Quel che resta del nostro sguardo

Massimo Pamio

Nella settimana della 78a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, sono stati assegnati, dall’associazione culturale dei Papaboys, i Premi Different, a «coloro che ogni giorno fanno la differenza».

I destinatari, esponenti di spicco del mondo del cinema: il regista statunitense Dario Linus Acosta, autore di The Last Supper: the Living Tableau, il cortometraggio sull’ultima cena di Leonardo che ha riunito tre maestri della cinematografia mondiale, ciascuno vincitore di tre Premi Oscar: Vittorio Storaro, Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo; il produttore Santo Versace, la produttrice e regista Maria Berardi.

Tra quelli che contribuiscono a fare la differenza, Alberto Di Giglio, documentarista ed esperto di sindonologia, direttore del festival delle Giornate Internazionali del film religioso di Todi, che si è soffermato sul problema di mettere in opera quel che Wenders ha preconizzato, «un cinema che sia medicina dell’animo», denso di bellezza e di contenuti morali, al fine di purificare lo sguardo.

Bisogna tornare a indugiare, a soffermarsi sul volto dell’altro, cercando di approfondire, contemplare e interrogare (che è sempre un interrogarci).

Quel che è accaduto allo sguardo del nostro tempo si racconta in poche battute. Nel 2012 sono state scattate 380 miliardi di fotografie, quasi tutte digitali, nel 2014 mille miliardi. Nel 2011 il canale di You Tube ha registrato mille miliardi di visite.

Lo sguardo è stato bruciato dall’infinità delle immagini che ogni giorno consumiamo e che rende l’osservazione un ictus tra un’immagine e l’altra.

L’invasione delle immagini virtuali ha derealizzato il sé e l’interiorità, se è vero che «ormai le immagini non provocano più alcuno choc: persino immagini raccapriccianti hanno la funzione di intrattenerci». Il consumo eccessivo di immagini ha atrofizzato la capacità critica e immunitaria dello sguardo.

Da una condizione siffatta si può emergere solo purificando lo sguardo oppure possedendo un grande talento individuale in grado di «osservare che così come non tutta la materia è compiuta, così non tutto il visibile è palese».

Lo sguardo deve ritrovare l’impronta della meraviglia, fondamentale affinché l’opera possa colpire l’attenzione e divenire rammemorabile, liberarsi dai legacci del consumo iconico, per recuperare la sua sacralità, il suo farsi segno del divino, e tornare a contemplare il presente per illuminare e disegnare quel che attualmente è veramente invisibile: l’orizzonte futuro. Per il cinema, si tratta di attuare le premesse stabilite da una frase di Papa Francesco: «Sia un luogo di comunione, creatività, visione e scuola di umanesimo».

Se esiste un modo per salvare l’arte, è quello di perseguire la visionarietà, scegliendo anche luoghi adeguati, come accade per la mostra di Marta Sforni presso la galleria Beatrice Burati Anderson Art Space & Gallery nel nuovo spazio espositivo posto in Calle de la Madonna San Polo 1976 a Venezia. Le opere esposte costituiscono un’allegoria dell’invisibile che è nella luce – che è la luce, intuizione che colloca la Sforni in un ambito che si potrebbe definire post-barocco. Interprete somma della luce dell’acqua, quando questa cristallizza e si fa vetro passando attraverso la storta in cui brucia e in cui la sabbia diventa vetro, la Sforni sublima come un’alchimista la rappresentazione della natura morta e ne mostra l’aspetto di trascendenza: l’oggetto, reso poetico, come in Morandi, diviene essenza metafisica.

Venezia, luogo magico, che richiede e richiama a sé contemplazione e bellezza, offre la possibilità di purificare il proprio sguardo.

In questo contesto, lo stesso ambito riconoscimento, è stato assegnato a me che scrivo in qualità di direttore del Museo della Lettera d’Amore, museo unico al mondo che conserva ed espone, nel settecentesco palazzo Valignani di Torrevecchia Teatina in Abruzzo, un ingente patrimonio storico relativo a un sottogenere letterario in via di estinzione.


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