La Resistenza “umana” di Beppe Fenoglio

Lea Durante

Nel bel mezzo dello sfolgorante anniversario pasoliniano, resta un po’ sottotono il centenario di Beppe Fenoglio. Ma a un autore antiretorico per antonomasia non sarebbe dispiaciuto il sobrio, maturo e però sempre crescente interesse nei suoi confronti, quello che nel corso dei decenni gli ha avvicinato tanto pubblico, anche di giovani, da risarcirlo postumo delle lunghe traversie editoriali subite in vita.

La Resistenza raccontata da Fenoglio è cosa complessa, tribolata, spuria: inadatta alla costruzione di quel mito inattaccabile che un pezzo importante della cultura dell’impegno avrebbe voluto costruire per segnare nettissimo il discrimine tra fascismo e antifascismo, tra i cattivi e i buoni, dopo la fine della Seconda guerra mondiale e nell’esordio della vita repubblicana.  Così come complessa, intrecciata, concatenata è la sua produzione letteraria, un vero e proprio continuum narrativo in cui i personaggi (i partigiani Johnny e Milton, gli amori, gli amici, la famiglia), le situazioni (la Resistenza, le partenze, i ritorni), i luoghi (Alba e le Langhe) si fanno portatori responsabili di una narrazione lunga del fatto storico, cioè di una narrazione le cui spezzature editoriali (suggerite di volta in volta da redattori, editori, amici intellettuali) appaiono oggi più motivate da un’esigenza esterna di contenimento e di riduzione dell’impatto dei sentimenti, dei ragionamenti, delle  fragilità che da ragioni propriamente letterarie.

Apprezzatissimo da Calvino, forse non abbastanza incisivamente, Fenoglio dovette confrontarsi con la diffidenza e perfino l’ostilità di Elio Vittorini e di moltissimi intellettuali contemporanei, molti dei quali non hanno però superato con le loro opere la prova del tempo con la sua stessa energia e vitalità. Da I ventitré giorni della città di Alba (1952), fino a La malora, da Primavera di bellezza (1959) a Una questione privata, fino al tormentatissimo Il partigiano Johnny – per ricostruire il cui testo sono stati necessari, fino ad anni recentissimi, filologi e studiosi come Maria Corti, Dante Isella, Gabriele Pedullà –  ogni pezzo della produzione letteraria di Fenoglio ha dovuto scontrarsi con una visione della letteratura e del rapporto fra intellettuali e società troppo ideologica per comprenderne la grandezza.

Fenoglio fu uno scrittore atipico per la sua generazione: traduttore e amante della lingua e della cultura inglese, ma quasi mai lontano dalla sua Alba, e mai in visita in Albione; antifascista incrollabile per convinzione e per formazione e però capace di comprendere le contraddizioni della lotta partigiana; cultore della parola precisa, della lingua bella, ma mai riuscito a laurearsi in Lettere e impiegato invece in una azienda vinicola. Morto a soli quarant’anni per un cancro da fumo, Fenoglio non visse abbastanza da poter vedere lo sgretolarsi dei diktat culturali che lo avevano emarginato. Dalla fine della guerra fino alla morte, il suo affondo nella Resistenza è stato prima di tutto un viaggio nell’animo umano, antieroico e poeticissimo, costruito su personaggi indimenticabili, eppure apparentemente privi di doti speciali.

L’uomo di Fenoglio non è mai integralmente identificabile nel contesto che vive, ne costituisce anzi il rovello critico, la contraddizione, e in questo sta la sua dote speciale. Ai personaggi, sempre in bilico fra la tragicità della storia e la banalità inconfessabile della vita, fra la determinazione e la casualità, corrisponde un linguaggio fatto di sfumature, di accenni, di allusioni. E ai paesaggi parlanti spetta il compito di rappresentare atmosfere, sospensioni, accelerazioni.

Quell’inglese che Fenoglio praticava come una metalingua, erodeva e rinnovava dall’interno il testo italiano con neologismi, interpolazioni, incroci fantastici: un livello tutto da riscoprire oggi che l’inglese penetra con lessico tecnico e a volte improprio nella lingua comune in una forma solo passiva e convenzionale. L’inglese di Fenoglio era invece quello elisabettiano, prestato e ibridato alla storia sporca e paradossale della guerra civile, della lotta partigiana.

L’uscita recentissima di una nuova edizione de Una questione privata, con una bella introduzione di Nicola Lagioia, offre un’occasione di lettura a chi ancora non conosca questo romanzo che, a partire dal titolo, non poteva che apparire sacrilego al tempo della sua prima uscita. La Resistenza doveva essere pensata solo come fatto collettivo, come epopea vittoriosa. Fenoglio, invece, ha la capacità di narrare un privato sentimentale, quasi paradossale, senza smarrire nulla di quella epopea, così come ne Il partigiano Johnny ha la capacità di raccontare la responsabilità etica individuale senza mancare il nucleo storico di coralità e comunità certamente fondamentale per comprendere la Resistenza.

Certo, parlare proprio oggi di questi temi fa un po’ strano. Parole che sembravano consegnate alla storia improvvisamente hanno fatto irruzione in forma di presente in questo giorno del centenario fenogliano. Si vedono armi in mano a ragazzi che non ne avevano mai viste prima, ventenni e sessantenni che in una guerra fitta di cause partono per difendere la patria, si assiste a scene di strazio, di abbandono di case e di persone. I partigiani di Fenoglio, fra i molti che la letteratura ci ha consegnato, sono forse quelli che hanno più cose da dire a questa ennesima puntata dell’eterno ritorno della guerra: sono i più autenticamente in conflitto, in cerca, in dissenso. Sono i più sinceramente umani.

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