Un cambiamento culturale per la sfida del clima

Andrea Tilche

I cambiamenti climatici avvengono sul nostro pianeta per motivi naturali da quando ancora la vita biologica non si era sviluppata. Quello che sta avvenendo oggi è però profondamente diverso, in quanto è causato soltanto dalle attività umane. Non era mai successo prima, e mai così velocemente. Come ci dicono da anni tutti i rapporti scientifici sull’argomento, è la risposta del pianeta alle emissioni di anidride carbonica derivante dal gigantesco consumo di combustibili fossili e in modo minore dalla deforestazione e dalle emissioni di altri gas a effetto serra come il metano.

La soluzione a questo problema comporta un grande e complesso cambiamento tecnologico.

Dobbiamo al più presto abbandonare i combustibili fossili e passare a fonti rinnovabili di energia e ad altre tecnologie pulite così da arrivare ad azzerare le emissioni entro la metà del secolo.

Ma se dobbiamo sperare e far sì che questo avvenga, e avvenga in un tempo breve, si deve anche sapere che una parte della soluzione sta anche nel cambiamento di abitudini di consumo e di comportamento individuali. È poi necessario chiedersi perché questi cambiamenti non siano ancora avvenuti, dal momento che da molti anni si conosce il problema del riscaldamento globale dovuto alle emissioni di gas serra, e molto poco o nulla si fa per risolvere il problema.

Ecco che, sulla base delle considerazioni precedenti, è un’illusione che la soluzione stia solo nella tecnologia.

Se analizziamo i motivi per i quali siamo così in ritardo in questa necessaria transizione, spiccano alcune cause dominanti – in particolare l’immensa congerie di interessi che esiste intorno ai combustibili fossili. La massa di risorse finanziarie mosse da petrolio, gas e carbone alimenta il più grande fallimento di mercato del capitalismo, anche nelle sue versioni di Stato, dal momento che i mercati si sono dimostrati incapaci di fermare i danni dei cambiamenti climatici senza un forte intervento della politica. In una straordinaria audizione davanti al Congresso degli Stati Uniti il 28 Ottobre 2021, quattro major del settore petrolifero – Exxon-Mobil, Chevron, BP e Shellhanno dovuto ammettere di avere per molti anni lavorato attivamente per nascondere la verità sulle cause del riscaldamento globale.

Certamente, le fonti energetiche a basso costo sono state la principale molla dello sviluppo economico degli ultimi tre secoli, ma la loro epoca si è contraddistinta per l’enorme spreco di queste risorse – basti pensare che le automobili mosse da motori a combustione interna utilizzano per il moto in condizioni reali soltanto un 20% dell’energia dei combustibili, buttando via il resto come calore di scarto – e per l’indifferenza verso le conseguenze ambientali e sanitarie, sia nella ricerca e nello sfruttamento delle fonti, sia nel loro trasporto e utilizzo. Questa cultura dello spreco e del disinteresse per l’ambiente si è – anche senza volerlo – radicata profondamente nelle abitudini e nei comportamenti individuali in quanto la comodità di uso di benzina, gasolio o gas ci fa restare attaccati ad una zona di conforto. Un test condotto su un campione di cittadini di vari paesi dell’UE da un progetto europeo di ricerca ha messo in luce come se pure siamo disponibili a cambiare modi di consumo che producano meno emissioni di gas serra, preferiamo misure di aumento dell’efficienza a misure di sostituzione, ma siamo poco disponibili a misure che tocchino il livello dei consumi, preferendo la riduzione alla rinuncia.

Meglio quindi, come fanno in molti anche ad alti livelli di responsabilità politica, negare l’esistenza del problema, dichiarando unilateralmente che la scienza si sbaglia? Non lo scrivo per artificio retorico, ma perché il negazionismo è purtroppo una forte componente della resistenza al cambiamento.

Il problema è quindi molto ben conosciuto nelle sue cause e conseguenze, ma poco si fa a causa di conflitti di interessi economici, per difficoltà ad uscire da abitudini consolidate, e anche per la negazione tout-court del problema. Ma se il problema è noto ed è dovuto ad attività umane, se si conosce che i rischi per il pianeta sono immensi, e si sa che esistono soluzioni che hanno costi ragionevoli, allora qualsiasi decisore – pur con diversi livelli di capacità – ha il dovere morale di agire. E se la conoscenza del problema rende inaccettabile la non-azione, l’ignoranza o la negazione del problema – quando la conoscenza è disponibile – rende l’ignorante colpevole e il negazionista irresponsabile.

Su queste tematiche si è espresso molto bene Papa Francesco con la sua Enciclica del 2015 Laudato si’ nella quale affronta la tematica dei cambiamenti climatici e argomenta come la soluzione del problema non si possa fermare alla sostituzione di qualche tecnologia ma debba andare più in profondità sulla soluzione delle cause profonde, anche sociali, che stanno all’origine del problema, e offrire soluzioni giuste che non ricadano sulle spalle dei più deboli. Il Papa arriva a definire bella la sfida di fronte a noi, in quanto con la sua vastità e complessità ci spinge a tirare fuori il meglio delle nostre capacità al fine di risolverlo, e l’accettazione di questa sfida può contribuire a rendere migliore l’umanità. Sempre il Papa aggiunge che l’assunzione di responsabilità verso il mondo e anche verso le generazioni future è una fondamentale questione di dignità, e si lega al senso del nostro stare al mondo.

Siamo tutti parti del problema, così come parti della soluzione, pur se con responsabilità e possibilità di azione differenziate. La capacità dell’umanità con le sue azioni di cambiare nel bene e nel male il nostro pianeta comporta quindi la necessità di costruire e adottare una cultura della responsabilità, della manutenzione e non del consumo, della cura e non della dissipazione. Una cura che si nutre della relazione empatica con l’altro, sia questo altro parte della nostra società o parte della più vasta natura. Una cura che si basa sulla consapevolezza della nostra vulnerabilità, ma che non deve necessariamente trovare le sue motivazioni nella reciprocità. Ogni essere umano deve poter agire gratuitamente, messo di fronte alla propria libertà, che lo rende responsabile delle proprie scelte verso il mondo. Anticipando i critici, la cultura e l’etica della cura e della responsabilità non si oppongono all’innovazione e allo sviluppo, ma sono proprio il presupposto per una positiva cultura del fare sostenibile.

Mi sembra quindi evidente che la transizione ecologica necessaria per fermare il riscaldamento globale necessiti, oltre che una notevole rivoluzione tecnologica, un profondo cambiamento delle nostre visioni del mondo, dei principi etici su cui si basa il nostro vivere sociale.

La transizione verso una società sostenibile va quindi progettata, ma il suo successo duraturo sta nel cambiamento culturale a cui si deve accompagnare, e questo cambiamento passa per il sistema educativo e per i mezzi di informazione, inclusi i social media. A questi ultimi si può cominciare a chiedere di aderire ad un codice etico sulla qualità dell’informazione fornita, nella prospettiva di farli diventare potenti promotori del cambiamento. Al sistema educativo si deve infine mettere seriamente mano con il sogno di educare i giovani alla conoscenza, non per generare funzionari soltanto utili alla gestione dell’oggi, ma persone libere e responsabili, capaci di cambiare il mondo.


Chi volesse approfondire questi argomenti può leggere l’ultimo libro di Andrea Tilche, Sette lezioni sulla transizione climatica. Scienza politica e visioni del mondo (Edizioni Dedalo)

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