Alle radici del conflitto israelo-palestinese

Thierry Vissol

Il Medio Oriente sta attraversando una grande crisi, senza dubbio la più grave tra quelle vissute nei millenni in cui è stato al centro delle cupidigie dei tanti imperi e potenze che vi si sono succeduti e scontrati. Non si tratta solo di un’esplosione di violenza tra due popoli che si scontrano sanguinosamente dalla fine del XIX secolo, ma anche di una grave crisi geopolitica globale che rischia di contribuire alla formazione già in atto di due blocchi ideologici antagonisti che si contendono con ogni mezzo il dominio economico e politico del mondo. Una lotta nella quale si intreccia una dimensione religiosa, con implicazioni non meno importanti per le modalità di governo delle società umane.

Per comprendere meglio l’attuale conflitto tra Israele e Hamas, tra uno Stato la cui stessa sopravvivenza è stata minacciata fin dalla sua creazione e un popolo che da 75 anni non riesce a ottenere uno Stato indipendente e il ritorno dei propri profughi, si può procedere a una breve sintesi della storia complessa e violenta di questa terra.

Il territorio che Erodoto chiamò per la prima volta Palestina fa parte della regione costiera della Mezzaluna Fertile, che si estende dal Sinai settentrionale all’Eufrate. Come il resto della Mezzaluna Fertile e l’Egitto, è stata la culla delle nostre civiltà agro-urbane e un crocevia di rotte commerciali. Per cinque millenni, questo territorio è stato oggetto delle brame e delle rivalità di tutti gli imperi e potenze che lo hanno circondato o lo ambivano: egiziano, assiro-babilonese, ittita, filisteo, cananeo, amorreo, ebraico, greco, romano, bizantino, arabo, crociato, mamelucco, ottomano, tedesco e poi degli imperi coloniali francese e inglese.

Nel corso di questa complessa storia, la Palestina ha formato molto raramente un’entità politica e territoriale indipendente. Questa regione mediterranea dalle molteplici radici culturali è anche la patria e la Terra Santa delle tre principali religioni monoteiste del mondo, che si intrecciano sia per la loro fonte comune, di cui Gerusalemme è il simbolo, sia per gli intrecci dei loro luoghi di culto. Il popolo d’Israele e l’ebraismo hanno affondato qui le loro radici nel primo millennio a.C., ma i confini dei loro regni, quando esistevano, sono state molto variabili.

Parte del popolo ebreo fu esiliato a Babilonia (nel VI secolo a.C. per mezzo-secolo) e, da allora, il regno ebraico si trasformò in province più o meno autonome dei vari imperi e potenze che lo conquistarono, portando alla nascita delle prime diaspore israelite sparse in Oriente e poi in Occidente. Gerusalemme e la Giudea, nonostante la parentesi del regno asmoneo (dinastia dei Maccabei, dal 160 al 63 a.C.), non diventeranno altro che il centro spirituale investito di una missione identitaria per un popolo disperso, ma unito dall’osservanza della Legge. Una volta sedate le rivolte contro l’ordine romano nel 135, la storia del popolo ebraico si staccherà sempre più dalla sua patria di origine, che rimarrà abitata da un mosaico di popolazioni tra cui samaritani, siriani, greci, romani e tribù arabe, spesso nomadi e già presenti nel millennio precedente. Gli ebrei rappresentavano neanche il 5% della popolazione fino alla fine del XIX secolo. E, fin dall’epoca della dominazione musulmana e poi ottomana, rimasero cittadini di seconda classe, soggetti alla «dhimma» (o «sistema del millet» sotto l’Impero ottomano, un patto discriminatorio ma protettivo tra le comunità ebraiche, cristiane e le autorità musulmane, comprendente un sistema di tasse, djizîa, e una gestione amministrativa che concedeva diritti superiori a quelli dei non musulmani, ma inferiori a quelli dei musulmani), e non furono esenti da occasionali inasprimenti della loro situazione e persino da massacri, in particolare alla fine del XVIII e XIX secolo.

Solo nel terzo quarto del XIX secolo, con l’ascesa dei nazionalismi europei, il sionismo fece la sua comparsa nell’Europa orientale, strutturato come movimento politico dall’ungherese Theodor Herzl (con suo libro Der Judenstaat, 1896, Lo Stato degli ebrei, tentativo di soluzione moderna del problema ebraico) dedicato alla creazione di uno Stato ebraico, ma non necessariamente alla «Terra d’Israele», che corrisponde geograficamente alla Palestina. Sebbene composto da diverse tendenze, esso nacque dalla secolarizzazione dell’ebraismo e dalla mancata emancipazione degli ebrei europei alla fine del XVIII secolo. In Palestina, le associazioni culturali ebraiche divennero una forza politica volta a ripristinare l’indipendenza nazionale nella «terra degli antenati». Allo stesso tempo, apparvero i primi movimenti nazionalisti arabi, legati al declino dell’Impero ottomano e all’ostilità verso l’Occidente. Fin dall’inizio, il movimento nazionale arabo si oppose al sionismo e alcune élite arabe palestinesi videro le prime ondate di immigrati ebrei, le Aliyah, tra il 1881 e il 1914, come una minaccia. Dopo il 1902, questi immigrati acquistarono terreni con l’aiuto del Fondo nazionale ebraico (Keren Kayemeth Le Israel). Alcune élite arabo-palestinesi vedevano già in ciò l’inizio di una “invasione ebraica” e il presagio del loro futuro esilio e dell’abbandono forzato dei loro beni.

La prima guerra mondiale accrebbe l’antagonismo tra le due comunità. Gli inglesi, per assicurarsi da un lato la collaborazione degli arabi nei territori ottomani contro i turchi e dall’altro quella della grande comunità ebraica degli Stati Uniti per incoraggiare gli americani a entrare in guerra, promisero ai primi di aiutarli a ottenere l’indipendenza e ai secondi di favorire il loro ritorno nella Terra Promessa. La Dichiarazione Balfour (1917) riconobbe l’esistenza di un «popolo ebraico» e menzionò la creazione di un «Focolare nazionale ebraico», dichiarazione fermamente rifiutata dagli arabi nonostante questa dichiarazione abbia introdotto il vincolo che questo «Focolare» non debba essere creato a scapito dei «diritti civili e religiosi» delle popolazioni autoctone. Alla fine della guerra, la Palestina fu staccata dalla Siria (in base agli accordi franco-britannici Sykes-Picot del 1916) e la Società delle Nazioni accettò di porla sotto un mandato britannico (1919). Una commissione istituita dal presidente americano Thomas Woodrow Wilson, che temeva una rivolta araba, ritenne che il programma sionista non potesse essere applicato contro la volontà della maggioranza della popolazione (all’epoca gli ebrei rappresentavano solo l’11%) e che avrebbe necessitato l’uso della forza. La morte di Wilson permise alla Dichiarazione Balfour di essere convalidata dagli Alleati alla Conferenza di San Remo (1920) e incorporata nel Trattato di Pace con la Turchia. Questa storica vittoria del campo sionista fu vista come un tradimento dagli arabi.

Durante il Mandato britannico, l’immigrazione ebraica continuò a crescere, soprattutto dopo la presa di potere dei nazisti in Germania, così come la politica di acquisto di terre. Tra il 1922 e il 1939, la popolazione ebraica si quintuplicò, passando dal 13% al 31% del territorio sotto il Mandato. Il Focolare nazionale ebraico fu organizzato con la creazione di un sindacato, di un servizio di sicurezza sociale e di assistenza medica di emergenza, di una milizia di difesa (Haganah) e di un’Agenzia ebraica. Allo stesso tempo, anche gli arabi musulmani e cristiani si stavano organizzando. Vennero istituiti un Congresso palestinese e poi un Consiglio superiore musulmano, che reclamavano la fine della vendita delle terre e il blocco dell’immigrazione ebraica, chiedendo senza successo l’abrogazione della Dichiarazione Balfour. Essa fu confermata dal Libro Bianco di Churchill (1922), che sottolineava che «il popolo ebraico […] si trova in Palestina per diritto e non per tolleranza».

A partire dal 1919 si verificarono scontri tra ebrei e arabi, seguiti da rivolte e massacri di ebrei, sedati dalle forze britanniche e da milizie ebraiche estremiste come l’Irgun (guidato dal 1943 dal futuro primo ministro Menachem Begin e matrice dell’attuale partito di destra Likud) o il gruppo Stern (il Lehi). Una frangia della società araba si schierò a favore della violenza e invocò la jihad contro l’invasione ebraica e lo «sgozzamento degli ebrei». Questo accadrà durante le rivolte del 1929, portando lo Yishuv (la comunità ebraica) a trasformare l’Haganah in un piccolo esercito. Tuttavia, alcuni intellettuali ebrei e sionisti, che erano in minoranza, sostenevano il progetto di uno Stato bi-nazionale ebraico-arabo, come il presidente dell’Università ebrea (Hebrew University of Jerusalem) Judah Magnès. Già nel 1937, reagendo alla proposta di spartizione della Palestine tra ebrei e arabi di Lord Peel, scrisse sul New York Times (18 luglio 1937): «Con il permesso degli arabi potremo accogliere centinaia di migliaia di ebrei perseguitati nelle terre arabe […] Senza il permesso degli arabi anche i quattrocentomila [ebrei] che ora si trovano in Palestina rimarranno in pericolo, nonostante la protezione temporanea delle baionette britanniche. Con la spartizione si crea un nuovo Balcani».

Anche Ben Gurion, socialista pacifista emigrato in Palestina nel 1905, il principale protagonista della lotta per la creazione di uno Stato ebraico che ne proclamò la nascita il 14 maggio 1948, tentò di negoziare con gli arabi, ma tutti questi tentativi di dialogo fallirono. Tra il 1936 e il 1939 ebbe luogo una vasta intifada contadina (la Grande Rivolta Araba). Rivolte e rappresaglie sanguinose portarono alla radicalizzazione di entrambe le parti anche se le posizioni al loro interno erano tutt’altro che unanimi con numerose lotte intestine e visione diverse nel gestire la convivenza o no dei due popoli. In entrambi le parte la dimensione religiosa via via ha giocherà un ruolo sempre più importante.

In seguito allo scoppio della Grande Rivolta Araba, gli inglesi istituirono una Commissione Reale per la Palestina, guidata da Lord Peel, che propose un piano di divisione del territorio tra arabi ed ebrei, il Piano Peel (1937), che alla fine fu respinto da entrambe le parti. Sempre alla ricerca di una soluzione, il governo propose un nuovo Libro Bianco (1939), che metteva in discussione il piano di Churchill ed era molto sfavorevole al movimento sionista. Inoltre, nel tentativo di limitare le simpatie fasciste di alcuni arabo-palestinesi, decise di imporre un numerus clausus (75.000 all’anno) all’immigrazione ebraica per cinque anni e di bloccare il trasferimento di terre arabe agli ebrei. Questo ovviamente provocò reazioni violente da parte dei movimenti sionisti estremisti, sia contro le autorità britanniche che contro gli arabi. Tuttavia, i membri più moderati dell’Haganah formarono delle brigate che furono integrate nelle forze britanniche. Mentre i nazionalisti arabi si erano avvicinati ai fascisti italiani negli anni Trenta poi ai nazisti, durante la guerra il Gran Muftì di Gerusalemme, Amin Al-Husseini, una delle massime autorità dell’Islam sunnita, si rifugiò a Berlino, alleandosi con Hitler, che promettendo di creare uno stato palestinese, lo incoraggiò a perseguire il più possibile con i suoi partigiani lo sterminio degli ebrei.

La Shoah cambiò tutto questo. Alla fine della guerra, la riluttanza britannica a incoraggiare l’immigrazione ebraica e il suo sostegno alla Legione araba non furono sufficienti a calmare la situazione. La violenza delle milizie ebraiche estremiste contro le forze britanniche e gli arabi aumentò, mentre la Lega Araba rafforzò la sua opposizione alla creazione di uno Stato ebraico e aumentò il suo sostegno finanziario e militare ai palestinesi. Il Regno Unito decise di porre fine al suo mandato e di affidare alle Nazioni Unite il compito di risolvere il groviglio palestinese. Nonostante forti dissensi, anche nel campo occidentale, nel novembre 1947, l’ONU votò a stretta maggioranza di due terzi la spartizione della Palestina in due Stati e una zona internazionale intorno a Gerusalemme. Le anticipazioni di una tale decisione diede origine a un sanguinario movimento di guerriglia palestinese guidato da un Esercito Arabo di Liberazione sostenuto da milizie di villaggio e altri gruppi di combattenti nell’attesa dell’entrata in guerra degli eserciti arabi. L’embargo sulla vendita di armi agli ebrei, decretato dagli Stati Uniti (che ritirarono anche il loro sostegno al piano di spartizione) e dall’ONU nel dicembre 1947, fu aggirato dalla Jewish National Home grazie a un accordo con l’URSS, che le fornì armi leggere e pesanti, veicoli blindati e aerei per vie traverse. Quanto ai britannici, continuarono a fornire armi ai Paesi arabi e bloccarono l’immigrazione ebraica, ma permisero a migliaia di volontari dell’Esercito Arabo di Liberazione di entrare in Palestina. Anche prima che gli inglesi se ne andassero (nel maggio 1948) la guerra infuriò a svantaggio degli ebrei fino all’aprile 1948. La situazione si capovolse grazie al successo dell’offensiva dell’ultima chance dell’Haganah e all’attuazione del piano Dalet. Questo mirava a distruggere i «villaggi arabi ostili» o in posizioni strategiche e a espellere i loro abitanti, ma non a espellere sistematicamente le popolazioni arabe. Una politica simile fu applicata anche dalle milizie palestinesi ovunque potessero, radendo al suolo alcuni villaggi e giustiziando i loro abitanti e difensori.

Subito dopo la creazione dello Stato di Israele, nel maggio 1948, iniziò la prima guerra arabo-israeliana con offensive da parte delle forze egiziane, siriane, libanesi e giordane, che si concluse con l’armistizio del marzo 1949 con la vittoria di Israele, che purtroppo non sarà seguita da un trattato di pace. Quando all’inizio del 1948, la popolazione totale era di 1.846.000, tra cui 608.000 Ebrei, nel 1949 la popolazione ebraica raggiunse i 716.000 abitanti (compresi i 450.000 immigrati recenti), contro 156.000 Palestinesi. Furono 750.000 ad abbandonare le loro terre e abitazioni. La metà di loro scelsero l’esilio per sfuggire ai combattimenti e all’anarchia che ne derivava, mentre gli altri furono costretti a partire dall’esercito israeliano. I rifugiati sono stati distribuiti dalla Lega Araba tra i suoi Stati membri in campi profughi, non senza tensioni con le popolazioni locali, e non sono mai stati realmente integrati nei Paesi ospitanti. Allo stesso tempo, Israele integrò quasi 700.000 immigrati ebrei, quasi la metà dei quali provenienti dal mondo arabo-musulmano a seguito della violenza antiebraica.

Nel complesso, le violenze e le atrocità degli ultimi decenni, il rifiuto di molti Paesi arabi, in particolare dell’Iran dopo la caduta del Shah, di riconoscere lo Stato di Israele, il desiderio delle frange estremiste di sradicare qualsiasi presenza ebraica e il desiderio degli estremisti religiosi ebrei di occupare la «Grande Palestina» hanno distrutto qualsiasi possibilità di coesistenza ebraico-araba. È in questo contesto che sono continuati gli scontri e le atrocità reciproche, con guerre, attentati e repressioni sanguinose culminate negli attentati del 7 ottobre 2023 e nella guerra che ne è seguita. Il tentativo di pace israelo-palestinese (gli accordi di Oslo) fu silurato dall’assassinio di Yitzhak Rabin, uno dei suoi principali istigatori, da parte di un ebreo estremista. L’ascesa al potere della destra israeliana e la sua alleanza con i partiti religiosi estremisti non ha fatto altro che peggiorare la situazione, in particolare attraverso una politica che ha incoraggiato la creazione di una costellazione di insediamenti ebraici in Cisgiordania e la destabilizzazione dell’Autorità palestinese, dando libero sfogo all’ascesa di Hamas nella Striscia di Gaza. Le guerre e la violenza non fanno altro che aumentare l’odio reciproco, al punto che ci si può chiedere se la pace, o addirittura l’esistenza di due Stati vicini, sia ancora possibile.

Le interviste che abbiamo pubblicato su Pagina’21 di due vignettisti di stampa emblematici, di riputazione internazionale,  Fadi Abou Hassan (in arte Fadi Toon) e Michel Kichka, entrambi di sinistra, finora, pacifisti e difensori dei diritti umani, sono solo un esempio dell’estrema difficoltà di ricucire le ferite aperte da troppo tempo nel susseguirsi di guerre, sommosse, occupazioni, attentati e rappresaglie che hanno insanguinato quei territori e ora violentemente riaccese dal terrorismo selvaggio di alcuni e dai crimini di guerra degli altri.

Come si può capire leggendo queste interviste, e vedendo i loro lavori attuali, hanno la massima difficoltà a lasciarsi alle spalle il proprio dolore e il passato per considerare l’umanità degli «altri» e il loro diritto a vivere liberi e in pace. Il primo non è in grado di prendere in conto il terrorismo di Hamas e dell’Hezbollah, principalmente finanziati e armati dall’Iran, essendo sommerso dall’emozione, comprensibile, della drammatica situazione dei palestinesi della striscia di Gaza. Il secondo, nonostante le sue critiche del governo Netanyahu, è assillato dalla ferocia degli attacchi terroristici e dalla sorte degli ostaggi, anch’essa comprensibile, e non riesce a considerare la sorte drammatica della popolazione della Striscia di Gaza. Benché non si possa generalizzare su base di queste due testimonianze, se due protagonisti umanisti e pacifisti come loro non sono in grado di distanziarci dei drammi vissuti da loro popoli, di avere empatia per le vittime di entrambi le parti, la convivenza dei due popoli sulla stessa terra, anche se un giorno fosse divisa tra di loro, potrebbe essere solo un’idea utopica dei nuovi Ponzio Pilato della comunità internazionale.


Bibliografia indicativa

Michel Abitbol, Histoire d’Israël. Perrin, 2018
Georges Bensoussan, Les origines du Conflit israélo-arabe. Que Sais-je N°4099, 2023
Pierre Blanc, Jean-Paul Chagnollaud, Sid-Ahmed Souiah, Atlas des Palestiniens, un peuple en quête d’un État. Autrement, 2017
Ilan Papé, La pulizia etnica della Palestina. Fazi editore, 2008
Dominique Perrin, Palestine, Une guerre, deux peuples. Presses universitaires du Septentrion, 2000
Claudio Vercelli, Storia del conflitto israelo-palestinese. Laterza, 2020


La tavola di disegno che accompagna l’articolo è di Tjeerd Royaards (Olanda). Vignettista olandese pluripremiato, vive a Amsterdam. Le sue opere sono pubblicate sulla stampa internazionale tra cui: The Guardian, Le Monde, Courrier International, Ouest-France, Internazionale e Der Spiegel e dalla TV americana CNN. Fondatore e direttore di Cartoon Movement, un sito web per le vignette politiche e il giornalismo grafico, per difendere la libertà di espressione, che riunisce oltre 500 disegnatori professionisti provenienti da tutto il mondo. Membro di Cartooning for Peace, del consiglio consultivo della Cartoonists Rights Network International, e del Comitato scientifico di Librexpression.

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