Benedetta, icona mistico-amorosa

Giusi Baldissone

Le poesie dei futuristi, soprattutto quelle di Filippo Tommaso Marinetti, hanno scolpito l’immagine del primo movimento d’avanguardia come rifiuto nei confronti di ogni schema o modello della tradizione letteraria del passato. In realtà un filo dantesco percorre le prime opere di Marinetti fino all’incontro con Benedetta Cappa, l’artista che sarà sua moglie.

Dopo l’incontro, l’importanza di questo filo si manifesta appieno, come se al grande modello dominante mancasse soltanto quella presenza viva, quell’incarnazione per realizzare fino in fondo il disegno. L’importanza del compimento, con l’evidente mutamento avvenuto nell’uomo e nel poeta Marinetti dopo il matrimonio, si comprende bene con la scoperta di un libro segreto di poesie dedicate alla moglie, che rivela una metamorfosi nel fondatore del Futurismo. Quando fu ritrovato nel 1971 il Journal intime in versi francesi, intitolato Poesie a Beny, Marinetti e il Futurismo erano in riscoperta, con la neoavanguardia che riproponeva in Italia e nel mondo quella fonte copiosissima a cui attingere.

La raccolta parte dal 1920, dal primo incontro (1918) con Benedetta a casa di Giacomo Balla, di cui è allieva. Marinetti ha 44 anni, Benedetta Cappa 22; vive con la madre e quattro fratelli. Nei Taccuini di Marinetti è descritto l’incanto dell’innamorato: «Beny prega di non guardare. Si allontana. Torna, bellissima correndo fra le erbe, coi suoi grandi occhi luminosissimi, i capelli al vento profilandosi agile aerea nel cielo turchino di questo pomeriggio trasparente». La prima sintesi grafica di Benedetta (1919), ispirata dalla costellazione della Spica, s’intitola Spicologia di 1 uomo: è il ritratto di Marinetti. Si sposano nel 1923. Benedetta, che ha sofferto per la morte del padre dovuta a traumi di guerra, racconta la sua scelta letteraria come autoterapia: Le forze umane (1924) è un «romanzo astratto con sintesi grafiche».

Nel 1925 Marinetti e la moglie si trasferiscono da Milano a Roma. In questa casa i due rappresentano una coppia tipica dell’avanguardia. Benedetta dipinge e scrive altri romanzi (Viaggio di Gararà, 1931; Astra e il sottomarino, 1935) e mette al mondo tre bambine: Vittoria (1927), Ala (1928) e Luce (1932). Marinetti è entusiasta della creatività della moglie e scrive: «Ammiro il genio di Benedetta, mia eguale non discepola».

La sua metamorfosi dopo il matrimonio non sfugge a nessuno; Gramsci scrive a Trockij: «Dopo la guerra, il movimento futurista in Italia ha perduto interamente i suoi tratti caratteristici. Marinetti si dedica assai poco al movimento. Si è sposato e preferisce dedicare le sue energie alla moglie». Nel 1920, insieme a Mario Carli e altri, ha lasciato i Fasci, accusandoli di reazionarismo. Il riavvicinamento al fascismo avverrà nel ’23-’24.

Le poesie che Marinetti dedica alla moglie sono scritte in francese, seconda lingua madre per lui, nato ad Alessandria d’Egitto da genitori italiani, studente alla scuola dei gesuiti di Saint François Xavier, poi a Parigi per il baccalauréat. In francese sono le prime opere di Marinetti, come il Manifesto del Futurismo apparso nel 1909 su Le Figaro.

I riferimenti autobiografici sono una costante: ricorre il tema del viaggio con i soggiorni a Capri (L’île lance la jetée, 1924 ca.; Le vent de Capri, 1928; Deux périssoires à Capri, 1929), isola amata da entrambi (Benedetta vi scrive Viaggio di Gararà); Océan Equateur indica nel manoscritto la stesura «a bordo del Giulio Cesare – 5 maggio 1926» e si riferisce al viaggio in Brasile e in Argentina per i congressi del Pen Club. Poiché il diario poetico-amoroso non è destinato al pubblico, Benedetta ne è anche l’unica lettrice e cooperatrice dei testi. Leggendo la poesia visiva composta da Benedetta, Spicologia di 1 uomo, si è colpiti dalla firma (voluta da Marinetti stesso): «Benedetta fra le donne / parolibera futurista», a cui corrisponde l’aura sacrale del primo testo: «O Beny / eau bénite!». La poesia di Marinetti prosegue con «une église / mystique et chaude / pénombre exquise / où s’enlise / la caresse brutale du Soleil», che richiama il vuoto al centro della poesia visiva di Benedetta, in cui appare una rosa dei venti. Marinetti gioca con lei a creare un’icona mistico-amorosa ponendola in una chiesa primordiale, circondata da «negri» che per Marinetti rappresentano la purezza della razza umana.

Con loro vuole condividere il privilegio di questa donna pura e portatrice di salvezza: un «negro» si arrampica su un’altissima palma per ricavare da un cocco l’acquasantiera più grande ed è scagliato dall’albero fino alla foresta del Paradiso. «Beny eau bénite» trabocca dall’acquasantiera come da un frutto di quel Giardino. Più avanti la donna si trasforma nella greppia che nutre il cuore di Gesù-Marinetti, in una metafora che culminerà ne L’Aeropoema di Gesù: «Beny lumière claire / qui désaltère / Beny crèche de mon cœur-Jésus! […] Lait divin / dans mon écorce rude / moi / noix / de ton coco». L’identificazione del cuore di Gesù con quello del poeta attribuisce una connotazione luminosa a Beny: se Gesù si nutre di quella luce come a una greppia sacra, Beny si trova nella funzione di nutrice, una sorta di madre divina, di Madonna.

Beny-Benedetta, amica degli elementi, appare in tutta la sua funzione salvifica, perfino con un branco di balene che si fa compatto per offrirle un piedestallo su cui posare i piedi. Anche il mare è benedetto da lei, in una fantasmagoria di angeli blu denudati dagli uragani del Paradiso. Questa è la Vita Nova di Marinetti. La beatificazione di Benedetta prosegue con Ballade à Beny, in cui il sorriso verso l’Infinito si manifesta in analogie farfalla-angelo. Non solo Benedetta quale Beatrice, ma anche come Beatrice, a conferma del modello dantesco nella ricerca futurista di Marinetti.

Il nome di Benedetta si presta al trattamento: un percorso letterario privato che ha molto in comune con i poeti stilnovisti ed è la Vita Nova di Marinetti. Si ricordi il finale della Vita Nova in cui è Dante a fornire l’associazione di cui Marinetti si servirà: «E poi piaccia a colui che è sire della cortesia che la mia anima sen possa gire a vedere la gloria della sua donna, cioè di quella benedecta Beatrice, la quale gloriosamente mira nella faccia di Colui qui est per omnia secula benedictus».

Anche Marinetti, come Dante, gioca con stupore e passione su quel nome, facendolo oscillare tra la funzione aggettivale e quella onomastica, in modo che la coppia benedetta/Benedetta risulti simmetrica a quella beatrice/Beatrice. In entrambi i casi la donna, di cui si cerca il vero nome come se ne racchiudesse l’essenza e la funzione, è collegata al cielo e al paesaggio primordiale dell’infanzia del poeta: Beatrice rappresenta per Dante un amore infantile (ha nove anni quando la conosce) che lo ghermisce, lo guida e lo possiede per tutta la vita. Beny, benedetta e benedicente, elargisce i suoi tesori dalla foresta del Paradiso terrestre a «tous les nègres du pays!». Come Beatrice, Benedetta è la luce divina che illumina tutto e nutre il cuore-Gesù del poeta, questa volta in opposizione simmetrica a Dante, che nella Vita Nova sogna Beatrice che gli divora il cuore: «Vide cor tuum». L’affinità con Beatrice si spinge in questo componimento fino ad attribuire a Benedetta la funzione materna che la donna assume in Dante: «C’est bien de toi que je suis sorti / chair Natale Beny / Toi qui m’es si maternelle!»

Marinetti lancia a Benedetta il saluto estremo, equivalente nel nome/appellativo al commiato dantesco della Vita Nova, in cui il Poeta si propone «di non dire più di questa benedetta infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei». Per Dante è la prefigurazione della Commedia, con il ritrovamento di Beatrice beata in Paradiso; per Marinetti pure: la parabola di Benedetta-Beatrice è già compiuta nelle prime sei poesie. «Benedetta fra le donne» si completa teneramente con la nascita di Vittoria, Ala e Luce, che Marinetti descrive in poesia. Il velluto bianco degli angeli stabilisce un’analogia celeste in quest’evento, che diviene una Natività, mentre Benedetta dispiega in uno stupito splendore la propria Maternità. Proprio ai «mots en liberté futuristes pour Beny», La droite trouve la perle (agosto 1928), Marinetti affida la consacrazione di Benedetta come Madonna.

Tutta la famiglia partecipa della creazione-ricreazione del mondo, in una sorta di rifugio edenico. Marinetti apostrofa le sue parole in libertà chiedendo dove e come sceglierle per farle circolare, visto che hanno l’unico compito di celebrare la bellezza della donna e l’amore del poeta. È il congedo, Marinetti avverte la malattia che si sta appressando. Come Dante, anche lui pensa alla salvezza della sua poesia legata unicamente alla donna. Forse non sta ancora progettando L’Aeropoema di Gesù, scritto poco prima di morire (1943-44) ma anche Dante probabilmente non pensava con precisione al progetto Commedia, con le parole ultime della Vita Nova rivolte a Beatrice: eppure Commedia e Aeropoema tengono poi fede a quelle parole dei poeti che le hanno formulate quasi come un auspicio.

Leggi anche:
Vittoria, la poetessa
Lucrezia, il nome liberato
Laura, l’eco del poeta
Beatrice, la donna stilnovista
Il nome delle donne. Modelli letterari e metamorfosi storiche


A questo tema Giusi Baldissone ha dedicato due libri, Il nome delle donne. Modelli letterari e metamorfosi storiche tra Lucrezia, Beatrice e le Muse di Montale (Franco Angeli, Milano 2005) e Nomi femminili e destini letterari (Franco Angeli, Milano 2008).

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