»

Il presidente sempre vicino ai poveri

Darwin Pastorin

Sono italo-brasiliano, con doppio passaporto. L’Italia è nelle mie vene e nel mio cuore, ma amo il Brasile. Perché ci sono nato, nel 1955, a São Paulo, e quei giorni della mia infanzia non li dimenticherò mai: e oggi rappresentano una carezza al passare del mio tempo. Porto, dentro di me, l’orgoglio di essere figlio, nipote e pronipote di migranti veneti: e nella metropoli paulistana ho imparato a detestare qualsiasi forma di razzismo, oltre a tifare per il Palmeiras, l’ex Palestra Italia.

E il mio marchio politico è di sinistra. Per questo faccio il tifo per il quarto mandato presidenziale di Luis Inácio Lula da Silva, leader del Partito dei Lavoratori, Ora siamo arrivati al momento della verità. Lula ha già guidato il Brasile dal 2003 al 2011, e ora dal 2023, con molti successi, nell’economia, nella lotta alla povertà, permettendo a molti figli delle favelas di studiare, nei diritti per tutti, nessuno escluso. Lo ha fermato, nel 2018, un golpe giudiziario (Operação Lava Jato, una specie di Tangentopoli brasiliana) per permettere a Jair Bolsonaro, della destra estrema, favorevole a un colpo di stato militare, razzista e omofobo, di diventare presidente: Lula ha scontato, ingiustamente, sempre a testa alta, 580 giorni di galera per finire prosciolto, dal Tribunale Supremo Federale, da ogni accusa.

Con determinazione e orgoglio si è ripresentato davanti al popolo, il suo popolo, per ridare al Brasile un futuro di libertà e di giustizia soprattutto per gli sfruttati, per gli ultimi. Con la promessa di salvare l’Amazzonia. Mentre Bolsonaro è stato condannato per tentato golpe e vari altri reati a 27 anni di carcere. Ora a sfidare Lula, il prossimo 4 ottobre, sarà il figlio di Jair, Flávio, 44 anni, senatore del Partido Liberal, ovviamente destrorso. I sondaggi sono, per fortuna, favorevoli all’ottantenne presidente in carica.

Il mio Brasile, anni di dura dittatura, dal 1964 al 1985. Poi, il ritorno della democrazia: grazie all’impegno di sindacalisti come Lula, di calciatori come Sócrates, che portava negli stadi le parole di Antonio Gramsci, di studenti e lavoratori, musicisti, poeti e scrittori, ribelli e sognatori.

Ho scritto Lamento di un bambino di strada brasiliano, per un’opera teatrale a più voci, dell’attore Marco Cavicchioli. Pubblicato da MicroMega, diretto da Paolo Flores d’Arcais, nel numero uno del 2007. Storie che ho ascoltato negli Anni Ottanta durante i miei ritorni a San Paolo. Storie che mi hanno profondamente colpito e ferito: il dramma e la tragedia  dei meninos de rua. La dedica è per uno dei più grandi scrittori brasiliani: Jorge Amado. Grazie anche a un presidente come Lula la vita per tanti di questi bambini, grazie al cielo, è cambiata.

«Non  conosco il mio nome, non servono nomi tra la gente di strada, nelle notti di fango, sudore, sangue, urina. Non servono nomi quando devi soltanto nasconderti e i tuoi rifugi sono fogne e scatole di cartone e altri senza nome scappano, urlano, chiedono pietà a chi pietà non conosce. Vivo per le strade di San Paolo e ho l’età dei vostri figli. I vostri figli che vi vedono arrivare ogni sera, e conoscono il pranzo e la cena, il calore di una carezza, il vestitino della festa. L’ultima carezza l’ho ricevuta ieri notte dal manganello di un poliziotto, proprio qui all’altezza del fegato. Vattene, piccolo bastardo, vattene o ti ammazzo, carogna. E mi è andata bene, era un poliziotto buono, non mi ha ucciso, non mi ha seviziato. Non è andata meglio a Mariana, sorpresa mentre cercava del cibo nella spazzatura, l’hanno presa in quattro, con le divise e gli stivali lucidi. L’hanno violentata, picchiata, le hanno spezzato le mani, così non cercherai più da mangiare piccola e stupida puttana. L’hanno trovata il giorno dopo, all’ombra di un grattacielo. Ehi, questa qui non sta dormendo, questa chi è morta, ehi voi, toglietela di mezzo, passano i bambini di qui. Non è andata meglio a Marieta venduta per pochi cruzeiros a un ragioniere italiano, che l’ha tenuta schiava in uno squallido motel di periferia. Marieta ha l’età della figlia del ragioniere, solo che non sa come sono fatte le bambole e i libri di scuola e le domeniche al mare, con i castelli di sabbia coperti dalle onde. Marieta conosce soltanto il peso degli uomini sopra di lei, che le chiedono di muoversi, di dire che è bello, che non hanno mai goduto così, e le figlie di quegli uomini non devono mai fare tardi la sera, fermarsi a parlare con il ragazzino della porta accanto. Le figlie di quegli uomini mangiano gelato alla frutta e passeggiano mano nella mano con le loro madri. Papà tornerà presto, è fuori per lavoro, porterà nuovi regali, bamboline dai vestiti colorati. Papà in quel momento sta sfregiando il corpo fragile di Marieta. Non è andata meglio a João Paulo, che al posto di un rene ora ha una lunga cicatrice. Non è stato difficile prenderlo mentre cercava nella colla da falegname un po’ di felicità, non è stato difficile addormentarlo, aprirlo, ricucirlo, ridargli la colla del falegname e ributtarlo in mezzo alla strada, sotto quella pioggia che niente cancella. Mi hanno detto che da qualche parte, chissà dove, esiste un mondo migliore, io conosco solo questo, il peggiore dei mondi possibili. È di nuovo buio, stanno gridando, sento dei passi».

Leggi anche

Are you sure want to unlock this post?
Unlock left : 0
Are you sure want to cancel subscription?
-
00:00
00:00
Update Required Flash plugin
-
00:00
00:00