Un po’ scherzando ma anche con una certa convinzione, nelle discussioni tra amici cinefili, sostengo una tesi: i cineasti napoletani, quel gruppo di autori cresciuti nella rinascita culturale della città di cui sono stati anche in parte artefici, quei registi ora di grande prestigio nazionale e internazionale che si sentono debitori nei confronti della città che li ha cresciuti e che si possono ormai definire come scuola napoletana, dovrebbero attenersi a una regola. Per realizzare opere all’altezza del loro talento sarebbe meglio evitare di fare film dedicati a Napoli, con temi, storie, personaggi, ambienti napoletani.
Solo quando si allontanano da quella ispirazione fanno davvero dei capolavori. La mia convinzione esce fortemente rafforzata dalla visione di La grazia. Entrato in sala con un certo timore – gli ultimi due film di Sorrentino mi avevano non solo deluso, ma irritato – ne sono uscito felice, entusiasta per la bellezza del film e anche un po’ per la conferma della mia teoria.
Sorrentino, infatti, questa volta, dimentica sia le esasperazioni pittoresche delle napoletanità che appesantivano È stata la mano di Dio, sia tutto il prevedibile simbolismo partenopeo dell’omonimo film.
Il suo undicesimo film, tanto nella costruzione figurativa delle inquadrature, quanto nella scansione del racconto, propone un rigore, un’essenzialità, una sobrietà che lo avvicinano alle prime esperienze del regista, gli indimenticabili Le conseguenze dell’amore o L’amico di famiglia.
Ovviamente in questo caso, questa scelta si coniuga con l’altra sua vocazione antica, il desiderio di raccontare i grandi personaggi pubblici: Andreotti, Berlusconi e ora forse Mattarella. Diciamo forse, perché l’identificazione del protagonista del film con l’attuale Presidente della Repubblica resta nel vago o meglio dell’incerto ed è un’incertezza che giova alla qualità dell’opera. Da un lato, infatti, non mancano i riferimenti alla figura di Mattarella: la vedovanza, la presenza costante nella sua vita della figlia, la fede cattolica, il tono riflessivo, pacato nell’affrontare i problemi ed esprimere le opinioni. Dall’alto lato, però, mancano del tutto la somiglianza fisica e l’imitazione degli atteggiamenti esplicite nella ricostruzione dei protagonisti di Loro e Il divo. A cui si aggiunge in La grazia l’assenza di riferimenti a fatti o situazioni della biografia pubblica e privata di Sergio Mattarella.
Anzi sembra che il regista (e sceneggiatore) giochi a inserire elementi – la firma della legge sul fine vita, la tribolata decisione di concessione della grazia a due detenuti, il tradimento dell’amata moglie, l’amicizia con l’esuberante critica d’arte – che smentiscono la possibile identificazione e tendono a fare di Mariano De Santis un personaggio di pura fantasia senza alcun legame con l’attualità.
Un gioco, questo del suggerire un’ipotesi per poi negarla, estremamente divertente e acuto che sfocia felicemente nella dimensione peculiare che caratterizza tutto il film, quella del paradosso. Un paradosso che comincia dai nomi così smaccatamente allusivi dei personaggi (Dorotea, Labaro…); si consolida in alcune memorabili scene tra l’assurdo e l’iperrealistico, come la visita al Quirinale del primo ministro portoghese funestata dal temporale o l’adunata dei vecchi alpini; si insinua tra le pieghe della complicata soluzione dei dubbi sulla concessione della grazia; esplode infine nella scelta del doppio finale. A quello canonico con le didascalie che ci informano sul destino dei vari personaggi, Sorrentino ne fa seguire un altro del tutto inatteso, contrapposto e straniante, con l’amica geniale irruente giornalista che, invitata a cena dall’ormai ex presidente, prevenendo le sue ossessive domande sul tradimento della moglie, gli rivolge un invito in una forma, diciamo così, irrituale.
