Alex Langer, cittadino onorario di Sarajevo

Gigi Riva

Seppur tardivo, arriva alfine un riconoscimento di diritto che, per chi lo ha conosciuto, gli apparteneva già di fatto. Alex Langer, il prossimo 6 aprile, data cruciale per la Bosnia Erzegovina perché nel 1992 scoppiò la guerra, diventerà cittadino onorario di Sarajevo. I timbri e i protocolli del municipio arrivano dopo la richiesta dell’ambasciata italiana sposata dal sarajevese che più assomiglia ad Alex, il generale di Jovan Divjak, serbo d’origine ma difensore della capitale, completamente impegnato sia durante il conflitto sia nella precaria pace successiva, a promuovere i valori della necessità della convivenza, della diversità come ricchezza, dell’altro come prossimo.

L’ambasciatore Nicola Minasi, e piace qui ricordare il meraviglioso lavoro svolto nei Balcani da un giovane e appassionato diplomatico italiano, ha definito l’onorificenza «un risarcimento». Termine quanto mai appropriato. Risarcimento postumo.

Langer si tolse la vita il 3 luglio del 1995, poco prima del massacro di Srebrenica, della seconda strage del mercato, alfine della fragile pace di Dayton. E se è irrispettoso indagare i motivi troppo intimi di un gesto estremo, è invece cronaca ricordare che fino all’ultimo giorno le sue energie di cinquantenne erano state spese a favore del martoriato Paese imploso, la ex Jugoslavia, per reclamare la pace. Una pace da raggiungere con metodi eterodossi rispetto al pensiero della gran parte dei suoi compagni politici, i Verdi, attestati sulla linea di un pacifismo aprioristico. Langer auspicava un intervento internazionale che ponesse fine ai combattimenti, alle carneficine di civili, agli assedi di stampo medievale. Un’azione militare che portasse alla riduzione del danno, sulla scia di papa Giovanni Paolo II, di altri intellettuali come Adriano Sofri che invano da tempo reclamavano la stessa soluzione.

I mesi successivi si sarebbero peritati di dargli ragione se bastarono alcuni bombardamenti mirati per obbligare al dialogo i serbi aggressori, fino al trattato che, nel novembre del 1996, sancì l’addio alle armi.

Alex non c’era più in quel giorno di canti e balli per le strade di una Sarajevo liberata dall’incubo dei cecchini e delle granate. E se la sua assenza ha impedito alle nuove generazioni di riconoscergli la primogenitura di tante posizioni poi rivelatesi corrette, la sua opera è rimasta nella mente e nei cuori di chi aveva avuto la fortuna di apprezzare il suo lavoro indefesso, la sua lucidità di pensiero e di analisi, il suo idealismo niente affatto sterile ma coniugato con le contingenze. Un po’ sognatore e molto pragmatico, Langer si era immaginato una nave che solcasse il mare Adriatico con persone di tutte le etnie in conflitto per propagandare l’obbligo di continuare a vivere insieme. Quella che, in altri tempi, avremmo definito un’operazione di controinformazione, visto che le orecchie potevano ascoltare, dai media delle varie Repubbliche, solo messaggi che incitavano alla divisione, al primato dell’etnia, della propria religione, della propria cultura.

Nella sua biografia di germanofono altoatesino, dunque uomo di confine che ben conosceva i pericoli dell’etnocentrismo, era già evidente il percorso che avrebbe seguito quando temi analoghi si fossero riproposti in altri luoghi del pianeta. Salvate le differenze perché i paragoni sono tutti zoppi, quanto avveniva al nostro confine orientale aveva assonanze evidenti con le problematiche del confine nord, la sua terra d’origine. Dove pure aveva suscitato clamore la sua esclusione dall’elezione per il sindaco di Bolzano a causa del rifiuto di dichiarare la propria appartenenza etnica al censimento.

Come a dire: ciascun uomo vale per ciò che è, per le idee che promuove, non perché è determinato da una nascita.

Il suo orizzonte era un Continente dove non ci sarebbe stata cittadinanza per il nazionalismo. Non per caso il suo ultimo scritto, durante il Consiglio europeo di Cannes (26-27 giugno 1995) dove aveva fatto parte di una delegazione al cospetto dei capi di Stato e di governo per perorare la causa della Bosnia, ha per titolo «L’Europa muore o rinasce a Sarajevo». L’Europa è ancora malconcia, Sarajevo pure. E tuttavia c’è un monito lasciato nel biglietto d’addio che ci obbliga a non disperare: «Continuate in ciò che è giusto».


Il disegno che accompagna l’articolo è di Marilena Nardi.

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