The RIG: Arabia Saudita, petrolio e turismo

Carla Petrocelli

«L’adrenalina ha a nome nuovo: the RIG. Un laboratorio per nuove emozioni pionieristiche, sport estremi e avventura. Sali a bordo e vivi il futuro dell’avventura!».

Questo lo slogan dell’ultimo, sconfinato, estremo, parco divertimenti che, entro il 2030, dovrà rappresentare una delle mete turistiche più ambite al mondo. Si tratta di un luxury resort di oltre 150 mila metri quadri che prevede 3 hotel con 800 camere e 11 ristoranti, montagne russe, un parco acquatico, una ruota panoramica sospesa sull’oceano, attività adrenaliniche come bungee jumping e zipline, immersioni subacquee, eliporti, un’arena per spettacoli e, immancabile, un circuito per go-kart.

La vera particolarità di The RIGla trivella, è che sorgerà su una piattaforma petrolifera nel Golfo Persico, o meglio, sarà distribuito su una serie di piattaforme collegate tra loro, raggiungibili, per i turisti del lusso, in elicottero, a bordo di una nave da crociera o con un superyacht da cinquanta posti. È la nuova strategia dell’Arabia Saudita, continuare a produrre petrolio e corteggiare il favore del pubblico trasformando queste piattaforme in luoghi ameni, divertenti e dunque tollerabili.

Tutto ciò potrebbe apparire finanche interessante se vivessimo in una realtà alternativa in cui il pianeta non si trovasse in una preoccupante crisi climatica. Così non è, e lo sappiamo bene, gli allarmi ci sono e sono tanti, l’umanità è in codice rosso e le compagnie di combustibili hanno una bella fetta di responsabilità.

L’extreme park è frutto della strategia a lungo termine Saudi Vision 2030, che ha il duplice obiettivo di trasformare l’Arabia Saudita in una delle più desiderate destinazioni turistiche e, contemporaneamente, diversificare la sua economia e renderla più indipendente dall’industria del petrolio. Rispetto a Dubai e Abu Dhabi, il Regno Saudita stenta a decollare come polo attrattivo competitivo. Proprio per questo, sono stati avviati progetti innovativi come The RIG o Qiddiya.

Con quest’ultimo, l’Arabia ambisce a far diventare Riyadh la più grande città di intrattenimento al mondo. Il sito ufficiale che pubblicizza Qiddiya cita: «È stato accuratamente elaborato per rispettare e valorizzare il paesaggio naturale e si basa sui seguenti nodi: Resort Core, Qiddiya Village, Motion Zone, Eco Zone e Golf Community. Qiddiya ha il duplice scopo economico e sociale: contribuire all’avanzamento della diversificazione economica dell’Arabia Saudita e aprire il Regno al mondo».

Il sito è al momento in costruzione fuori Riyadh e si sta lavorando incessantemente per inaugurarlo nel 2023.

Tramite questi imponenti interventi, l’Arabia Saudita ha l’obiettivo di raggiungere entro breve termine i 100 milioni di turisti l’anno. Per promuovere e favorire tali politiche di rinnovamento, il Principe ereditario Mohammed Bin Salman Al Saud, elogiato di recente dal leader di Italia Viva Matteo Renzi, ha avviato una politica di riorganizzazione del traffico aereo annunciando la creazione di una seconda compagnia nazionale, ritenuta fondamentale per raggiungere gli obiettivi turistici prefissati.

L’attuale flusso di visitatori in pellegrinaggio religioso, al momento unica attrattiva turistica del Paese, lo tiene ben lontano dall’essere una delle principali destinazioni del turismo internazionale. La politica ultraconservatrice in tema di diritti umani e le limitazioni imposte, ne sono sicuramente la causa principale.

Secondo il rapporto 2020/21 di Amnesty International, nel Regno dell’Arabia Saudita si è intensificata la repressione dei diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione; sono stati vessati, detenuti arbitrariamente, perseguiti e/o incarcerati, oppositori del governo, attiviste per i diritti delle donne, difensori dei diritti umani, parenti di attivisti, giornalisti, membri della minoranza sciita.

Hanno continuato a tenersi processi gravemente iniqui e i tribunali hanno fatto ampio ricorso alla pena di morte. I lavoratori migranti sono stati ancora più esposti agli abusi e allo sfruttamento a causa della pandemia e migliaia di loro sono stati arbitrariamente detenuti in condizioni terribili. Donne e ragazze hanno continuato a subire discriminazioni nella legge e nella prassi in relazione al matrimonio, al divorzio e all’eredità e sono rimaste inadeguatamente protette dalla violenza sessuale e da altre forme di violenza. L’omosessualità è rimasta vietata, punibile con la fustigazione e la reclusione.

Nonostante tutto, il Paese è determinato a cambiare la sua immagine agli occhi del mondo.

Certo, solo una questione di immagine: non si fermeranno sicuramente le trivellazioni e i conseguenti effetti devastanti sul clima. Il Public Investment Fund che finanzia il progetto The RIG garantisce invece che si seguiranno «i principali standard globali e le migliori pratiche sulla protezione ambientale» al fine di sostenere l’ambiente. Il modo più semplice per farlo sarebbe quello di non costruirlo affatto: è sicuramente un’impresa inutile e dispendiosa… ma l’Arabia, ce lo hanno detto, è «la culla per un nuovo Rinascimento…».