Come sempre accade in queste circostanze e come era prevedibile anche la morte di Pippo Baudo è presto diventata un oggetto di confronto acceso. Da un lato le celebrazioni e gli omaggi al grande personaggio sui quotidiani e sulle tv, dall’altro le riserve, i dubbi, le critiche anche pesanti diffuse sui social. Il tema del confronto si può sintetizzare con una formula già proposta con successo in altra occasione: fu vera gloria?
Provo a rispondere ripescando nella memoria tre episodi non particolarmente celebri nella lunga carriera di Baudo che mi hanno colpito e che mi paiono significativi per definire la sua figura.
Il primo risale agli anni Novanta, all’epoca della Rai dei professori e del trasferimento di alcuni personaggi televisivi dalla tv alla politica. Nel corso di un programma di prima serata (francamente non ricordo il titolo) Gianni Riotta, dandosi il tono di chi sta per fare uno scoop, chiede a Baudo se anche lui intende intraprendere quella strada.
Assolutamente no, la risposta. Perché? Lo incalza Riotta.
Perché troverei fuori luogo sentire un annuncio di questo tipo: e ora dal teatro Ariston l’onorevole Pippo Baudo presenta… Basterebbe rinunciare a Sanremo, obbietta il giornalista. Ma a me piace fare quello, chiude ogni discussione Pippo. In quelle poche parole c’è molto, se non tutto, di Baudo. Per lui la televisione non è una professione da svolgere nel migliore dei modi (Mike Buongiorno), uno strumento di contatto con il modo (Enzo Tortora), la tv è una passione, un gioco nel senso più nobile della parola, quello dell’homo ludens, un sacro fuoco, come si usa dire per gli uomini di teatro.
Ecco il secondo episodio. Siamo a Perugia, nei primi anni del secolo a un festival molto interessante che non esiste più (si chiamava Imaginaria), dietro le quinte del teatro Morlacchi in attesa di andare in scena con un talk sulle tendenze della tv. Si chiacchiera e Baudo, forse ispirato dalla bellezza di quel luogo, tiene banco con una serie di racconti che hanno come riferimento costante il teatro, storie di attori, registi, corpi di ballo, impresari. Mi sembra di capire una cosa fondamentale: la sua idea di televisione, il suo modello rimane il teatro. Siamo in quegli anni in cui l’intrattenimento televisivo sta cambiando, in cui a fare spettacolo è la gente comune, la realtà senza messa in scena, il reality. Ma la sua tv resta quell’altra, quella della rappresentazione, quella recitata, quella teatrale. Poi, è ovvio. alcune delle sue recite sono venute bene e altre meno, ma della fedeltà a un certo modello nobile, in tempi in cui prevaleva un’altra linea, non si può dubitare.
Ed eccoci a un altro punto dello scontro: la qualità di un prodotto che deve essere popolare, anzi nazional popolare, visto che una volta tirato in ballo Gramsci, non si può sfuggire.
Ultimo episodio, sempre nel primo decennio del 2000. Baudo partecipa a un programma all’interno del quale conduce un quiz. Si tratta di uno di quei quiz volanti in un luogo all’aperto, in cui i concorrenti sfilano velocemente rispondendo a una domanda. Il gioco si articola sulle lettere dell’alfabeto e siamo arrivati alla V. Regista del Gattopardo, chiede Baudo a un giovanotto un po’ svagato, che tentenna, non sembra capire bene di cosa si stia parlando, un regista con la V iniziale, insiste Baudo. Finalmente la risposta: Vanzina. Baudo va su tutte le furie e lo congeda con un «Si vergogni!» di cui mi colpisce la sincera indignazione.
Capisco un’altra cosa: la televisione nazional popolare di Baudo non è il cinema di Visconti (e neanche la letteratura di Tomasi di Lampedusa) ma è una cosa proposta a una nazione dove ci sono stati Visconti e Tomasi di Lampedusa. E di questo deve essere cosciente.
