In questo giorno in cui il calcio è riuscito a produrmi, nonostante la mia età piuttosto matura, un grande dispiacere, mi torna in mente un libro, forse il più bel libro scritto sul calcio. Si intitola Selvaggi e sentimentali ed è una raccolta di testi del grande scrittore Javier Marìas pubblicati in parte sul quotidiano El Paìs.
Lo so, ne parlo sempre e chiedo scusa se qualcuno ha già dovuto sorbirsi la mia citazione, ma è troppo importante. C’è un capitolo che ha un titolo bellissimo: Le veloci eternità.
Che cosa sono queste realtà definite da questa sorta di ossimoro. Sono i quadrienni che passano tra un mondiale di calcio e il successivo. Un arco temporale molto particolare, diverso nella percezione a seconda della generazione e della nazione a cui si appartiene. Per la generazione spagnola di Marìas, in gioventù quelle veloci eternità furono una pena, un continuo rinvio di speranze all’appuntamento di quattro anni dopo, a sua volta finito in una cocente delusione con la nazionale spagnola che per tutti gli anni Sessanta e Settanta esce di scena al primo turno del torneo o addirittura non si qualifica neppure.
E poi c’è l’aspetto della generazione, dell’età in cui si vivono quelle attese, quelle speranze, quelle gioie o delusioni. Perché l’eternità che passa dal dramma della sconfitta con la Corea del Nord e l’epopea di ItaliaGermaniaquattroatre o l’eternità che separa l’indignazione per l’arbitraggio di Moreno dal trionfo di Berlino 2006 hanno velocità diverse se vissute a diciotto o a sessant’anni.
A differenza di chi ha già vissuto gran parte della sua vita, il ragazzino timido che a quattordici anni magari ha pianto al gol di Pak Doo-ik (il calciatore nordcoreano che ha segnato la rete dell’1-0 che elimino l’Italia dai Mondiali di calcio del 1966 in Inghilterra) è un diciottenne pieno di vita la sera, anzi la notte di «Riva Riva Riva gol»; il teenager spensierato che ha mandato a quel paese Moreno è un giovane adulto quando Bergomi e Caressa gli gridano «andiamo a Berlino, andiamo a Berlino».
Ecco perché quello che abbiamo perso ieri sera su quel campetto dove si poteva vedere la partita anche dai balconi dei condomini sovrastanti (e comunque complimenti ai valorosi calciatori bosniaci!), quello che hanno perso i giovani che non hanno mai visto e ancora non vedranno la nazionale azzurra al mondiale non è una cosa da poco, il frutto di una lettura retorica.
Il mondiale di calcio non è solo uno spettacolo, una gara, ogni mondiale è un rito, un rito di passaggio generazionale, una festa di inizio estate, fine della scuola, ammucchiate davanti alla tv come nel finale di Febbre a 90° di Nick Hornby o in piazza con il maxischermo, notti magiche con bandiere sulla cinquecento decapottabile e clacson spiegati, abbracci e baci e magari qualche colpo di fulmine. In confronto a tutto ciò non c’è Sinner, Antonelli o Tamberi che possano reggere.
Ecco c’è una generazione che non ha avuto tutto questo. Non è retorica, non è nostalgia, è una cosa seria, serissima, una perdita culturale tra le tante che segnano il nostro tempo.
Di chi è la colpa? Sarebbe troppo lunga un’analisi vera. Mi resta una suggestione, un’immagine.
Quella del campetto di Zenica, vecchio, malandato al punto da non poter accogliere certe tecnologie essenziali, con le zolle che si sollevavano e gli abitanti dei condomini vicini che potevano vedere la partita gratis. È in un luogo così, obsoleto che abbiamo perso, forse senza neppure meritarlo, la partita decisiva, noi che ogni domenica ci beiamo dei successi del Como con una squadra di tutti stranieri, con un allenatore straniero e una proprietà straniera e un glamour che sprizza dalle divise, dalle scarpe, dalle tribune piene di vip, noi che aspettiamo l’abbattimento del vecchio San Siro per avere un nuovo San Siro con ristoranti, supermercati e forse una spa. E intanto aspettiamo anche il mondiale del 2030, un’altra attesa, una veloce eternità.
