Il clima dopo Dubai. La Cop28 tra luci e ombre

È qualche giorno che i riflettori sulla Cop28 di Dubai si sono spenti. Dopo due settimane in cui le politiche climatiche hanno tenuto banco, occupando finanche i Tg nazionali, il tema è nuovamente archiviato fino a nuovo ordine. Con un testo finale che contiene per la prima volta la necessità di abbandonare le fonti fossili e poco altro, il risultato di Dubai non soddisfa molti.

Marica Di Pierri

La ventottesima conferenza delle parti sul clima delle Nazioni Unite si è svolta negli Emirati Arabi Uniti dal 30 novembre al 13 dicembre. La Cop è la riunione annuale dei Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici ed è il luogo in cui, anno dopo anno, i leader del mondo si riuniscono e discutono fino a tarda notte nel tentativo di vincolarsi a vicenda per ridurre le emissioni di gas serra.

Il copione cambia in parte, e in parte resta lo stesso. A cambiare sono gli attori, a volte le posizioni. A restare invariati sono il presupposto e l’obiettivo. Ogni anno, prima dell’inizio del summit, vengono pubblicati alcuni dei più rilevanti report scientifici in materia climatica. Ogni anno il tono è più allarmato e allarmante. Ogni volta le evidenze raccolte raccontano di indicatori climatici in peggioramento, di emissioni che aumentano, di impegni nazionali di riduzione ampiamente insufficienti a centrare l’obiettivo stabilito a Parigi nel 2015 e consacrato nello storico accordo che della capitale francese porta il nome e che è architrave della governance climatica globale.

Quest’anno gli auspici con cui l’appuntamento apriva erano particolarmente nefasti. Il Paese ospite è il 7° produttore mondiale di petrolio e il 6° per emissioni di Co2 pro-capite, il presidente un petroliere, il sultano Al-Jaber, la cui nomina nel gennaio scorso aveva causato un vespaio di polemiche e legittime preoccupazioni, mai sopite neppure durante i lavori.

La Cop dei record
Di certo, è stata una Cop dei record. Quasi 100.000 delegati, il numero più alto mai registrato (sarebbe interessante calcolare l’impronta climatica di un così massiccio spostamento di persone, non certo tutte utili allo scopo, ma questa è un’altra storia). Oltre 2.400 i lobbisti dell’oil&gas, il quadruplo di un anno fa. Pochissimi invece gli attivisti, anche questo un record, in negativo: le imponenti misure di sicurezza e la lunga storia di violazioni di diritti umani negli Emirati hanno stimolato una diffusa campagna di boicottaggio del summit da parte di associazioni ecologiste e movimenti per la giustizia climatica. Molti di essi hanno scelto di disertare del tutto l’appuntamento e di incontrarsi dall’altro capo del mondo, in Colombia, dove dal 5 al 10 dicembre si è svolta la Earth Social Conference.

Un avvio col botto
Per stupire con effetti speciali, già dall’inaugurazione della Cop il presidente si era intestato la svolta nell’attesa messa a punto del fondo Loss and Damage annunciando lo stanziamento di 420 milioni per sostenere perdite e danni dovuti agli impatti climatici nei Paesi più poveri. A versare le quote iniziali Emirati, Germania, Italia (con 100 milioni), Regno Unito (con 76 mln) mentre Usa e Giappone hanno contribuito, rispettivamente, con 17,5 e 10 mln.

Dopo decenni di attesa si tratta di una novità importante, ma il contributo resta episodico e volontario, inoltre il suo ammontare è grandemente insufficiente. Anche se alla fine della Cop i fondi stanziati sono sensibilmente aumentati, l’ordine di grandezza necessario si calcola in miliardi di dollari. Secondo l’UNEP, tra il 2000 e il 2019 le perdite e danni a causa del clima hanno cumulato un costo di 2.800 miliardi di dollari, circa 16 milioni l’ora.

Cosa c’è nell’accordo finale?
Se l’esordio è stato salutato con una standing ovation, i giorni successivi sono stati meno facili. Si è a lungo temuto non fosse possibile trovare alcun accordo. Invece pur con oltre 24 ore di ritardo, un accordo c’è stato. E un piccolo passo in avanti anche, salutato come storico ma che più che altro è miracoloso, visti i precedenti.

Certo è che testo finale è stata riconosciuta per la prima volta la necessità di «abbandonare i combustibili fossili nei sistemi energetici, in modo giusto, ordinato ed equo, accelerando l’azione in questo decennio critico, in modo da raggiungere lo zero netto entro il 2050 in linea con la scienza».

Bypassando la querelle tra phase out (uscita) o phase down (diminuzione) si è optato per l’inedita e vaga espressione transition away, a indicare l’accordo su un processo di transizione al 2050, troppo lento, che sconta più le pressioni dell’OPEC che le raccomandazioni della scienza.

Nel testo di 21 pagine trovano poi posto le energie rinnovabili con l’obiettivo di «triplicare la potenza installata di energie rinnovabili e raddoppiare il ritmo di miglioramento dell’efficienza energetica entro il 2030», e «accelerare le tecnologie a zero e basse emissioni, comprese, tra l’altro, il nucleare, il CCS in particolare nei settori difficili da abbattere, e la produzione di idrogeno a basse emissioni di carbonio».

Il ricorso (che si prevede massivo e decisivo) a tecnologie o soluzioni controverse per realizzare l’obiettivo della neutralità climatica è uno degli elementi critici di questa Cop. Nel documento si citano anche i sussidi alle fonti fossili, ma si aggiunge un vocabolo di troppo. «Eliminare gradualmente, quanto prima possibile, i sussidi inefficienti ai combustibili fossili che non affrontano la povertà energetica o le semplici transizioni». Inefficienti. Rispetto a cosa?

Per i paesi più vulnerabili agli impatti climatici così come per la società civile il risultato del summit è debole. «Non è ciò di cui c’è bisogno» è il commento più diffuso.

E il tempo stringe, visto che ci si rivede solo tra un anno intero a Baku, capitale dell’Azerbaijan.

Oxfam (una confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale, attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo) ha commentato il testo con queste parole «I Paesi ricchi hanno mancato ancora una volta i propri obblighi nel fornire aiuto alle persone colpite dagli impatti devastanti del cambiamento climatico. Ora i Paesi in via di sviluppo e le comunità più vulnerabili si trovano a fronteggiare non solo la crisi climatica ma anche maggiori debiti e crescente disuguaglianza, con meno aiuto, più pericoli, fame e privazioni».

La strada per la giustizia climatica è ancora lunga, e i passi che si potevano fare a Dubai dovevano essere decisamente più ambiziosi.


Per approfondire:  A Sud e EconomiaCircolare.com hanno curato uno Speciale Cop28 con approfondimenti, analisi, notizie e focus tematici sull’appuntamento.

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