Certo, è fin troppo facile in giorni come questi leggere la scomparsa di Robert Redford come un addio a un’America che non era più la sua, un’uscita di scena da un mondo che non poteva amare. Lui, paladino nei personaggi interpretati nei film, in molte delle sue regie e anche nella vita di un’altra America, dei valori di democrazia, di uguaglianza, di pace ben diversi da quelli di Charlie Kirk e anche di chi gli ha sparato.
La sua era l’America di chi cerca la riappacificazione dopo i più terribili conflitti (Corvo rosso), l’America bohemienne del Greenwich Village (A piedi nudi nel parco), l’America libertaria dove un giovane della più ricca borghesia o un cinico giocatore di poker sono travolti dalle passione per una giovane ebrea comunista (Come eravamo) o addirittura per una guerrigliera castrista (Havana), l’America dei giornalisti coraggiosi, di chi non si accontenta delle versioni ufficiali e vuole scoperchiare truffe e inganni, l’America di chi fa il suo dovere con senso di giustizia e lealtà nei confronti delle istituzioni. E qui i film da citare, interpretati o diretti, sarebbero tanti, da La caccia fino a Quiz show.
Ma c’è uno di questi personaggi che in questo momento ci torna più di tutti gli altri alla memoria e che dobbiamo celebrare come omaggio al suo interprete che ci ha lasciato. Si chiama Joseph Turner, il Condor. Non solo perché il film di cui è il protagonista, I tre giorni del Condor, è forse il più bello dei film interpretati da Redford, di sicuro il più spettacolare, ma per un particolare che molto hanno dimenticato.
In quel terribile intreccio di doppiogiochismo (anzi triplo o quadruplogiochismo) che è la storia portata sullo schermo da Sidney Pollack, Turner è un impiegato della CIA che ha inviato ai suoi superiori un dossier che si è perduto nel nulla. E da lì, dall’incomprensibile massacro di tutti colleghi della sua sezione a cui lui è scampato per un caso fortunato, che cominciano le sue peripezie fatte di trappole, agguati, scontri a fuoco e anche qualche piacevole incontro. Tutte situazioni che il nostro eroe riesce ad affrontare da par suo con sagacia e con la previdenza di consegnare un resoconto dei fatti al New York Times, perché – si sa – «è la stampa, bellezza».
Ma cosa conteneva quel rapporto iniziale alla base di tutti gli omicidi, le peripezie, i doppi giochi? Un piano preparato da un funzionario corrotto per far scoppiare in Medio Oriente una guerra che serviva al controllo dei flussi petroliferi. Eccolo! Il controllo del Medio Oriente, sempre destinato a generare deviazioni, trame oscure, stragi, cinquant’anni fa come oggi.
E ora chi si assumerà il rischioso compito di rivelarle all’opinione pubblica al posto del Condor/Redford?
