Tra memoria e oblio: le città invisibili e il futuro della città

Quarant’anni fa, il 19 settembre 1985, moriva Italo Calvino, scrittore, giornalista e saggista. I suoi libri continuano ad animare il dibattito pubblico

Antonio Alberto Clemente

Le città invisibili di Italo Calvino è ormai un classico della letteratura. Un libro inesauribile, a più di cinquant’anni dalla sua pubblicazione conserva intatta la forza di rivelare nuove prospettive di lettura per architetti, urbanisti, filosofi e lettori di ogni genere. Inesauribile perché sempre aperto al futuro.

Un libro che ha resistito a tutte le metamorfosi culturali mantenendo intatta la sua capacità di parlare a generazioni diverse, di rispondere a domande differenti, di porre nuove questioni. Resiste perché è adattivo.

Attraverso forma, linguaggio e struttura è riuscito a caratterizzarsi per un’identità dinamica slegata dal passato in cui è stato scritto. Dinamico perché parla della città contemporanea. Queste straordinarie qualità hanno permesso al libro di continuare a interrogare ogni lettore sul potere, e sul ruolo, dell’immaginazione come strumento per comprendere il mondo. Un itinerario che ha molteplici direzioni, tre le principali.

Il castello dei Pirenei di René Magritte (1959) è l’immagine scelta per la copertina della prima edizione di Einaudi (1972). Un’immagine paradossale e poetica: un enorme masso che fluttua nell’aria sopra il mare, sormontato da un castello. Fermo immagine di una caduta non ancora avvenuta? Oppure esiste uno spazio che sfida le leggi della fisica e della logica, creando un mondo dove l’immaginazione prevale sulla realtà concreta?

Non c’è una risposta esatta, solo possibili ipotesi. Probabilmente la grandezza del quadro e delle città descritte da Marco Polo a Kublai Khan sta proprio in questo, lasciare al lettore ogni iniziativa.

Quasi a metà de Le città invisibili, c’è un dialogo che simbolicamente regge l’intera narrazione, e che rappresenta una chiave interpretativa fondamentale anche per le discipline del progetto.

«Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.
Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, – risponde Marco, – ma dalla linea dell’arco che esse formano.
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: – Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che m’importa.
Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco».

Qui Calvino affida all’architettura una lezione universale: costruire ponti. Il progetto deve saper mettere in comunicazione spazi diversi piuttosto che separarli; deve costruire luoghi di passaggio e non limiti oltre i quali non c’è transito; deve praticare l’attraversamento in opposizione all’idea di recinto. Come insegna il rapporto tra il concio di chiave e le altre pietre dell’arco, l’architettura deve essere, anche, mutuo soccorso. Deve agevolare la coesistenza tra identità e differenza; tra individuo e comunità; tra ospite e straniero. La città deve favorire le relazioni; facilitare i rapporti tra le persone; aprire alla molteplicità degli incontri.

La terza direzione è quella che porta il lettore a convincersi che le città non esistono solo come entità fisiche, visibili, concrete ma anche come proiezioni interiori che prendono forma all’interno della mente e dell’esperienza umana. Questa seconda modalità di esistenza della città non è di minore importanza rispetto alla prima: è indispensabile. La proiezione interiore è la premessa, necessaria, per ogni trasformazione della città.

Ed è a tale proposito che Calvino introduce un’idea che attraversa l’intero libro: «quale bisogno o comandamento o desiderio abbia spinto i fondatori di Zenobia a dare questa forma alla loro città, non si ricorda, e perciò non si può dire se esso sia stato soddisfatto dalla città quale noi oggi la vediamo, cresciuta forse per sovrapposizioni successive dal primo e ormai indecifrabile disegno».

L’urbe non ritrova il suo genius loci perché occorre accettare che la città è un continuo oscillare tra memoria e dimenticanza, tra tutela e valorizzazione, tra ciò che è stato e ciò che sarà, o potrebbe essere. Ecco perché, forse più correttamente, bisognerebbe dire che se le città fossero solo una traduzione tridimensionale, senza alcuna proiezione interiore, sarebbero destinate a rimanere sempre uguali a sè stesse.

In questo intreccio di immagini e visioni che nasce il libro Biografie di città. L’invisibile di Calvino, un invito a proseguire il dialogo con un’opera inesauribile, a scoprire nuove chiavi di lettura, a guardare la città reale con gli occhi dell’immaginazione.

Con scritti di Silvio Perrella (Preludio per un prisma di sguardi), Antonio Alberto Clemente (Le città inesauribili), Federico Bilò (Pensieri dell’occhio. Realtà e immaginazione ne Le città invisibili), Caterina Palestini (I disegni per le città invisibili di Calvino), Alberto Ulisse (L’immagine del viaggio ne Le città invisibili), Oscar Buonamano (La città di Calvino: invisibile, analoga, felice).


Per chi volesse approfondire:
Antonio Alberto Clemente (a cura di), Biografie di città. L’invisibile di Calvino, Lettera Ventidue, Siracusa 2025

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