Il latte dei sogni. Biennale arte 2022

Maria Letizia Paiato

L’appuntamento con l’arte è a Venezia dal 23 aprile al 27 novembre.

Cecilia Alemani, la curatrice, ha scelto dieci brevi storie illustrate da Leonora Carrington (John Senzatesta, Il piccolo George, Il bell’Humbert, Il mostro di Chihuahua, L’orribile storia dei pezzetti di carne, La crudele storia della camomilla, La storia nera della donna bianca, La gelatina e l’avvoltoio, La disgustosa storia delle rose, Il figlio dell’avvocato) e raccolte in The Milk of Dreams per impaginare la sua Biennale d’arte a Venezia.

Il mondo dell’arte e non solo, ovviamente non vede l’ora di tornare a invadere la laguna.

La forzata pausa pandemica sicuramente ha contribuito anche ad amplificare attese e curiosità, ma proprio per questo, muoversi impreparati non sembra appropriato. Gli spunti di riflessione su questa Biennale, anche di carattere etico e morale sono innumerevoli, ne elencherò alcuni di carattere tematico per offrire al lettore, non una guida alla mostra, ma utili suggerimenti a non perdersi nell’immenso zibaldone dell’arte.

Il tempo è trascorso e la memoria è breve, ma sarebbero da andare a rispolverare le modalità di nomina della Alemani da parte dell’allora uscente presidente Paolo Baratta che aveva proceduto lui stesso nell’indicazione della direzione del settore arti-visive.

L’Italia bacchettona aveva protestato e se sulle modalità di nomina ci sarebbe qualcosa da dire, non è certo la nomina in sé che può essere messa in discussione perché Cecilia Alemani ha una sua identità culturale già brillantemente mostrata nella curatela del Padiglione Italia nel 2017. È la prima donna italiana a dirigere la Biennale arte di Venezia, e ci auguriamo sia solo la prima di una lunga serie.

Ci interessa molto di più la sua formazione perché comprendendo cosa studia e di cosa s’interessa, si può ipotizzare cosa possiamo attenderci.

La sua scelta di citare nel titolo il libello della Carrington non può essere liquidata come una mera e banale citazione. Buona parte della produzione letteraria e pittorica di Leonora Carrington fa riferimento al contesto surrealista. Giovanissima si lega al surrealista Max Ernst, assai più anziano di lei, contravvenendo al conformismo del tempo. Sarà segnata, inoltre, dall’esperienza del manicomio.

Quando nel 1939, durante il conflitto tra Francia e Germania, Ernst sarà arrestato e poi internato in un campo di concentramento, la Carrington si traferirà in Spagna, dove verrà dichiarata pazza per finire in una clinica per malattie mentali in Sudafrica. Stabilitasi in Messico nel 1942, dopo avere accettato di sposare il diplomatico Renato Leduc, nonostante le pressioni di Ernst nel frattempo uscito di prigione e dal quale divorzierà, intraprende una nuova esistenza. Conosce e sposa il fotografo ungherese Emerico Imri Weisz e persegue in totale autonomia la propria produzione letteraria e artistica.

Quali sono i temi dei suoi libri?

Gioco, fiaba e sogno le parole d’ordine alla base della sua produzione che, filtrate dall’esperienza surrealista, si declina in ossessione, stranezza, atemporalità, indeterminatezza. Ciò che è brutto per lei diventa bello, il ributtante attraente, il diverso normale. Spesso ricorrono in lei immagini violente all’occorrenza edulcorate dall’uso che fa della satira e della caricatura per enfatizzare i caratteri della deformazione. Il tema della pazzia è altrettanto presente, ma raccontato e descritto in termini di creatività.

Un tema è quello dell’artista-donna, spesso rappresentata in forma di bambola o manichino e che tradisce una manifesta consapevolezza del ruolo della donna nella società e nel mondo dell’arte che vive confinata ai margini del dibattito culturale.

Conoscendo alcuni dati biografici e tematici della Carrington, la Biennale di Alemani già si appalesa più che interessante. A questo proposito, un breve ripasso delle precedenti edizioni potrebbe a questo punto essere utile.

Riflettiamo, innanzitutto sulla Mostra Internazionale di Architettura, appena conclusa, di Hashim Sarkis intitolata How will we live together? Qui, il nocciolo della questione era la dichiarazione di necessità di un nuovo contratto spaziale e la richiesta agli architetti di immaginare spazi nei quali potremmo vivere insieme. Non sarà sfuggito ai più, la forte e ritrovata affinità fra architettura e arte nella progettazione degli spazi urbani, resi al meglio anche da un deciso carattere delle installazioni.

Ripensando invece alla Biennale dell’Arte del 2019 di Ralph Rugoff, tutti ricorderanno certamente il fastidioso titolo May You Live In Interesting Times, un’espressione della lingua inglese a lungo erroneamente attribuita a un’antica maledizione cinese da interpretare come un augurio ironico che auspica periodi di incertezza, crisi e disordini: «tempi interessanti» appunto, come quelli che stiamo vivendo. Quasi un profeta si direbbe ora, pensando alla pandemia globale del 2020. I temi della politica, dell’etica, dell’ecologia, della tecnologia, erano stati allora maldestramente trattati all’insegna della dichiarata spettacolarizzazione, eccessiva e a tratti stucchevole. Tuttavia, se proprio la pandemia un merito può averlo avuto, è quello di aver messo in luce tale eccesso, sicché la percezione di un’arte fiction arrivata al culmine di una parabola ora in discesa, conferma le buone intenzioni di Hashim Sarkis nel chiedere agli architetti quali e come dovranno essere gli spazi del vivere del futuro.

La domanda agli artisti visivi non è così esplicita, ma è evidente che la suggestione organizzata da Alemani in sostanza chiede al mondo dell’arte di ragionare, oltre che sul proprio spazio privilegiato, cioè quello dell’immaginazione, sulla sua ricaduta in quello della realtà e del futuro, quello cui l’umanità tutta è chiamata a riprogettare e ripensare sé stessa, proprio a fronte dell’insostenibilità dell’attività antropica fuoriuscita dal vaso di pandora con il primo lockdown mondiale.

Potremmo affermare che il mondo dell’immaginazione, il fantastico nella visione di Alemani, diventa una sorta di specchio che riflette quello in cui viviamo, in cui il ragionare su classici opposti, come meccanico e vegetale, animato e inanimato, umano e non-umano, diventa un modo per vedere, con tutta probabilità, l’autentica realtà, o la nuova realtà, quella che qualifica una nuova espressione di umanità. Così, per quel che riguarda la storia dell’arte, una visione che finalmente rompe con quella ereditata dal romanticismo. Intendo dire che, se in passato la separazione dei linguaggi, dei saperi, le varie specializzazioni, nonché l’idea di genio e creatività, avevano dominato il mondo, oggi tale visione non è più percorribile nella misura in cui è necessario prendere atto della trasversalità, ibridazione, molteplicità di linguaggi, visioni e pratiche che accompagneranno il futuro, senza escludere il mercato, il che vale a dire che la dimensione fantastica potrebbe diventare la quotidianità.

Tuttavia, dal quel che si evince dalle dichiarazioni di Alemani, questo passaggio sarà mostrato gradualmente attraverso varie «capsule del tempo», progettate dallo studio Formafantasma di Andrea Trimarchi e Simone Farresin, all’interno delle quali saranno raccolte opere storiche e contemporanee, in modo da permettere all’osservatore di cogliere l’atmosfera delle varie temporalità. Infine, fatto tutt’altro che marginale, questa idea congiuntamente alla sua esperienza, dovrebbe rispondere al come immaginare nuove possibilità di intervento nello spazio pubblico, collettivo e condiviso e ai suoi possibili perché.

Ai Giardini ci sarà dunque una prima capsula del tempo: La culla della strega, dal titolo di un’opera di Maya Deren, dove saranno messe in luce talune manifestazioni legate ai movimenti delle Avanguardie del primo ’900, non solo Surrealismo dunque. Una seconda capsula sarà dedicata al rapporto tra corpo e tecnologia, e qui sarà dato spazio anche a un gruppo di artiste italiane degli anni ’60 dell’arte programmata e cinetica. Materializzazione del linguaggio, mostra curata da Mirella Bentivoglio alla Biennale di Venezia del 1978, sarà infine la terza capsula.

All’Arsenale, i temi graviteranno intorno al rapporto tra gli individui e la terra, perciò incontreremo una capsula dedicata alle nuove combinazioni tra umano e artificiale praticate nell’ultimo secolo.

Il latte dei sogni funzionerà come una sorta di grande cornice ideale, «un percorso – ha dichiarato la Alemani in sede di presentazione del progetto avvenuta lo scorso 6 febbraio 2022 – basato sulla rappresentazione dei corpi e le loro metamorfosi, la relazione tra individui e tecnologie, i legami tra i corpi e la terra». In un certo senso, dunque, il libro della Carrington è certamente uno spunto, una suggestione ma forse anche una convinzione per la Alemani che suggerisce di guardare il mondo e la sua complessità con gli occhi dell’arte, i più immaginifici possibili. Gli occhi che ci possono guidare a sondare le diverse sfaccettature della vita attraverso le metamorfosi dei corpi e delle diverse definizioni dell’umano.

Saranno tre le aree tematiche privilegiate: la rappresentazione dei corpi e le loro metamorfosi, la relazione tra gli individui e le tecnologie, i legami che si intrecciano tra i corpi e la terra.

Non vedo leggerezza e/o superficialità in questa operazione, ma semmai l’opportunità di ripensare la stessa Biennale che, oggi più che mai, ha bisogno di ripensare sé stessa, anche alla sua umanità.

Per ora sospendiamo il giudizio in attesa di vederla di persona.


Un po’ di numeri

1433 opere disseminate fra gli spazi dei Giardini e delle Corderie, 80 le nuove produzioni.

213 artiste e artisti provenienti da 58 nazioni.

5 i Paesi presenti per la prima volta alla Biennale Arte: Repubblica del Camerun, Namibia, Nepal, Sultanato dell’Oman e Uganda. Le Repubbliche del Kazakhstan, del Kirghizistan e dell’Uzbekistan, inoltre, partecipano per la prima volta ognuna con un proprio padiglione.

Affianca l’esposizione, il progetto Biennale College, ovvero il bando di partecipazione per la formazione artistica e gli stage, attraverso il quale quattro giovani artisti: Simnikiwe Buhlungu, Ambra Castagnetti, Andro Eradze e Kudzanai-Violet Hwami, presenteranno fuori concorso le proprie opere.

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