Dieci anni senza Umberto Eco: i suoi romanzi abbaglianti e ironici e onirici, il suo leggere le vicende dell’attualità con lenti sempre speciali e particolari, mai sfuocate. Giornate intense per ricordarlo: la sua Alessandria, La Nave di Teseo di Elisabetta Sgarbi, che è stata la sua ultima casa letteraria, convegni, riletture, saggi, valanghe di aneddoti e di memorie personali o collettive, l’inaugurazione a Milano della Passeggiata Umberto Eco nel verde del Castello Sforzesco: così come si conviene per un autore che ha dato e continuerà a dare lustro alla nostra cultura e al nostro orgoglio.
Non ho avuto la fortuna di conoscerlo, ma anch’io conservo una mia piccola storia, tra Asunciòn, Milano e Torino. Questa è una vicenda di calcio, letteratura e passioni. Un racconto quasi surreale che (forse) avrebbe entusiasmato Osvaldo Soriano e Eduardo Galeano.
Parla di un portiere paraguayano (José Chilavert) e di un immenso scrittore (Umberto Eco). Siamo nel 1994 alla vigilia della Coppa Intercontinentale tra gli argentini del Vélez Sarsfield e il Milan di Paolo Maldini e Franco Baresi.
Telefonai, alla vigilia del match, a Chilavert, portiere paraguayano del Vélez, giocatore intellettuale. Sognava di diventare presidente della Repubblica, e nel 2022 si è candidato per davvero, senza fortuna, e con una inaspettata caduta di stile omofoba, di combattere l’ingiustizia e la povertà. Nel tempo libero andava a incontrare studenti, operai ed emarginati accompagnato dal più grande narratore della sua nazione: Augusto Roa Bastos.
Eccoli insieme, a parlare di pallone e di libri, ma anche di libertà, di uguaglianza, di tolleranza: il giovane idolo degli stadi e l’anziano intellettuale costretto, per anni, dalla dittatura all’esilio, l’autore di quel Figlio di uomo che è uno dei capolavori della letteratura sudamericana.
José ha sempre amato leggere e ha sempre coltivato il sogno della politica, dicevamo, intesa come bene collettivo, per arrivare, diceva, a una parità sociale. Rifiutò, con sdegno, la proposta di Lino Oviedo, ex generale golpista, di schierarsi con il Partito nazionalista. Non voleva saperne di quelle persone che stavano di nuovo spingendo il Paraguay sul baratro dell’orrore. Per questo, decise di mettersi al fianco di Roa Bastos: di quell’uomo che non si era mai rassegnato al dolore della sconfitta, che scriveva per le anime nude, per i ribelli, i sognatori e i fuggitivi.
Il portiere, osannato dai tifosi, capitano della Nazionale, aveva scelto, il suo leader: l’uomo che non aveva mai chinato la testa davanti all’arroganza e alla violenza del potere, che usava le parole contro le armi, che conosceva l’alfabeto della fatica, della dignità, della sofferenza. Chilavert divenne il compagno di strada e di utopie dello scrittore. Per un Paraguay diverso, non più nelle mani di pochi e crudeli, ma aperto alla gente, a nuove idee, a progetti proiettati al futuro e non ancorati al passato.
Augusto Roa Bastos è morto nel 2005, lasciando un vuoto immenso in tutto il continente latino-americano.
Ma torniamo a quel 1994, alla vigilia della sfida con il Milan di Fabio Capello (vinsero i paraguayani 2-0, rigore di Trotta e sigillo decisivo di Asad). Parlammo a lungo, José mi confidò le sue speranze: per il football, tra l’altro realizzava molte reti su punizione e su rigore, come il colombiano Higuita e il messicano Campos, era amico del rebelde Maradona, e per il suo Paraguay.
Mi chiese un favore: «Sono un estimatore di Umberto Eco, un autentico fuoriclasse della letteratura. So che è uscito in Italia il suo ultimo romanzo, L’Isola del giorno prima. Mi piacerebbe averlo, con una sua dedica. Puoi farlo?». Gli dissi di sì, che avrei fatto il possibile. «Guarda, che ci tengo molto. Eco è uno dei miei miti».
Mi rivolsi a Paola Brambilla della Bompiani. «Un portiere paraguayano legge Eco? È stupendo. Proprio in questi giorni Umberto presenta il suo libro, ti farò avere una copia autografata per Chilavert».
Dopo pochi giorni, mi arrivò a casa L’Isola del giorno prima. «A José, da Umberto Eco». Così, semplicemente. Andai alla posta e inviai il prezioso pacchetto.
Chiamai Paola per ringraziarla. «Com’è andata?». Paola sorrise: «Ho detto: Eco, questa copia è per José Chilavert», «Chilavert?». «È il portiere del Paraguay». «Umberto è rimasto in silenzio, ha preso il libro, lo ha firmato».
