Riflettiamo senza illusioni sull’odio nel Giorno della Memoria

Gabriele Nissim

Quanto più odio c’è nel mondo tanto più si manifesta l’antisemitismo. Non è un caso che i regimi totalitari che hanno teorizzato nel loro paradigma la lotta contro i nemici come fonte di legittimazione hanno prima o poi in modo diverso usato la carta dell’antisemitismo nelle loro campagne politiche e ideologiche.

I regimi comunisti, ad esempio, sono passati dalla lotta di classe ai cosiddetti nemici del popolo negli anni ’30 e hanno poi presentato gli ebrei come i nemici del socialismo ed agenti del capitalismo, prima con le campagne antisioniste di Stalin negli anni Cinquanta al tempo del cosiddetto «complotto dei medici ebrei» e poi con quelle dei suoi successori in Russia e nei paesi orientali dal processo Slánský in Cecoslovacchia nel 1952, alla Polonia di Gomulka nel 1968, dove gli ebrei furono accusati di fare il doppio gioco e di essere dei nemici nascosti.

Altrettanto hanno fatto i fondamentalismi islamici che dall’Iran all’Isis, alla stessa Hamas hanno costruito delle teocrazie, che imponendo la Sharia e la dittatura religiosa contro gli infedeli, hanno indicato negli ebrei e nei sionisti i nemici dell’umanità.

Nello stesso tempo l’antisemitismo fa da detonatore e alimenta un odio generalizzato e colpisce e inquina tutta l’umanità. È stato questo il caso del nazismo che dalla guerra agli ebrei ha portato alle macerie della Seconda guerra mondiale

Si cade in errore quando si pensa che l’antisemitismo colpisca esclusivamente gli ebrei come se il problema fosse soltanto quello di educare la società a superare i pregiudizi radicati nei secoli. In realtà l’antisemitismo non solo crea odio verso gli ebrei, ma come ha ricordato Yehuda Bauer, il maggiore studioso vivente della Shoah nella sua ultima conferenza, porta danni a tutti. Di questo aspetto spesso non c’è consapevolezza.

«Hitler nel memorandum scritto di suo pugno inviato a Göring nel 1936 gli ordinò di preparare la Germania alla guerra. Lo scopo era quello di combattere gli ebrei che a suo dire attraverso il bolscevismo volevano dominare il mondo. Possiamo allora dire che a causa di questo antisemitismo sono morti 35 milioni di persone. Certo che ci sono stati i sei milioni di ebrei, ma gli altri 29 non ebrei sono morti a causa dell’antisemitismo di Hitler».

E lo stesso ragionamento, sia pure in modo diverso, potrebbe valere per il Medio Oriente. Quanti sono gli arabi e musulmani che muoiono in Medio Oriente non solo per un conflitto territoriale con Israele con torti e ragioni tra le due parti, ma a causa dell’antisemitismo e dell’antisionismo?

Ecco perché è importante spiegare che l’antisemitismo colpisce tutti e che ogni forma di odio a sua volta può provocare l’antisemitismo. Può sembrare paradossale ma non si tratta solo di chiedere empatia al mondo per gli ebrei, ma di comprendere che l’antisemitismo riguarda il cuore della civiltà umana, quasi come una sintesi degli odi che lacerano la nostra esistenza.

L’odio è una componente della condizione umana e nasce come affermazione del proprio ego nei confronti dell’altro. Si può scegliere di vivere in armonia e di fare della relazione con gli altri la fonte della propria ricchezza umana, oppure di guardare gli altri come un nostro nemico e per questo provare un sentimento di disprezzo nei confronti di coloro che immaginiamo siano di ostacolo alla nostra esistenza.

C’è l’odio verso chi consideriamo di intralcio alla nostra affermazione professionale; c’è l’odio verso le donne che si sottraggono al potere del maschio; c’è l’odio etnico verso individui di altre etnie e di culture diverse che non vogliamo accettare; c’è l’odio sociale per classi sociali diverse dalla nostra; c’è l’odio di genere per individui di sessualità diversa; c’è l’odio nello sport e nelle tifoserie nei confronti degli avversari sportivi; c’è l’odio nei social dove si ha il gusto e il piacere di mettere alla gogna delle persone che neppure si conoscono; c’è l’odio nel dibattito politico delle stesse democrazie, dove chi la pensa diversamente viene considerato non una componente della Polis, ma un vero e proprio nemico da eliminare in una guerra verbale permanente.

L’odio più pericoloso è quello che viene legittimato dagli Stati fondamentalisti e totalitari con leggi e persecuzioni contro i cosiddetti nemici che siano ebrei, donne, lgbt, ma anche contro gruppi politici differenti.

Come spiega Hannah Arendt, il punto comune di tutti i totalitarismi vecchi e nuovi è la negazione della pluralità umana. Essi ritengono che sulla terra esista solo l’uomo al singolare, l’uomo fotocopia, e non invece che l’umanità sia composta da uomini diversi. Ricorda infatti la Arendt forse con la più alta sintesi del suo pensiero: «Non l’Uomo, ma uomini abitano questo pianeta. La pluralità è la legge della terra».

Da questa concezione monolitica nasce, in varie forme, l’odio politico che non solo può portare alle persecuzioni, ma fino alla distruzione estrema come è avvenuto ad Auschwitz e in tutti i genocidi. E in questo contesto l’antisemitismo fa da collante perché chi odia qualcuno, o uno Stato che si fonda sull’odio politico, può presentare il volto nascosto dell’ebreo dietro al suo nemico. Il motivo per certi versi è molto semplice. Poiché gli ebrei nel pregiudizio millenario antisemita sono i nemici universali dell’umanità, diventa comodo presentare l’ebreo come quello che si nasconde dietro ad un migrante, ad un omosessuale, ad un oppositore politico, ad un nemico della nazione, ad un nemico dell’Islam. Anche se può sembrare assurdo ed incomprensibile il ricorso all’antisemitismo nobilita la missione di ogni dittatura che fa dell’ebreo la sua minaccia esistenziale.

Ci illudiamo se riteniamo che con un colpo di bacchetta magica si possa mettere fine all’odio. Tanta sofferenza, come quella di Liliana Segre che con sgomento constata a 93 anni che la memoria dei crimini del nazismo viene meno con il passare del tempo e che l’antisemitismo è ancora all’ordine del giorno, nasce paradossalmente da una tragica fiducia nella resurrezione definitiva dell’uomo dopo l’orrore di Auschwitz.

È stato questo il grande fraintendimento dopo la Seconda guerra mondiale e la scoperta sconvolgente della Shoah e della distruzione degli ebrei. Si è pensato a una non ripetibilità del Male estremo. Invece, purtroppo, le devastanti guerre in Ucraina e in Medio Oriente ci mostrano che l’odio continua ad essere terribilmente presente nella Storia umana.

Dobbiamo invece diventare consapevoli che, in ogni epoca, gli esseri umani possono scegliere tra un destino di convivenza e armonia e un percorso di odio e di conflitti. Come ha spiegato Baruch Spinoza l’essere umano si trova sempre di fronte a due strade: Illudersi di sviluppare la propria potenza, il proprio conatus a spese degli altri in una guerra permanente; oppure cercare la vera forza in un rapporto reciproco con gli altri che permetta di trovare una risposta soddisfacente alla fragilità umana.

Ciò che determina l’esito di questa scelta, come aveva forse per primo capito Socrate con la sua Maieutica è un processo permanente di educazione.

Può sembrare paradossale, ma gli esseri umani che possono cadere nella tentazione del male devono venire guidati alla comprensione del Bene come la migliore convenienza per la realizzazione della loro pienezza umana. Si tratta costantemente di risvegliare facoltà dell’animo che apparentemente sembrano sopite, come il gusto morale, estetico ed umano e di cui spesso gli uomini smarriscono il senso. Dobbiamo spiegare che vivere con odio, come scrisse Etty Hillesum nei suoi diari prima di venire deportata ad Auschwitz, è la peggiore malattia della anima che deturpa la vita delle persone e le rende infelici. Invece fare il bene non è una rinuncia ed una privazione come molti lo intendono, ma un arricchimento della propria personalità che porta a quella che i classici greci chiamavano eudemonia (che significava il piacere della virtù) e che forse è la gioia più grande possibile nella nostra esistenza.

Costatare che il male continuerà a ripetersi può sembrare un trauma e portare alla sfiducia e alla rassegnazione. Invece il realismo sulla condizione umana ci permette in ogni epoca di lavorare per nuove terapie nei confronti dell’odio, in una battaglia infinita che non avrà mai fine.

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