Stefano Benni o della ricerca perenne della libertà

Pier Giorgio Ardeni

Mentre piangiamo il buon Stefano Benni che non è più tra noi, non possiamo non riandare alle tante storie che ci ha lasciato, perle di comicità e leggerezza, saggezza e malinconia, sempre dense di una satira che non è mai cinica né cattiva. Da Terra! (1983) a Comici spaventati guerrieri (1986), da Stranalandia (1984) a Baol (1990), da La Compagnia dei Celestini (1992) a Elianto (1996) a Margherita dolcevita (2005), nei suoi romanzi e scritti ci sono mondi che sono sempre trasfigurazioni di un presente sempre più difficile, ostico e ostile, che non lascia spazio alla fantasia dolce di questo lupo d’appennino.

Perché Stefano Benni – Lupo, sin da quando bambino vaga per i boschi della montagna – era figlio di quell’Appennino aspro che nel dopoguerra conosce l’abbandono e lo sviluppo che gli passa sulla testa, con strade e autostrade che lo attraversano e i monti che tornano a farsi selvatici, abbandonati dai montanari che se ne vanno a valle in cerca di lavoro.

È stato scritto molto di lui, sui giornali e i social. Tanti hanno qualcosa da dire e raccontare, che li lega a Benni, che testimonia quanto sia stato capace di farsi amare, di parlare a molti. E non è facile scriverne, lui che avrebbe condensato un ricordo in una frase. Scrittore prolifico, scriveva per dare sfogo alla sua fantasia dirompente e dissacrante, che smontava senza ammaccare, che criticava senza cattiveria. Romanzi, racconti, poesie, teatro, saggi.

Per quelli della nostra generazione, Benni fu da subito quello del Bar Sport, il libro pubblicato da Mondadori nel 1976 che lo renderà famoso ma solo ex post, in cui la bolognesità grondava per farsi universale: dal cinno (il ragazzino) del bar che ha una carta da gioco nei raggi della bici, alla citatissima pasta Luisona sempiterna nella bacheca, al Bovinelli esempio magno di tutti i ciappinari (bricoleurs). Per noi di Bologna, ancorché ragazzi, era quella la vita che vedevamo nei bar degli adulti e quella rimarrà finché non arriveranno i taglieri e i dehors, senza più gli umarell a popolarla. E Benni rimarrà sempre uno di noi, uno di Bologna, che, per quanto assurto a scrittore nazionale, resterà sempre un minore, nella sua grandezza, uno del luogo. Minore come saranno Gianni Celati o Ermanno Cavazzoni o finanche Roberto Roversi, grandissimi, della loro stessa pasta.

Stefano Benni, pur nato a Bologna, era di quei Benni di Monzuno – ce ne sono tanti, tutti montanari e chiusi – sull’Appennino, un paese dove la guerra indugia a lungo nell’autunno-inverno 1944-45 e che nel dopoguerra vede passare il boom economico di striscio. Nel suo più bel romanzo di formazione, Saltatempo, si ritrova Lupetto che gira per i boschi e osserva i lavori che sventrano il paesaggio per farci passare l’Autostrada del Sole, rimanendone estraniato. Lupo ci passa l’infanzia a Monzuno, registra e incamera la sua visione del mondo, le magie del bosco e i racconti della gente dei monti, su quei crinali dove l’altro Lupo, il partigiano Mario Musolesi, aveva messo insieme la Brigata Stella Rossa che sarà una spina nel fianco di tedeschi e fascisti. E Lupo è il nome che ricompare più volte nelle sue opere, come il professor Stephen Lupus di Stranalandia, il magnifico zoo con i disegni di Piero Cuniberti, o Luca Lupetto di Comici spaventati guerrieri.

Benni lo ritroviamo a Bologna tra le firme del quotidiano Il foglio di Luigi Pedrazzi, in quegli anni Settanta di fuoco, e poi a fare il direttore responsabile di Radio Città, la radio libera del movimento che in città sopravvive a Radio Alice. Scriverà poi per il manifesto, di cui diventa una firma stabile – i suoi articoli saranno raccolti in tre volumetti: Il Benni furioso (1979), Spettacoloso (1981), Il ritorno del Benni furioso (1986). Pubblicherà racconti e scritti – da Bar Sport (1976) a Bar Sport duemila (1997), da Il bar sotto il mare (1987) a La grammatica di Dio (2007) – e poesie – Prima o poi l’amore arriva (1981) a Blues in sedici. Ballata della città dolente (1998) – e poi saggi – da non perdere Leggere, scrivere, disobbedire, conversazione con Goffredo Fofi (1999) – e per il teatro.

Due cose vanno sottolineate di Stefano Benni. La prima è che è sempre rimasto profondamente bolognese e montanaro d’Appennino, nonostante la città lo abbia sempre amato con riserva («questa città non ama gli irregolari»).

Divenuto uno scrittore noto e autore di best-seller, anche quando poi scriveva per il mainstream come Repubblica o L’Espresso, resta bolognese e radicale, alternativo (se così si può dire). E, forse anche per questo, scrittore minore.

Così scriveva alla fine del 2013 a Mattia, attivista No Tav incarcerato: «Da tua madre vengo a sapere del tuo momento difficile. Non ti conosco. Ma ho avuto la tua età e mi sono ribellato, e ho provato rabbia e ho conosciuto, anche se per breve tempo, la prigione militare. Non ho nessuna lezione da darti, se non questa: quando ero chiuso in caserma, leggevo, parlavo con i miei compagni, scrivevo. Tutto, pur di non sprecare il mio tempo, pur di non darla vinta a chi mi aveva privato della libertà».

Ci sono suoi lavori sconosciuti e introvabili di cui parla di quell’ansia di libertà e di opposizione all’ingiustizia, come Non siamo stato noi, pubblicato dalla gloriosa Savelli nel 1978, o certe sue poesie e canzoni come Ahmed l’ambulante, messa in musica dai Modena City Ramblers, o Lamento del mercante d’armi.

Ed è questa la seconda cosa da sottolineare. Oggi tutti ne parlano come di uno scrittore noto, che appartiene a tutti, perché ha saputo farsi amare da molti. Ma Benni rimase sempre autore scomodo, contro. Mai amico del potere, né possibilmente catturato dalla politica o dal successo, fu sempre profondamente politico e critico, graffiante, sfuggente, indipendente. Ridurne o nasconderne questo aspetto non gli rende giustizia. In tanti associano Benni alla fantascienza in quanto autore di Terra!, un bel romanzo, ma c’è un altro capolavoro fanta-distopico, che è Baol, il cui sottotitolo è Una tranquilla notte di regime. Stefano si fa beffe del nostro tempo consumistico e vuoto, di questa Italia triste e povera come quando descrive la ricca e corrotta Gladonia ne La Compagnia dei Celestini. Gladonia, Tristalia, Usitalia sono i mondi che riecheggiano nella feroce e malinconica messa a nudo del nostro paese di oggi.

Il suo era un mondo, popolato da personaggi strampalati ma autentici, espressi con lingua viva e originale (non a caso fu amico dello scrittore francese Daniel Pennac e fu Benni a convincere la casa editrice Feltrinelli a tradurre in italiano i primi libri di Pennac). Un mondo duro, dove a vincerla sui soprusi è la fantasia, l’irriducibile impossibilità a farne parte.

Per questo lavorò con Dario Fo, Paolo Rossi e Viola Simoncioni, autori e attori certo non mainstream, che presero parte al film Musica per vecchi animali (1989) diretto da Umberto Angelucci, tratto dal suo romanzo Comici spaventati guerrieri. Oppure con il primo Beppe Grillo, nel film da lui sceneggiato, Topo Galileo (1987), di Francesco Laudadio, con musiche di Fabrizio De André e Mauro Pagani.

Nel 2007 portò un suo spettacolo all’interno del Laboratorio Crash! a Bologna, rendendo omaggio all’opera di Andrea Pazienza, esibendosi in un reading affabulatorio della storia di Pompeo accompagnato dalla musica di Camilla Missio. Sul palco del Crash!, Benni ci tornò volentieri negli anni, una volta accompagnato da Davide Riondino e anche da Freak Antoni.

Il 30 maggio 2013, tre giorni dopo che gli studenti si erano ripresi Piazza Verdi mandando via la polizia, emozionò tutte e tutti raccontando della sua Bologna del ’77. Piazza Verdi, Benni la conosceva bene ed era sempre disposto a difenderla, come quando nel 1996 (all’inizio delle campagne antidegrado) dichiarò: «io non ho paura passando in Piazza Verdi ma quando c’è il Motorshow», ribaltando così la narrazione in voga sui modelli di città. Lasciò anche la sua firma in via Avesella (che già era stata sede di Lotta Continua), dove agli inizi degli anni Ottanta diresse le pubblicazioni di Antitesi, rivista politica legata al Centro di Iniziativa Comunista. Una testimonianza di come Bologna, in quegli anni, fu laboratorio ricco di esperienze di conflitto e alternativa sociale, come il Movimento degli studenti, con le sue criticità, gli Indiani metropolitani e la rivista A/traverso di Franco Berardi Bifo e gli altri. Esperienze a cui Benni partecipò.

Stefano Benni è stato uno dei nostri. Ora che Lupo non c’è più non possiamo che piangerlo e rileggerlo, sapendo che ha aperto gli occhi di molti e tenuto il cuore caldo di tante e tanti.

Racconta Lupetto/Saltatempo: «Di una sola cosa ero consapevole: la forza fondamentale di quell’universo era l’attrazione per la libertà, che risucchiava tutti a velocità folle. C’era chi resisteva attaccandosi alla zavorra delle vecchie idee o alla catena della paura, ma altri, a migliaia, volavano in questo nuovo spazio, alcuni imbarcati su comode astronavi, altri cavalcando comete e allucinazioni, altri in missione di guerra contro gli alieni del Sistema».

Noi restiamo in cerca di libertà, contro gli alieni del Sistema, ancora spaventati guerrieri e non più comici, purtroppo. Grazie, Stefano, per essere stato anche tu parte della nostra storia.

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