Elezioni europee, posta nazionale

Sergio Baraldi

Le elezioni sono europee, ma la posta in gioco è nazionale. Infatti, di Europa e delle complesse sfide che il continente deve affrontare, compresa una guerra ai suoi confini, si è parlato pochissimo. Ha dominato il dibattito la competizione per l’egemonia all’interno dei due poli e i temi per riuscire a mobilitare i propri elettori in vista di una astensione che potrebbe essere alta, fino al punto di superare il 50%.

Quello che conta per i partiti italiani non è cosa si farà in Europa in una fase storica molto difficile e piena di incognite. Con il rischio di una astensione elevata, è decisivo condurre al voto i propri elettori. Per questo le europee sono innanzi tutto le elezioni della premier. La quale ne è consapevole al punto da avere condotto una campagna senza sosta per chiedere voti ai suoi. Una campagna dominata dalla iperpersonalizzazione della leader, dall’identificazione ideologica e dalla chiamata alle armi dei suoi elettori, dall’invito a votare Giorgia.

E da una serie di promesse lanciate con enfasi alla vigilia del voto per conquistare l’attenzione del pubblico, ma prive per ora di finanziamenti o misure adeguati. In poche settimane la premier ha sfornato un piccolo aumento per gennaio, un mini-condono per la casa, un decreto taglia code della sanità, ha rinviato il redditometro, ha rilanciato l’idea di un centro per immigrati in Albania. Intanto si promette, poi si vedrà se si riesce a mantenere.

Leader che parlano solo ai suoi e cercano egemonia
Il primo dato da guardare, quindi, è se il teatro politico, che la Meloni ha allestito tra social e tv, ha raggiunto il suo obiettivo. La democrazia recitativa della premier avrà funzionato? Occorre aspettare i risultati per  saperlo.

Ma fin d’ora si può dire che la campagna elettorale è stata polarizzata come non mai: ogni leader ha parlato quasi esclusivamente ai suoi. La premier ha lanciato un appello continuo al suo elettorato. Si può prevedere che i cittadini di centrodestra più ideologizzati risponderanno. Questi elettori, infatti, si sentono legittimati dalla premier a Palazzo Chigi, dal suo stile di governo, dalla sua narrazione ambigua, dopo decenni in cui erano stati marginalizzati. Il Polo escluso condivide l’orgoglio della Meloni. Vive l’appartenenza a una destra postfascista, sdoganata come mai è accaduto neppure con Fini. La sinistra ha sottovalutato la realtà di una destra che si mobiliterà per Giorgia.

Ma che dire dell’altra destra, quella meno ideologizzata, che vota per convinzione conservatrice o per inerzia? È una parte del Paese che condivide l’insoddisfazione che si avverte tra chi non ha votato la Meloni? Nutre perplessità per un’azione di governo che ha conseguito finora pochi risultati concreti? Proprio questo elettorato potrebbe cogliere l’occasione delle europee, interpretandole come un voto di metà legislatura senza conseguenze dirette (un voto di secondo ordine dicono gli studiosi) e inviare così un segnale alla premier.

La Meloni, in questo caso, potrebbe vincere le elezioni, senza ottenere una consacrazione, che otterrebbe invece con un risultato che arrivi al 30% e oltre. Una conferma anche stentata delle politiche, un 26% e forse qualcosa in meno potrebbe far emergere uno scontento a destra, nascosto dalla imperiosa propaganda meloniana. Il dato centrale, quindi, sarà il risultato della Meloni, candidata in tutte le circoscrizioni proprio per trascinare FdI.

La posta si gioca in un Polo solo?
L’attivismo della Meloni ha però delle conseguenze all’interno della sua maggioranza. Se l’astensione sarà forte, lei potrebbe, con la sua mobilitazione, attrarre voti dai partiti minori, Forza Italia e Lega, a loro volta impegnati in una difficile lotta per difendere e ampliare il proprio elettorato. Quasi nessuno, tranne uno studioso attento e competente come il professore D’Alimonte, ha notato che dopo il voto al Nord potrebbe verificarsi un terremoto elettorale: tutte le regioni del Settentrione potrebbero vedere sancito il primato di Fratelli d’Italia, che così avrebbe detronizzato la Lega.

All’improvviso tutti i governatori leghisti di Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trento, si ritroverebbero presidenti di un partito che non rappresenta più i loro territori. La Lega avrebbe una sovrarappresentazione istituzionale non più giustificata. È chiaro che la Meloni sarebbe autorizzata a pretendere che i prossimi presidenti siano del suo partito. Per la Lega di Salvini sarebbe una perdita secca di potere, posti, clientelismo, che potrebbe avvitarla in una crisi difficile da fronteggiare. Per questo Salvini ha tentato senza riuscirci di far passare un emendamento per portare a tre i mandati dei governatori.

Ma un problema sorgerebbe anche con Forza Italia. Il partito che fu di Berlusconi era dato in declino. Potrebbe essere la sorpresa del voto alle europee: non tanto per merito di Tajani, quanto per il quadro politico che si è consolidato in  questi mesi. Un elettorato più moderato, in cerca di rassicurazione, che forse ha notato la diffidenza verso la Meloni in Europa, potrebbe non essere convinto dalla polarizzazione estrema cui la premier ha sottoposto il quadro politico. E potrebbe decidere di ridare un’opportunità all’ex partito di Berlusconi. Forza Italia potrebbe avere un risultato il cui valore starebbe nel suo significato: l’eredità politica di Berlusconi è provvisoriamente parcheggiata presso la Meloni, ma potrebbe spostarsi verso posizioni meno radicali. Potrebbe, cioè, tornare a casa.

Se questi movimenti avvenissero, il voto ratificherebbe quello che abbiamo visto alle elezioni politiche: i giochi per ora si fanno soprattutto all’interno del Polo di destra. Il Polo, cioè, che ha saputo affrontare la competizione delle politiche consapevole delle condizioni imposte dalla legge elettorale. Il bipolarismo asimmetrico potrebbe uscire consolidato proprio dalle europee.

Il Polo che non compete continua a non competere?
Anche per il centrosinistra le europee rappresentano l’occasione per una regolazione di conti interni. Questa area politica è frammentata, percorsa da divisioni a tratti profonde, non ha saputo gestire le elezioni politiche in modo da non regalare un vantaggio alla destra. La frammentazione non sembra potersi ricomporre fino a quando non sarà definita la competizione per l’egemonia. Per la prima volta la leadership della coalizione, sempre riconosciuta al Pd, è contendibile a opera di Conte e del M5S. Per questo a sinistra si parla soprattutto ai propri elettori.

Le europee potrebbero dare un responso sui rapporti di forza interni: se il Pd dovesse fare un risultato dal 20 per cento in su (finora è oscillato tra il 19 e il 22), la distanza del M5S dovesse essere di 4-5 punti e il partito di Conte si attestasse intorno al 15%, forse la sfida potrebbe ritenersi risolta. Anche se non si può escludere che il M5S reagisca chiudendosi a difesa della propria identità e renda difficile se non impossibile l’alleanza.

Il problema resterebbe senza soluzione se Conte raccogliesse un voto dal 16% in su, incoraggiandolo a disputare lo scettro del Pd. Ma una questione da risolvere esiste anche all’interno del Pd.

C’è da dubitare che la segretaria Schlein possa essere sostituita se il voto alle europee non sarà soddisfacente: una segretaria che ha vinto le primarie non può essere eliminata da una congiura interna. Ma le europee possono legittimarla come leader o indebolirla. Sono in molti a ritenere che il voto dovrebbe facilitare i partiti che sono meglio radicati sul territorio, vale a dire Pd e FdI. Anche nel caso che la segretaria superi indenne la prova elettorale, il Pd non avrebbe ancora una strategia politica credibile. Riunendo in una coalizione M5S, verdi e sinistra, il centrosinistra non avrebbe i numeri per battere la destra. Per riuscirci ha bisogno dei partiti di centro, Calenda e Bonino-Renzi. I riformisti a loro volta si giocano la sfida sulla leadership: chi supera la soglia del 4% e di quanto per diventare il centro di gravità di questa area politica?

Finora la Schlein non è riuscita ad aprire una discussione con loro sulla prospettiva: Calenda sembra più disponibile, ma lo spostamento a sinistra del Pd ha reso più incerta, meno riconoscibile l’identità di questo partito. Il prezzo pagato è stato la messa in ombra della sua cultura di governo e i legami politici connessi con la socialdemocrazia europea. Ammesso che la Schlein riesca almeno in parte a sciogliere il rebus del Pd, resta infine la fragilità che riguarda il potere coalizionale, senza il quale il Polo dell’opposizione non riuscirà a competere con efficacia contro la destra.

Se destra e sinistra si rivolgono innanzi tutto ai suoi, la partita elettorale potrebbe essere in mano agli indecisi ai quali tutti tentano di parlare. Ma quale sentimento prevarrà tra loro? Lo studioso Leo Strauss diceva che ogni azione politica mira alla conservazione o al cambiamento. «Quando l’intenzione è conservare, desideriamo evitare un cambiamento in peggio; quando l’intenzione è un cambiamento, desideriamo determinare un miglioramento».

Meglio o peggio come le categorie che orientano gli italiani? È possibile. Se la preoccupazione maggiore è legata all’economia, alla stabilità, al futuro della propria famiglia, se non possiamo programmare un futuro, l’ansia e la paura entrano nel vissuto quotidiano delle persone. E ansia e paura sono emozioni decisive per determinare le scelte dei cittadini.

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