Ricordare è resistere, non soltanto raccontare come ci insegnò Luis Sepúlveda. Nelle mie lunghissime stagioni da inviato speciale ho avuto la grazia e il bene di conoscere campioni del football dotati di classe, cuore, generosità. In quel tempo, così poetico, di un pallone romantico.
Sì, c’era una volta il calcio delle persone forti e umili, fuoriclasse che conoscevano il per favore e il buongiorno, che si fermavano a parlare con i tifosi, che non rifiutavano un autografo, una foto, una stretta di mano, una pacca sulla spalla. Uscivano dal campo di allenamento e camminavano verso lo spogliatoio tra gli abbracci e il calore e i colori della gente. Giocavano con le maglie di flanella senza sponsor e quello che davvero contava era la tecnica, non il fisico e la tattica. Il dribbling era la magia, il colpo di tacco la meraviglia.
Sì, c’era una volta il calcio che vivevamo, soprattutto, attraverso le voci della radio, ogni cosa era illuminata dalla fantasia, immaginavi i tuoi beniamini in azione e ripetevi le loro gesta nella tua cameretta con una palla di carta avvolta dal nastro adesivo.
C’era una volta, sui giornali sportivi e anche su quelli politici, il racconto del pallone. Leggevi quelle firme preziose (Giovanni Arpino, Vladimiro Caminiti, Gianni Brera, il giovane Gianni Mura, per dire) e capivi che lì cominciava una nuova poesia, una nuova letteratura. Recuperavi l’epica e il mito.
C’era una volta il calcio: la domenica della buona gente, dopo la messa alla mattina, il rito laico dello stadio al pomeriggio, le partite cominciavano alla stessa ora e le curve scintillavano di bandiere e passioni; all’apparire dei calciatori dal tunnel degli spogliatoi l’allegria si faceva boato.
Semplicemente, recuperando quei giorni, così lontani e così vicini, ripenso spesso a Gaetano Scirea (scomparso il 3 settembre 1989), Giacinto Facchetti (che ha consumato il suo passo d’addio il 4 settembre 2006), Claudio Olinto de Carvalho detto Nené (morto a Cagliati il 3 settembre 2016) e Paolo Rossi, un fratello (volato in cielo il 9 dicembre 2020).
Ho avuto la fortuna di conoscere questi quattro assi, dentro e fuori il campo. Ho avuto la fortuna di essere loro amico. Ora voglio rendere omaggio a quella persona senza macchia di Nené, l’angelo giocatore.
Fu un centrocampista e attaccante dai piedi buoni e dalla testa alta, giocò al fianco di Pelé e Sormani nel Santos, disputò una stagione nella Juventus prima di finire al Cagliari e conquistare quello straordinario, favoloso scudetto del 1970, come nobile ed elegante paladino di Gigi Riva, il breriano Rombo di Tuono.
Se n’è andato in silenzio, dopo una malattia che gli aveva consumato, vigliaccamente, il fisico e il cuore. Lo ricordo una sera alla scuola Holden di Torino, con la sua gentilezza, quel suo stare sempre un passo indietro, come accade alle persone davvero garbate, senza maschere. Narrò della sua vita, dei suoi sogni, di come gli piaceva insegnare i segreti del pallone ai ragazzi, che dovevano, prima di tutto, essere educati e rispettosi. Lo rividi una decina di anni fa, per caso, mentre pranzavo con mio figlio Santiago in un ristorante affacciato sul mare luminoso di Cagliari: ci abbracciammo forte, si scusò, qualche parola, poi riprese il suo cammino.
Don Chisciotte accompagnato dalle tante nostalgie, dalle memorie del passato: quando tutta un’isola, al semplice pronunciare del suo nome, si alzava in piedi e gli batteva le mani. Io gli dico ancora oggi: grazie. Grazie Nené, per essere sempre stato te stesso. Senza mai un minuscolo peccato di presunzione o arroganza. Senza mai perdere quel tuo sorriso, così malinconico e così autentico.
