Meloni e la prova della stampa: dialogo, rivendicazioni e qualche scivolone

Politica estera, sicurezza, giustizia, economia: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha risposto a quaranta domande nella conferenza stampa di inizio anno con i giornalisti. Un confronto senza particolari difficoltà, segnato da toni generalmente pacati ma anche da momenti di nervosismo e da affermazioni che hanno incrinato il clima disteso dell’incontro

Oscar Buonamano

La sala dei Gruppi parlamentari della Camera è piena già un’ora prima dell’inizio. Centocinquanta giornalisti occupano ogni spazio disponibile, tra conversazioni a bassa voce, portatili aperti e appunti riscritti più volte. Quando mancano pochi minuti alle undici, il brusio si spegne. Resta il suono secco delle tastiere: il lavoro che precede le parole del potere.

Giorgia Meloni entra alle 11:06. La conferenza stampa di inizio anno, organizzata come di consueto dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e dall’Associazione della Stampa Parlamentare, segue un rituale rodato: quaranta domande estratte a sorte, nessun contraddittorio, due ore di esposizione continua. È uno spazio controllato, e la presidente del Consiglio lo abita con sicurezza.

L’intervento introduttivo del presidente Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Bartoli, è dedicato ai cronisti uccisi nel 2025, alle minacce, agli attentati, alla fragilità dell’autonomia dell’informazione, all’equo compenso. Meloni risponde subito, con toni istituzionali e pacati. La postura è aperta, la voce misurata. È l’immagine di una leadership che non ha bisogno di alzare il volume per occupare la scena.

Le domande scorrono rapide: politica estera, Venezuela, Stati Uniti, Groenlandia, NATO, Gaza, Ucraina. L’Italia e il mondo, il mondo e l’Italia. Nella prima parte dell’incontro la premier non mostra cedimenti. Rivendica il ruolo internazionale del Paese, si dice favorevole a riaprire il dialogo con la Russia, in linea con la posizione di Emmanuel Macron, e insiste sull’interesse nazionale come bussola dell’azione di governo.

Il primo cambio di tono arriva con la sicurezza urbana. Qui la voce si fa più incisiva e compare il dissenso verso la magistratura, in particolare rispetto alla decisione della Corte d’Appello di Torino sul caso dell’imam di San Salvario. È uno dei nervi scoperti dell’incontro: la giustizia come terreno di frizione tra poteri dello Stato.

Si torna a Gaza, alla prospettiva dei due Stati, poi di nuovo all’Italia. Sul referendum sulla giustizia Meloni indica una data possibile 22 e 23 marzo 2026e chiarisce che una eventuale sconfitta non metterà in discussione la tenuta del governo. La stabilità resta l’obiettivo dichiarato, quasi ossessivo.

Economia reale, occupazione, salari, automotive. I dati sull’occupazione diventano l’argine retorico a un quadro più complesso. Sull’ILVA le risposte restano interlocutorie, mentre sull’emergenza abitativa arriva un annuncio: un piano da 100 mila alloggi a prezzi calmierati nei prossimi dieci anni. È uno dei pochi momenti in cui il futuro entra nella stanza con una cifra concreta.

Lo scarto più evidente avviene sul Venezuela. Alla domanda sulla condizione del popolo venezuelano, la risposta si trasforma in un attacco diretto alla sinistra, accusata di essere «sempre dalla parte sbagliata della storia». È uno scivolone che interrompe il tono disteso dell’incontro e introduce una frattura: il linguaggio del conflitto dentro un contesto che fino a quel momento era rimasto istituzionale.

Il momento di maggiore irritazione arriva più tardi, quando una giornalista chiede conto del diritto internazionale e del ruolo degli Stati Uniti. Meloni apre con un riferimento personale, alle polemiche sull’accatastamento della sua abitazione. È l’unica vera perdita di controllo emotivo della mattinata. Poi rientra nel ruolo, citando il presidente della Repubblica e tornando alla difesa dell’interesse nazionale.

Il resto della conferenza procede senza scossoni: carceri, fine vita, famiglia, Piano Mattei, rapporti con il Quirinale, ipotesi sul futuro politico suo e dei familiari. Su tutto, una cifra costante: rispondere a tutto, concedere poco, non arretrare mai.

Alla fine, più che le singole risposte, resta un’immagine complessiva. Giorgia Meloni esce dalla conferenza senza ferite visibili. Ha tenuto il campo, ha controllato il tempo, ha gestito le tensioni. Solo in tre passaggi – magistratura, sinistra, vita privata – il controllo si è incrinato. È lì, forse, che si intravede il limite di una leadership costruita sulla disciplina del linguaggio: quando il racconto si avvicina troppo alla persona, la voce cambia.


Questo l’elenco completo delle testate e dei giornalisti sorteggiati che hanno posto le domande.

Messaggero, Sciarra Ileana. Sky tg 24, Bonini Andrea. Reuters, Vagnoni Giselda. Repubblica, Ciriaco Tommaso. Rtl 02,5, Ciapparoni Alberto. Dire, Perrone Nicola. La Verità, Camilletti Flaminia, Tg3 Rai, Matano Jacopo. Askanews, Acquaviti Barbara. Milano Finanza, Sommella Roberto. Radio24, Fiorito Elisabetta. Adnkronos, Atte Antonio. Il Tempo, Romagnoli Edoardo. Tg5 Mediaset, Sterpa  Sebastiano, Ansa, Cappelleri Paolo. Manifesto, Carugati Andrea. Tg2 Rai, Di Stefano Giulia. Domani, De Benedetti Francesca. Tg1 Rai, Maesano Francesco. Corriere della Sera, Galluzzo Marco. Radio Radicale, Palazzolo Lanfranco. RaiNews24, Martelloni Gabriele. La Stampa, Lombardo Ilario. La Presse, Gasbarri Ronny. Il Fatto Quotidiano, Salvini Giacomo, Huffington Post, Olivo Federica. Il Sole 24 ore, Perrone Manuela. Avvenire, Iasevoli Marco, Tg La7, Sardoni Alessandra. Agi, Conte Luigi. Il Giornale, Scafi Massimiliano. Tgcom 24, Pozzi Francesca. Radiocor, Miglietta Vincenzo. Il Secolo d’Italia, Delle Donne Valter. Gr Rai, Ionta Federica. 9Colonne, Santi Simone. Tv2000, Cantelmi Augusto. L’altra Voce d’Italia, Fusani Claudia. Bloomberg, Mancini Donato Paolo. Espresso, Turco Susanna.


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