Prima del calcio di rigore: l’epica del portiere da Buffon a Peter Handke

Darwin Pastorin

Sì, ho deciso di prendete l’arpa in mano e cantare, tra gloria e abisso, il Numero Uno. Il ruolo più poetico e maledetto del gioco del calcio, come ben sapete, voi che con pazienza mi seguite, è quello del portiere. Il portiere non sente il passare degli anni, l’usura del tempo, la gloria non gli pesa e le fatiche non lo travolgono e non lo stravolgono. È destinato a entrare nell’epica del football.

«Stare in porta», d’altra parte, ha sempre significato qualcosa di particolare, persino di letterario. Si esibirono tra i pali Camus, Nabokov (che per primo parlò dell’estremo difensore e dell’aquila solitaria), Evtušenko, Kapuścinski, Alberto Bevilacqua (che parò un rigore, durante un allenamento,  al numero uno del Grande Torino, Valerio Bacigalupo), Sandro Veronesi. Hanno scritto di portieri Peter Handke (Joseph Bloch, che era stato un estremo difensore di qualche fama, è il protagonista di Prima del calcio di rigore), Osvaldo Soriano narrò Il rigore più lungo del mondo con l’indimenticabile el Gato Díaz, per non parlare di Primo Levi che ne La tregua racconta di un portiere polacco «uno spilungone biondo, dal viso emaciato, dal petto concavo e dalle mosse indolenti di apache». E Jorge Amado scrisse una novella per i bambini, La palla innamorata con il giovane Go-gol a farla da padrone. Per non dire dei portieri della poesia Goal di Umberto Saba (quello «caduto alla difesa» e l’altro, quello della formazione che ha segnato: «La sua gioia si fa una capriola, si fa baci che manda di lontano. Della festa – egli dice – anch’io son parte»).

Higuita, Chilavert, Zoff, Buffon, Zenga sono campioni che sembrano usciti da un romanzo, Che Guevara giocava in porta ed era abile nel parare i rigori (rileggete questa storia in Independiente Sporting di Mauro Berruto, Garrincha Edizioni), Pelé quando non si potevano sostituire i giocatori per infortunio era il dodicesimo del Santos. Veludo sognava navi e gabbiani come Maqroll il Gabbiere e Abdul Bashur, usciti dalla penna magica di Álvaro Mutis, il maestro di Gabriel García Márquez.

Io ho scritto di Moacyr Barbosa, l’eroe tragico condannato all’emarginazione, al disprezzo e alla dimenticanza dai due gol subiti nella partita decisiva della Coppa Rimet del 1950 a Rio de Janeiro. Giuliano Terraneo (ex Torino, Milan e Lecce) scriveva poesie e venne elogiato dal filosofo Gianni Vattimo: «Ci sono rimandi a Maurizio Cucchi».

Gigi Buffon non è stato solo un campione: è un personaggio che ha narrato, con le sue prodezze, un romanzo ricco di passione, di avventure, di colori, di cadute e di risalite, di trionfi, di Coppa del Mondo e di Serie B, di scudetti e di coppe internazionali, di tiri a colpo sicuro deviati con un guizzo, con un colpo d’ala. La porta di Buffon, mi viene da pensare, è come la biblioteca infinita di Borges, tra magia, immaginazione e finzione.

Scrisse il numero uno della Juventus nella prefazione al mio I portieri del sogno: «Il portiere non c’è niente da fare, è un predestinato… portiere lo sei… non lo diventi… portiere lo sei dentro… lo sei nella vita quotidiana… lo sei fra i banchi di scuola… in mezzo agli amici. Il portiere è una figura che agli occhi degli altri è coraggiosa, impavida, matterella, carismatica, e forse anche un po’ immatura». E, così, diciamo, parafrasando Guido Gozzano: «Portiere, mistero senza fine bello!».

Il Buffon della letteratura americana è Bret Anthony Johnston. Il suo romanzo, Ricordami così (traduzione di Federica Aceto, Einaudi Stile Libero Big) è un capolavoro che ti prende il cuore, l’anima e le vene. Cosa succede quando un figlio sparito, Justin, ricompare dopo quattro anni? Cosa succede nella famiglia Campbell, nel padre Eric, nella mamma Laura, nel fratello Griff e nel nonno paterno Cecil? Johnston ci porta dentro l’angoscia, l’abisso, il dubbio, la speranza, ci lascia senza fiato pagina dopo pagina. E, come Buffon con il pallone, respinge ogni nostro tentativo di sviare, di mollare la presa, di cercare una via di salvezza, di non farci coinvolgere. E alla fine della partita, all’ultima pagina siamo ancora lì, travolti dai tanti, troppi «perché?».

Leggi anche

Are you sure want to unlock this post?
Unlock left : 0
Are you sure want to cancel subscription?
-
00:00
00:00
Update Required Flash plugin
-
00:00
00:00