Federico Caffè e la «costruzione di una civiltà possibile»

Mario Tiberi

La preoccupazione che nasce dall’ovvia constatazione che, per ragioni anagrafiche, le testimonianze dirette sulla figura di Federico Caffè sono destinate a scomparire, mi ha fatto prendere l’abitudine, nelle occasioni che mi sono offerte di parlare di lui, di inserire l’esortazione a leggere qualcuno dei suoi lavori, molti dei quali accessibili anche ai molti profani di questioni economiche.

Un caso esemplare, e non è l’unico, che conforta la mia indicazione, riguarda Alfonso Scarano, ben attrezzato ingegnere finanziario, che ha scoperto Caffè, attraverso un libro trovato in una delle bancarelle che ancora oggi caratterizzano piazza Borghese a Roma, sede a suo tempo di quella Facoltà di Economia dove molti di noi hanno invece incontrato Caffè, come loro professore ordinario di Politica economica. Scarano, infatti, sfogliando le prime pagine di Un’economia in ritardo, ha trovato il giudizio che Caffè esprimeva sul «carattere predatorio», assunto «nei paesi capitalistici avanzati dalla sovrastruttura finanziario-borsistica».

Colpito da questa valutazione, che corrispondeva a quella maturata attraverso la sua esperienza lavorativa, Scarano ha poi letto vari scritti di Caffè, traendone la spinta a organizzare un’associazione intitolata al suo nome, cercando adesioni soprattutto al di fuori del mondo accademico.

Non mi dilungo sulle numerose iniziative svolte dall’associazione; intendo solo soffermarmi su quella più recente, che ha preso lo spunto da un’affermazione di Caffè: «Così, oggi, ci si trastulla nominalisticamente nella ricerca di “un nuovo modello di sviluppo”. E si continua ad ignorare e si dimentica che esso, nelle ispirazioni ideali, è racchiuso nella Costituzione; nelle condizioni tecniche, è illustrato, nell’insieme degli studi, della Commissione economica per la Costituente».

L’approfondimento dell’influenza che la fase costituente ha avuto sulla formazione politico-culturale di Caffè si è dimostrato prezioso, consentendo di ampliare quanto Ermanno Rea e Giuseppe Amari ci avevano già messo a disposizione con i loro lavori.

Si conosce molto di Caffè dopo gli anni sessanta quando, allentato progressivamente, fino alla conclusione, il suo legame con la Banca d’Italia, assunse una posizione di rilievo, anche al di fuori della cerchia degli economisti di professione. Sul piano accademico egli ha contribuito in maniera determinante al consolidamento della politica economica come disciplina autonoma, nell’ambito dell’indagine economica, con il compito specifico di porre la riflessione teorica come «guida all’azione» dei responsabili delle scelte da effettuare continuamente per accorciare le distanze tra «capitalismo reale e capitalismo ideale», come suggeriva Luigi Einaudi.

Il suo insegnamento, inoltre, ha orientato un numero inconsueto di allievi, che hanno percorso la loro strada nel mondo accademico, ma anche in importanti istituzioni, pubbliche e private.

Caffè ha svolto, nello stesso periodo, un’intensa attività divulgativa: da quella, meno conosciuta, di traduttore o supervisore di traduzioni di contributi di economisti stranieri, a quella di conferenziere, presso associazioni di vario tipo, soprattutto le organizzazioni confederali dei lavoratori; a quella, molto più nota, di pubblicista, spesso pungente rispetto alle scelte economiche effettuate in sede nazionale e internazionale.

Ed è proprio quel riferimento alla Costituzione, ricordato poco fa, ad offrire un’interpretazione più feconda del riformismo solitario di Caffè, che è stato inteso prevalentemente come una costante rivendicazione delle qualità analitiche dei numerosi protagonisti, allora contemporanei, della cultura economica di critica del neoliberismo.

L’apparente solitudine del pensiero di Caffè va invece riconsiderata, procedendo in due direzioni: la prima, più strettamente disciplinare, deve riscoprire la ricchezza delle «buone letture» di cui egli parlava, facendo riferimento ai numerosi studiosi che, da sempre, avevano proposto alternative anche al secolare liberismo economico.

La seconda, caldamente suggerita in questo mio contributo, propone di ritrovare le radici culturali, quindi i valori di Caffè, nel contesto storico in cui è maturata la Costituzione italiana. Non certo per proporne un’interpretazione di parte, ma, al contrario, per ribadirne la mirabile sintesi tra i tre indirizzi culturali che l’hanno ispirata: liberale, cristiano-sociale e socialcomunista. Tale sintesi ha offerto i presupposti giuridici per operare, nel corso degli anni, scelte economiche divergenti perché dipendenti dagli equilibri politici prodotti dal gioco democratico.

Questa caratteristica era ben chiara a Caffè, che aveva dato un suo contributo al processo dal quale è nata la nostra Costituzione, sia come stretto collaboratore di Meuccio Ruini, Ministro in vari governi e Presidente della Commissione istruttoria dell’Assemblea Costituente, sia come componente della Sottocommissione per la moneta e il commercio con l’estero, nell’ambito della Commissione economica per la Costituente.

Dal qualificato ed animato dibattito di quel periodo emerge il profilo di riformista laico di Caffè, impegnato, nell’ambito del capitalismo reale, alla «costruzione di una civiltà possibile». Ed è difficilmente confutabile che, durante quegli anni, ed in seguito, abbiamo avuto il predominio di orientamenti moderati, anche in economia; tuttavia sono stati realizzati alcuni interventi rispondenti alle aspirazioni di Caffè: riforma agraria, nazionalizzazione dell’energia elettrica, sistema sanitario nazionale, statuto dei lavoratori.

Di certo frammenti importanti di realizzazioni di segno progressista, ma insufficienti a configurare un «nuovo modello di sviluppo», come auspicato dalle frequenti pulsioni utopistiche di Caffè, che avrebbero però bisogno di un rilancio più coerente delle aperture contenute nella nostra Carta costituzionale.

A cominciare dal profondo richiamo egualitario contenuto nell’articolo 3 che, abbinato al valore fondativo del lavoro, espresso dall’articolo 1, possono offrire spazi consistenti per attivare un efficace interventismo, che: faccia valere i compiti di indirizzo e coordinamento a fini sociali dell’attività economica pubblica e privata (articolo 41); garantisca l’accesso al lavoro (articolo 35); abolisca radicalmente le sacche di «lavoratori poveri» (articolo 36); valorizzi la funzione democratica svolta dalle organizzazioni sindacali (articolo 39); operi gli espropri motivati dall’interesse generale (articoli 42-43); promuova forme di democrazia economica (articoli 43-47); provveda sistematicamente a realizzare un solido stato sociale, centrato su istruzione, sanità, casa, previdenza, trasporti (passim); elimini il riferimento all’equilibrio di bilancio, inserito per eccesso di zelo europeista nel 2012 (articolo 81).

Insomma è opportuno procedere alla lettura degli scritti di Caffè, avendo a portata di mano la nostra Costituzione.

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