Mio “nonno” Gozzano, crepuscolare atipico e la passione per la Juventus

Darwin Pastorin

Italo Cucci, il mio amato primo direttore, metà degli Anni Settanta, ai tempi del mitico settimanale Guerin Sportivo, in un colloquio sul Guerino, diventato mensile da tempo, rispondendo a una domanda di Ivan Zazzaroni su calcio e letteratura, e parlando di Gianni Brera, dice: «il Giovanni s’apparecchiò Guido Gozzano (da mie ricerche nonno di Darwin Pastorin) e da quel delizioso verso – “Donna mistero senza fine bello” – Brera scambiando solo Donna per Calcio rese fascinoso il Mistero. Buffo, l’avrebbe poi detto Dario Fo, l’altro giullare che compariva a Cesenatico al capanno del Conte Rognoni».

Divertito, telefonai a Cucci (al suo buen retiro di Pantelleria): «Sono il nipote di Gozzano». E lui, ridendo: «Perché tu sei un suo nipote letterario! Ma ti ricordi? Quando sei venuto in redazione a San Lazzaro di Savena, ti ho subito detto: sei un tipo gozzaniano e crepuscolare. E tu mi hai, così, svelato la tua passione per il poeta delle “buone cose di pessimo gusto”. Avevo già capito molto di te». E io devo ringraziare il professor Stefano Jacomuzzi per quel suo corso su Guido, durante le stagioni universitari a Lettere (Palazzo Nuovo, Torino): fu la nascita di un amore poetico.

Oggi finalmente tutti hanno capito l’importanza rivoluzionaria del cantore de L’amica di Nonna Speranza. Crepuscolare per definizione, ma in realtà un innovatore: per giunta nelle stagioni di Giovanni Pascoli e, soprattutto, di Gabriele D’Annunzio, il Vate del Superuomo, dell’Io esagerato, delle imprese eroiche. Eugenio Montale fu tra i primi, e tra i pochi, a capire l’importanza di Gozzano, che scavalca e rovescia D’Annunzio «per approdare in un terreno suo», lui «che entrò nel pubblico familiarmente con le mani in tasca». Guido, dopo averlo apprezzato, «cancella» Gabriele, con un taglio netto: «Oggi l’alloro è premio di colui che tra clangor di buccine s’esalta, che sale cerretano alla ribalta a far di sé favoleggiar altrui».

Guido Gozzano, capovolgendo il canone tradizionale, il romanticismo ancora imperante o il decadentismo in voga, concepisce una nuova poetica: porta nelle sue rime il dialogo e il dialetto, confessa l’incapacità di amare, con distacco, con un sorriso amaro, e mette in un angolo le donne fatali, mute e irraggiungibili; interrompendo la cascata di rose sulle beatrici stilnoviste. Canta gli amori ancillari e la Signorina Felicita, così «Sei quasi brutta, priva di lusinga». E poi gli dobbiamo la rima più folgorante della letteratura italiana: camicie con Nietzsche! E siamo nel 1905. Paragonai quella rima (in un convegno ad Alessandria, per ricordare il professor Stefano Jacomuzzi) alla imprevedibile finta di Mané Garrincha, la sbilenca ala destra brasiliana, l’angelo dalle gambe storte. Mi aspettavo fischi e rimproveri da parte dei docenti presenti: ricevetti l’abbraccio di Claudio Magris e Gian Luigi Beccaria «per l’originalità del paragone».

Ma Gozzano fu anche uno dei primi tifosi della Juventus! Seguitemi.

Guido fu un amante degli sport, pur non potendoli praticare per la tisi che lo colpì ragazzo, mettendogli al fianco «la Signora vestita di nulla», giorno dopo giorno («Soffro la pena di colui che sa / la sua tristezza vana e senza mete»): si interessò di ciclismo, di pattinaggio su ghiaccio e di boxe. Ma a me piace pensarlo nel 1905, nel piccolo stadio di Agliè, il suo rifugio agreste, mentre segue un’amichevole tra l’Ivrea e Madama, campione d’Italia per la prima volta.

Il professor Giorgio De Rienzo mi parlò, così, di una segreta simpatia del buon Guido per i bianconeri. Eccolo, quel pomeriggio (mi va di immaginare), applaudire una parata di Durante, un passaggio di Barberis, un tiro al volo di Squair. Per poi tornare, lentamente, verso Villa Meleto, accompagnato dall’odore di «un gracile corimbo di primule fiorite». Sì, «Gozzano mistero senza fine bello!».

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