PD, il ritorno del polo che compete

Sergio Baraldi

Le elezioni europee in Italia sembrano avere avuto sul sistema dei partiti un effetto di stabilizzazione e di bipolarizzazione. Stabilizzazione perché, dopo mesi di incertezza gli elettori sembrano avere dato una risposta al quesito sull’egemonia all’interno dei due poli di governo e di opposizione. A destra Giorgia Meloni ha vinto le elezioni in modo chiaro, rafforzandosi rispetto alle politiche. Inoltre, la maggioranza di destra è passata dal 43% delle politiche al 47%. Gli elettori, quindi, hanno risposto all’appello di Giorgia e le hanno dato fiducia. Il suo competitore più aspro, Matteo Salvini, invece ha perso la sfida, finendo per essere superato, sia pure di poco, da Forza Italia. Il nuovo equilibrio della destra può innescare tensioni, ma gli elettori hanno dato per i prossimi anni di legislatura una gerarchia definita, che difficilmente può essere rimessa in discussione.

A sinistra gli elettori hanno sciolto la riserva sul dualismo Pd-M5S a vantaggio del Pd: la leadership della coalizione è contendibile, ma la sconfitta di Conte archivia le sue ambizioni di possibile punto di riferimento dei progressisti. Il ruolo di dominus dell’opposizione spetta alla segretaria del Pd Elly Schlein. Un elemento da non sottovalutare in questa direzione è il fatto che il Pd è diventato il primo partito del Sud, mentre il M5S, che aveva in questa area geografica il suo maggiore bacino elettorale, ha registrato un calo consistente in direzione dell’astensione. Anche in questo caso non si può escludere che il M5S resista, discuta, tratti la sua subordinazione. Ma fino alla conclusione della legislatura la competizione sull’egemonia è chiusa.

Nello stesso tempo il voto italiano sembra rinforzare la tendenza del sistema verso una polarizzazione attorno a FdI e Pd. Si tratta di una tendenza significativa, perché inverte la spinta alla frammentazione del quadro politico. Una conferma arriva anche dal buon risultato di Verdi e Sinistra, che sembra porre fine alla dispersione a sinistra del Pd. Gli elettori sembrano avere interiorizzato la logica del bipolarismo e l’hanno messa in atto nell’urna. Pd, Verdi e Sinistra sono state aiutati da liste composte da candidati riconoscibili, affidabili, che hanno accresciuto la credibilità dei due partiti e non a caso hanno registrato un boom di preferenze. Se si va a guardare non alle percentuali ma al numero di voti, infatti, si scopre che rispetto alle politiche del 2022 il Pd ha guadagnato 250 mila voti, Verdi e Sinistra oltre 500 mila, unici partiti ad andare avanti.

La destra invece, compreso FdI, ha perso voti rispetto alle politiche, anche se la percentuale è salita rispetto ai votanti che sono diminuiti. Il gioco che la Meloni e la Schlein hanno messo in pratica, il duello tra due donne leader, quindi è servito ad entrambe, perché ha focalizzato l’attenzione degli elettori sui due partiti rivali e sulle due segretarie. Questo schema le ha premiate. Era la strategia che Enrico Letta aveva tentato senza successo alle elezioni politiche. Stavolta ha funzionato forse perché il clima d’opinione è diverso. Inoltre, il duello tra due giovani donne ha assunto il valore di uno spettacolo ad alta audience nel teatro (invecchiato) della politica italiana.

Il Polo che non compete ora vuole competere
In attesa di approfondire il significato della vittoria di Giorgia Meloni, forse vale la pesa tentare di comprendere la vera sorpresa delle europee: il successo del Pd. Era difficile immaginare che, se il voto non fosse andato bene, la Schlein, eletta con le primarie, potesse essere sostituita da una congiura di palazzo, come suggerivano i giornali. Tuttavia, la prima prova elettorale della giovane segretaria era carica di insidie: avrebbe potuto legittimarla o delegittimarla. Gli elettori l’hanno legittimata. In più la contesa con Conte attorno alla guida della coalizione è stata risolta. Il successo non muta però il quadro di difficoltà strategica che il partito eredita dal suo recente passato. Ma la segretaria adesso può pensare alla prospettiva che ha davanti con uno sguardo nuovo.

Il punto sembra proprio questo: dopo mesi di impegno all’interno del partito e in campagna elettorale, la Schlein ha in mente le sfide che il Pd deve affrontare? La sua prima conferenza stampa sembra giustificare una prima risposta positiva. Nei chiarimenti prudenti che ha fornito, la Schlein ha dimostrato di avere chiare le tre priorità che sono davanti al suo partito. Se il centrosinistra è stato alle politiche il Polo che non compete, perché non ha saputo adattarsi alle condizioni imposte dalla legge elettorale (al contrario della destra), adesso la Schlein sembra avere recuperato questa come la priorità principale dell’opposizione: vuole un Polo che sa competere e le europee sembrano dimostrarlo.

La seconda priorità, è che per riuscirci lei e il suo partito devono recuperare il potere coalizionale del Pd. Tocca al partito che gli elettori confermano essere l’architrave di ogni alternativa alla destra costruire un’alleanza inclusiva, che possa vincere contro un avversario forte.

La terza priorità riguarda l’Europa. Anche se la destra radicale è avanzata, i numeri consentono una riedizione dell’alleanza precedente popolari-socialisti-liberali. Se si andrà in questa direzione (forse con l’allargamento ai verdi) la Schlein può puntare a rovesciare lo schema nazionale: a Roma governa la destra e il centrosinistra è all’opposizione; a Bruxelles la Schlein deve essere al governo dell’Europa e lasciare la Meloni ai margini. In questo modo la disfida femminile si giocherebbe su un piano di maggior equilibrio tra le contendenti. Non a caso la Schlein ha insistito su due punti: il primo è che in Europa occorre alzare una barriera contro la destra (quindi anche contro la Meloni); la seconda è che italiani e spagnoli sono i gruppi più numerosi dei socialisti europei dopo la sconfitta della Spd e gli interessi italiani di conseguenza peseranno. L’operazione, quindi, sarà tentare di isolare la Meloni, ma non l’Italia.

Dettare l’agenda costruire l’alternativa
Per il Pd l’aspetto più complesso del dopo elezioni è restaurare il suo potere coalizionale. La capacità, cioè di sapere comporre un’alleanza plurale, che accolga all’interno visioni diverse, ma nella quale prevalgano il rispetto e la collaborazione tra gli attori. La segretaria ne avrà di problemi intricati da sciogliere. Innanzi tutto, con il M5S che potrebbe reagire alle sconfitte rivendicando la propria diversità, ostacolando o impedendo un’alleanza. Ma il nodo più delicato è il rapporto con il centro.

Mentre la Meloni un centro lo ha, Forza Italia che è uscita rinfrancata dal voto, alla Schlein un centro manca. La questione che si pone è come riaprire il dialogo con Calenda, Renzi, la Bonino e altri, per convincerli a essere i moderati dei progressisti. Verdi e Sinistra più forte, il M5S, il Pd rilanciato non sono sufficienti per battere la destra.

Si tratta della complessa costruzione di un’alternativa di governo, nella quale si misurerà la stoffa della leader. L’indicazione offerta dalla segretaria sembra quella di puntare sui temi e trasformarli nel collante che possa consentire a forze divise, che si guardano con diffidenza, ad avvicinarsi e cooperare in vista di un risultato comune. Del resto, proprio avere giocato la carta del rendimento dei temi è stata una intuizione efficace della segretaria: sanità, salario minimo, perdita potere di acquisto, scuola.

La Schlein ha restituito al Pd una dimensione sociale, più vicina al vissuto reale delle persone, che le hanno consentito di recuperare consensi. Questo aspetto non deve essere sottovalutato: significa che, pur stando all’opposizione il Pd è riuscito a dettare l’agenda pubblica o a influenzarla presso i cittadini più di quanto sia apparso dai giornali.

Secondo le prime analisi dei flussi, infatti, il Pd ha recuperato elettori che in passato l’avevano votato, ha intercettato delusi del M5S che non si sono rifugiati nell’astensione, ha raccolto persino da Verdi e Sinistra. È vero che le sue proposte non sono di facile attuazione, dato che le coperture finanziarie sono poco realistiche. Ma in campagna elettorale conta l’avere affermato la centralità di temi e la personalità dei candidati, che insieme hanno definito il posizionamento del Pd in modo meno incerto e contribuito a rinnovare la sua identità. La segretaria farebbe bene a non abbandonare questi temi, ad insistere dopo le elezioni per affermare quella che gli studiosi definiscono la ownership issues, la proprietà dei temi. Cioè, instaurare quella associazione automatica per cui un elettore quando pensa ai problemi della sanità richiama alla mente il Pd come il partito che li denuncia e vuole risolverli.

Il buon risultato delle europee, quindi, non è una conclusione, ma rappresenta l’ inizio di un percorso per nulla facile. Se fosse capace di unirsi, l’opposizione sarebbe rappresentativa di larga parte della società. Oggi sembra però aver trovato il suo riferimento: è il ritorno del Polo che vuole competere.

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