Complotto contro L’America: una storia esemplare

Mario Orsini

In questi giorni di enorme calura estiva Sky Atlantic, il canale delle prime tv seriali, ha messo in onda una bellissima storia con due caratteristiche di fruizione inusuali, un film in 6 puntate con la possibilità di visione completa sulla piattaforma on line secondo i nuovi principi del dogma dello streaming.

È un peccato che il suo lancio sia coinciso con un momento dell’anno di così forte distrazione dal mezzo tv, ma merita lo stesso una riflessione accurata sia per la qualità delle ricostruzioni e della recitazione sia per l’origine letteraria del prodotto che gli conferisce una personalità e una raffinatezza di assoluto livello.

Si tratta come sempre di prodotti realizzati da Hbo (Home Box Office), tv americana specializzata nel raccontare storie in serie.

Si tratta di Complotto contro l’America. Sei puntate che raccontano il realizzarsi di un catastrofe, la vittoria di Charles Lindbergh alle elezioni presidenziali americane del novembre del 1940 e relativa fine della democrazia, attraverso la lente d’ingrandimento di alcune storie familiari e individuali.

Non è una storia distopica, piuttosto una storia ucronica fortemente simbolica di come le comunità umane possono restare vittime di abbagli (i populismi) se non si possiede una vera e salda comunione di destino.

Charles Lindbergh al tempo era un vero e proprio eroe nazionale americano. Primo trasvolatore in solitario senza scalo dell’Oceano Atlantico e vittima di una grande tragedia personale, come la morte del figlio piccolo oggetto di rapimento.

Questi due eventi, intorno a cui tutta l’America di allora si era stretta, avevano reso un pilota coraggioso un vero e proprio eroe moderno del nuovo mondo.

Qui entra in gioco il genio di Philip Roth. Nel 2004 scrive una storia Il complotto contro l’America e cambiando alcuni fondamentali elementi di una storia vera rende universale il messaggio di pericolo che ogni popolo corre. Mischia le carte, mischia finzione e realtà, per far capire cosa succede alle persone scegliendo una strada piuttosto che un’altra.

È sempre lo straordinario intreccio tra storia collettiva e storie individuali.

Nelle elezioni presidenziali americane del novembre 1940 Franklin Delano Roosevelt (presidente uscente, democratico vero e padre del famoso New Deal) gigante della storia americana si scontra con Lindbergh, candidato repubblicano, per il seggio presidenziale (falso perché il vero candidato a quelle elezioni è stato il repubblicano Wendell Willkie).

Siamo in piena seconda guerra mondiale, la Germania nazista sembra inarrestabile nei suoi progetti di conquista dell’Europa e l’eroe aviatore si batte per impedire l’ingresso dell’America nel conflitto essendo un estimatore del regime di Hitler.

Roth usa Lindbergh per far capire che sarebbe successo se avesse vinto un candidato di quel tipo.

Le prime due puntate della serie, quelle relative alla campagna elettorale prima della sorpresa, si sviluppano intorno alla lenta e inesorabile trasfigurazione dei valori, il protagonista non crede sia possibile che Roosevelt possa perdere eppure intorno a lui appaiono inquietanti una serie di segnali che spiegano la nuova biologia sociale alle porte.

A me ha ricordato il romanzo La peste di Albert Camus nell’impatto individuale e particolare che una grande tragedia collettiva può avere sul singolo individuo e di come accade che il morbo si diffonda.

Dalla terza puntata in poi la storia viaggia verso la vittoria inaspettata di Lindbergh e la tronfiezza che porta con sé la conquista del potere.

Nel protagonista Hermann Levin e nella moglie Elisabeth/Bessie tutto ciò aumenta il desiderio di restare a combattere un ambiente che non riconoscono più.

La sorella di Elisabeth, Evelyn si fidanza con un rabbino legato a Lindbergh. Cominciano le lacerazioni che si generano tra parenti nella stessa famiglia, Alvin contro lo zio Hermann, Elisabeth contro la sorella Evelyn, Hermann contro il primogenito. Cominciamo gli atti vandalici antisemiti sulle tombe nel cimitero ebraico della città. I primi tentativi velati di opportunità di deportazione degli ebrei da un parte all’altra.

Tutti i destini individuali vengono cambiati, tutti nessuno escluso.

Alvin decide di fare qualcosa contro i nazisti e si arruola nell’esercito canadese dato che quello americano è neutrale. Tornerà con una gamba in meno e con molte ferite invisibili in più.

Hermann perderà il lavoro per aver rifiutato di trasferirsi con la famiglia in un stato rurale del sud, a parole bucolico e serafico, ma in realtà infestato di neonazisti del Ku Klux Klan.

Infine nella quinta e nella sesta ed ultima puntata si assiste a quello che succede a tutte le rivoluzioni. Partono borghesi e diventano radicali per purezza dei fini, per esigenza di conflitto, per volontà dei leader, per bisogno di sangue.

C’è una frase nel quinto episodio che Hermann, il protagonista quello in cui tendiamo ad immedesimarci, dice: «Questa è l’America andiamo in Tribunale», a proposito del suo tentativo di resistere. Poco dopo un amico gli dirà, «I cosacchi ci sono, sono là fuori».

Restare o andare tipico di ogni regime in cui il singolo cittadino se non si piega diventa un nemico.

Infine l’esplosione definitiva che con un termine da anni 70 diremmo «sono arrivati i carri armati nelle strade».

L’odio è come le foglie secche in attesa di una scintilla e questa storia in sei puntate è una meravigliosa metafora universale sulla fragilità della democrazia e di come la si possa distruggere pensando che badare alla propria famiglia sia sufficiente per essere un buon cittadino.

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