Valerio Evangelisti, ovvero la scrittura come resistenza

Vito Santoro

Nel 2009 a Valerio Evangelisti viene diagnosticato un linfoma non Hodgkin di tipo B a grandi cellule. La sua vita viene sconvolta da una sequela di esami, e, dopo i risultati, da numerose sedute di chemioterapia all’ospedale Sant’Orsola di Bologna. Una esperienza che con ironia e senza alcuna caduta nel patetico e/o nel sentimentale, lo scrittore racconta in un libro, Day Hospital, uscito nel 2013 per Giunti. Un libro dal carattere narrativo, dove «non si troveranno, dunque, riflessioni particolarmente profonde, né consigli per chi dovesse affrontare la stessa esperienza. Dipende dal carattere di ciascuno».

Quello del malato di cancro – avverte Evangelisti – è un calvario da affrontare con lo stato d’animo dello stoico, quello di «essere pronti a morire e, nello stesso tempo, a cercare di evitarlo o a rimandare l’evento». In questo senso può essere d’aiuto la «frase bellissima fatta incidere da Joseph Fouché, ancora giacobino, sulla cancellata di un cimitero di Lione: “La morte è solo un sonno eterno”». Sonno eterno cui quel nemico, che pensava di avere sconfitto, l’ha costretto il 18 aprile scorso e con lui una concezione militante e politica della letteratura fantastica, fatta non soltanto di eroi, sogni, visioni e varie fantasmagorie, ma anche e soprattutto delle storie e delle idee di società che porta con sé: Letteratura, immaginario, cultura d’opposizione, recita non a caso il sottotitolo della rivista on line «Carmilla» di cui lo scrittore bolognese è stato generoso direttore.

Storico di formazione, autore di numerosi studi sui movimenti operai e sulle rivolte sociali dell’Emilia Romagna, Evangelisti deve la sua notorietà al personaggio dell’inquisitore Nicholas Eymerich, protagonista di un ciclo di ben tredici romanzi (il primo Nicholas Eymerich, inquisitore, vincitore del Premio Urania, è del 1994), un graphic novel, tre adattamenti radiofonici e persino un videogioco.

Eymerich, figura storica, è stato effettivamente inquisitore generale del regno di Aragona nel Trecento. Evangelisti lo trasfigura in un uomo intelligente, colto, solitario e collerico, spietato e intollerante con i nemici, ossessionato dal compito affidatogli dalla Chiesa («Tolleranza significa sopportare con compiacenza chi ha un pensiero diverso dal proprio. Ma Dio è uno, la fede vera è una, la Chiesa è una. Al di fuori esiste solo la menzogna, e la menzogna è del demonio»). Eymerich disprezza la debolezza umana e ogni contatto fisico, ha orrore delle folle e soprattutto degli insetti. È infastidito da ogni forma di arte o bellezza che non serva il predominio della religione. Non prova alcun turbamento dinanzi alle esecuzioni di massa, laddove la colpevolezza dei prigionieri sia provata al di là di ogni ragionevole dubbio. A inquietarlo piuttosto è «quel vago senso di piacere, misto a raccapriccio, che talora lo sfiora[va] mentre i condannati si agita[va]no urlando tra il fuoco che brucia[va] le loro carni».

Romanzo dopo romanzo, l’inquisitore è impegnato in una azione incessante di purificazione della terra dal male, dagli eretici e da diverse manifestazioni di Satana quali pagani, spettri, vampiri, zombie, posseduti, dischi volanti e minacce cibernetiche. La serie copre tre livelli temporali strettamente interconnessi: il Trecento della realtà storica dell’inquisitore, i secoli XX e XXI, cioè più o meno la nostra contemporaneità, e il piano di un futuro remoto che si estende per secoli, fino al XXXII secolo.

Fantascienza? Non solo e non proprio
Nel ciclo di Eymerich, Evangelisti dà vita a un’articolata commistione di generi letterari, dal fantasy alla science fiction, dal poliziesco al mystery, dal gotico all’horror, dal romanzo di formazione a quello neostorico, secondo un’opzione di letteratura fantastica capace di superare le etichette e di contaminarsi, perché, a suo avviso, «occorre una narrativa massimalista, autoconsapevole, che inquieti e non consoli». E che soprattutto consenta di riflettere sulle contraddizioni della contemporaneità.

Scrivere per Evangelisti equivale a resistere: «Il neoliberismo è stato in grado, attraverso un uso quasi scientifico dei mass media, di penetrare nei cervelli e svuotarne gli angoli più riposti di ogni contenuto non funzionale. In pochi anni ha condotto un assalto senza precedenti alla sfera dell’immaginario, infettandola di non-valori, false certezze, distorsioni ottiche ispirate a una logica mortifera, che vede il più forte avere non solo il diritto di vincere la gara per la vita, ma anche quello accessorio di calpestare lo sconfitto, ignorandone l’umanità» (Alla periferia di Alphaville. Interventi sulla paraletteratura, 2000).

Nel corpus di Evangelisti il ciclo di Eymerich si incrocia con altri. Ricordiamo il ciclo Metallo Urlante (1998), che omaggia sin dal titolo la celebre rivista francese «Métal Hurlant», che, nata a metà degli anni Settanta, con autori quali Moebius, Druillet, Jodorowsky, Bilal, Manara, solo per citarne alcuni, ha diffuso un’idea di fantastico fondata sul rimescolamento dei generi. E poi il ciclo americano, dove spicca il capolavoro Noi saremo tutto (2004), storia di Eddie Florio (personaggio realmente esistito, qui rielaborato in chiave finzionale), gangster che prospera nell’ambiente corrotto dei sindacati portuali d’America e incrocia i protagonisti di Cosa nostra. Quindi la trilogia Il Sole dell’avvenire sulle lotte dei braccianti e dei contadini del secolo scorso e quella dei pirati, iniziata nel 2008 con Tortuga e proseguita con Veracruz Cartagena: abbordaggi, rapimenti, episodi di ferocia e di abnegazione, passioni amorose divoranti, cameratismo e rivalità su vascelli sovraccarichi in cui il sangue si mescola al sudore. Il tutto all’interno di una rigorosa e documentata cornice storica.

Ottimo costruttore di trame, abile nella caratterizzazione dei personaggi, scrittore di grande potenza evocativa, Evangelisti non ha goduto – fatta eccezione per critici particolarmente avveduti, come Filippo La Porta e Loredana Lipperinidel risalto che avrebbe meritato. Colpa forse del suo radicalismo politico. Forse della scelta di scrivere romanzi di genere, invisi all’establishment letterario: «Tematiche come il razzismo, la guerra, la fame, il disagio urbano, l’invadenza dei mass media, l’autoritarismo, l’arroganza del potere eccetera sono per la narrativa “di genere” pane quotidiano. Si può dire lo stesso per la letteratura da noi considerata “alta”? Ma mi facciano il piacere, avrebbe risposto Totò» (Alla periferia di Alphaville. Interventi sulla paraletteratura, 2000).