Identità e rancore: l’America polarizzata di Donald Trump

Sergio Baraldi

La sfida che Donald Trump ha lanciato al presidente Joe Biden e alla democrazia americana poggia sul potere dell’identità e sul rancore sociale.

Alle primarie repubblicane che si sono svolte in Iowa, uno Stato molto conservatore, l’ex presidente ha vinto con un netto distacco rispetto ai suoi due competitori repubblicani, De Santis e Haley. Ma il voto ha confermato che l’America è un Paese diviso. Che cosa significa un paese diviso?

Non si tratta solo della divisione della classe politica, che vede democratici e repubblicani sempre più distanti e in contrasto sulle questioni politiche rilevanti. In passato i due partiti avevano una maggiore capacità di stipulare compromessi su questioni di interesse nazionale. Per nazione divisa oggi si deve intendere un clima sociale nel quale sempre più gli americani hanno sfiducia e nutrono ostilità verso coloro che appartengono all’altro partito. E sempre meno, come succede nelle istituzioni a Washington, sono disposti a collaborare con quello che non è più considerato un avversario ma un nemico. Per nazione divisa, quindi, dovremmo intendere una società nella quale prevale quella che gli studiosi hanno definito la polarizzazione affettiva. La partigianeria, vale a dire l’appartenenza faziosa al proprio schieramento, è diventata una identità sociale.

Il potere dell’identità e la costruzione dell’ingroup
La vittoria di Trump in Iowa sembra convalidare l’idea che il processo di frantumazione dell’unità nazionale americana si è aggravato. L’ex presidente è sopravvissuto a 4 inchieste giudiziarie aperte contro di lui, nelle quale ha collezionato 90 capi di imputazioni, alcuni molto gravi relativi all’assalto a Capitol Hill, una insurrezione contro le istituzioni democratiche. Ci è riuscito grazie al solido legame che ha stretto con i suoi elettori dopo la sconfitta. L’ex presidente del Congresso repubblicano, Newt Gingrich, considerato il politico che avviò l’evoluzione politica del GOP, sostiene che l’ex-presidente non è «un candidato», ma il «leader di un movimento nazionale».

Ha detto Gingrich al New York Times: «Nessuno ha fatto i conti con quel che significa affrontare il paladino di un movimento. Ecco perché, anche se tutte queste questioni legali si accumulano, non fa altro che far infuriare il suo movimento e aumentare incredibilmente la rabbia». Trump, dunque, ha assunto il ruolo di imprenditore dell’identità. L’ex presidente, dopo la sconfitta del 2020, si è concentrato sulla creazione di un senso del noi condiviso da una parte della società americana. Trump ha affinato la costruzione dell’ingroup, ha saputo radunare attorno a sé le persone che posseggono le caratteristiche politiche e morali che devono contraddistinguere chi fa parte del suo noi. Ha utilizzato fino in fondo la contrapposizione tra il noi conservatore e il loro liberali, due visioni del mondo che si scontrano. E ha spostato i confini dell’ingroup e dell’outgroup secondo le sue convenienze. L’ex presidente ha investito molte risorse sul potere dell’identità, che include ed esclude in modo da costruire, e rendere visibili, due bocchi sociali contrapposti. Infine, si è presentato come il leader legittimo, il migliore rappresentante di quel noi. «È prescelto da Dio «ha gridato una sua sostenitrice evangelica in Iowa.

Il ritorno di Trump e la sfida con Biden, dunque, andrebbero collocati nello scenario della polarizzazione affettiva che scuote gli Usa. Per polarizzazione gli studiosi intendono un processo psicosociale che conduce i cittadini a modificare i propri orientamenti a favore di opinioni e atteggiamenti che si raggruppano verso i poli estremi. Essa chiama in causa la dinamica delle interazioni sociali: gli individui tendono ad accentuare le somiglianze presenti all’interno del proprio gruppo sociale (l’ingroup) e ad assegnare al gruppo cui appartengono valutazioni positive. Al contrario, le persone tendono a drammatizzare le differenze ed esprimono giudizi negativi verso gli altri (l’outgroup). La polarizzazione affettiva rappresenta una forma radicale della polarizzazione come divergenza: avviene quando l’ostilità, la sfiducia verso l’altro gruppo sorge per il solo fatto che è diverso dal nostro. La contrapposizione noi contro loro in questo caso assume un contenuto emozionale, identitario. L’altro è il nemico. In questa prospettiva si colloca l’immagine dello scontro tra due Americhe inconciliabili.

Nella storia americana ci sono già state in passato fasi di polarizzazione e di de-polarizzazione. Ma la possibile replica della sfida tra Biden e Trump in una nazione divisa acquisterebbe un diverso significato: la posta in gioco delle prossime elezioni presidenziali potrebbe essere il valore da attribuire alla democrazia rappresentativa. Lo stesso conflitto politico cambierebbe natura: non si profilerebbe una competizione sulle migliori politiche da attuare per l’interesse nazionale, ma uno scontro su quale democrazia, quali valori, quale America essere.

Il risentimento e la trasformazione repubblicana
Il ritorno di Trump ha fatto emergere con maggiore chiarezza le trasformazioni del sistema politico americano. Innanzi tutto, Trump ha vinto in Iowa grazie all’appoggio dei suoi sostenitori e della destra evangelica, numerosa in quello Stato. Il risultato, in realtà, presenterebbe alcuni interrogativi sulle dimensioni della forza di Trump. L’ex presidente ha vinto con il 51% dei voti, quasi la metà del partito non lo ha votato. L’affluenza (forse anche per il clima gelido) è stata la più debole degli ultimi anni: 110 mila repubblicani si sono recati al caucus, mentre nel 2016, anno in cui Trump fu eletto, furono 187 mila. Nel 2022 nelle primarie di metà mandato in Iowa sono andati a votare 200 mila cittadini. Nel mondo repubblicano, sembra che Trump non abbia convinto tutti. Esiste un’area moderata che per ora non è intenzionata a sostenerlo. L’ex presidente ha ottenuto il 51% dei voti radicalizzandosi a destra. Rispetto al 2016 (quando perse in Iowa) Trump ha fatto meglio sia tra gli elettori evangelici sia tra gli elettori che nei sondaggi si sono autodefiniti più di destra. Tra i moderati il sostegno a Trump in Iowa è diminuito (20%), mentre ha prevalso la Haley (63%) e De Santis ha avuto un risultato deludente (7%). Un fattore che non ha pesato, perché in Iowa i moderati sono in minoranza, mentre nel prossimo Stato in cui si svolgerà un caucus, il New Hampshire, sono molto più numerosi.

In realtà nel 2016 Trump era meno definito ideologicamente. Forse per questo era più capace di attirare gli elettori incerti. In Iowa Trump ha confermato che la sua base elettorale è da ricercare tra i ceti bianchi, in prevalenza maschili, con reddito e istruzione più bassi. Con una novità: in Iowa è arrivato primo anche tra i laureati (37% contro il 28% di Haley e 26% di De Santis). Trump ha prevalso in tutte le contee dello stato tranne in quella che ha una popolazione più istruita (è la sede della università dello Iowa) e con una forte presenza democratica. Questi dati indicano il suo appeal sull’elettorato più conservatore e religioso, che lo ha scelto come suo campione.

Trump ha rivendicato con successo la rappresentanza dei ceti sociali periferici. Sono i ceti perdenti nella riconfigurazione del capitalismo Usa globale degli anni 80 e 90 a causa della de-industrializzazione e delle diseguaglianze crescenti. Ceti che si sono percepiti marginalizzati sul piano culturale e psicologico nell’America dei nuovi diritti, in cui i valori dominanti, lontani da quelli tradizionali, apparivano loro estranei. Si tratta di settori sociali che hanno sofferto l’umiliazione di non contare e di vivere in luoghi che non contavano. Non erano solo aree rurali o piccole città, ma periferie di grandi città. Questo mondo periferico ha visto le promesse della democrazia americana dimenticate. Ha subito l’ascesa di mondi separati in alto e in basso nella scala sociale, che indebolivano l’importanza di ogni bene comune, del legame sociale, della coesione. In questa America abbandonata è montato un cieco risentimento, che reclama la punizione dei responsabili. Essa attende una vendetta politica contro l’ordine che, come ha scritto magistralmente Norberto Bobbio, in Teoria generale della politica, «recide il singolo dal corpo organico della società e lo fa vivere fuori dal grembo materno immettendolo nel mondo sconosciuto e pieno di pericoli della lotta per la sopravvivenza».

La nuova frattura sociale è diventata essere in o out, dentro o fuori, rispetto al nuovo mondo e ai suoi benefici. Trump ha intuito che questa frattura sociale costituiva un mercato del consenso potenzialmente maggioritario. E si è fatto imprenditore di quel risentimento. C’è, quindi, lo spostamento a destra del candidato. Ma c’è anche l’inclinazione a destra di una parte rilevante della società e del partito repubblicano. Tutti questi attori sono accomunati dalla rabbia.

In Iowa è emerso un altro cambiamento: la linea di demarcazione tra i candidati repubblicani non era più tracciata dai problemi politici o dalle soluzioni da proporre. Tra Trump e De Santis, e anche con la più moderata Haley, non si sono registrate differenze significative sui temi cruciali. La nuova divergenza consiste nel posizionamento: più a destra o più verso il centro. Il conflitto interno al GOP sembra giocato lungo l’asse della maggiore o minore radicalizzazione e non sull’aborto o sulle tasse. Se Trump perdesse le elezioni presidenziali, è possibile immaginare che il partito repubblicano non metterebbe in discussione l’evoluzione di questi anni. La sua natura non cambierebbe.

Molti repubblicani, infatti, sono convinti che la vittoria di Biden non sia legittima. Su temi importanti come l’aborto, le armi, i diritti degli omosessuali, l’assistenza sanitaria, gli immigrati, una parte significativa dei loro elettori condivide le posizioni radicali di Trump. Questo scenario suggerisce l’idea che il framing, la cornice interpretativa dei media sul voto americano possa fraintendere la realtà. La ricostruzione mediatica è puntata sul personaggio, seguendo la logica della personalizzazione e della spettacolarizzazione. Tuttavia, l’ex presidente più che la causa della trasformazione dovrebbe essere considerato il suo effetto. Trump può avere accelerato, rafforzato il cambiamento iniziato negli anni Settanta e Ottanta. La disinformazione diffusa da tv e giornali della destra, la richiesta di revisione della storia (per esempio sulla guerra civile americana), le critiche ai programmi scolastici e agli insegnanti su temi come la schiavitù e i diritti civili, sono alcuni segnali che evidenziano una regressione civile che scaturisce dalla nuova divisione sociale. Lo stesso vale per la diffusione delle teorie cospirative, spesso rilanciate dall’ex presidente. Si osserva una radicalizzazione dei repubblicani di cui Trump è il prodotto (non sappiamo se maggioritario) che ora tiene in ostaggio il partito. Del resto, se Trump vincesse, la sua sarebbe una presidenza che si vendica dei torti che sostiene di avere subito. Non sarebbe un Trump circondato da moderati, che ne frenano gli istinti, come nella prima presidenza. Ma intensificherebbe ciò che ha fatto e aveva intenzione di fare senza riuscirci. Ha già parlato di alcune misure: un ampio progetto per espandere il potere dell’esecutivo, approvando una serie di nomine in modo da avere persone fedeli in posti chiave a tutti i livelli della burocrazia. Per questo vuole modificare il metodo di assunzione nel settore pubblico in modo che ci siano meno funzionari indipendenti e più incarichi politici (a lui leali). Ha sostenuto che userà il Dipartimento per la Giustizia per perseguire chi gli ha fatto causa. Vuole una sorta di guerra contro l’immigrazione. Trump sembra aggravare una tendenza che non è nata con lui.

Gli effetti dell’identità sulla polarizzazione affettiva e asimmetrica
Perché un imprenditore dell’identità e del risentimento come Trump può avere successo? Per rispondere a questa domanda ci sono studi, tra i quali segnalo quelli del professore Shanto Iyengar della Stanford University o della professoressa Lilliana Mason della Johns Hopkins University. Occorre reinterpretare la centralità dell’identità sociale, così come venne studiata negli anni Settanta da Tajfel e Turner in un saggio del 1979 An integrative theory of intergroup conflict. L’identità sociale soddisfa due bisogni fondamentali: far parte di un gruppo con il quale ci si identifica, distinguersi dagli altri.

L’ideologia, il sistema di credenze, contribuiscono ad allontanare progressisti e conservatori in America e altrove. Ma la dimensione culturale e razionale non riesce a spiegare l’animosità politica, persino l’odio tra i due partiti. Per riuscirci occorre collegare le visioni del mondo alle identità sociali organizzate attorno a fratture sociali dominanti. È l’identità che ci spinge a giudicare il nostro gruppo superiore agli altri. Il concetto di sé individuale e collettivo è più connesso con questo status affettivo rispetto agli argomenti o ai fatti oggettivi. Le idee e i temi pesano meno rispetto ai legami emotivi, all’attaccamento al proprio gruppo. L’identità giustifica il rancore. Essere conservatori o liberali in America suscita passioni e identificazioni che vanno al di là delle opinioni e delle convinzioni su determinati argomenti. Il motore psichico sembra il desiderio di affermare la supremazia del proprio sé o del proprio noi.

Solo ricorrendo a queste categorie analitiche possiamo tentare di spiegare l’animosità che separa liberali e conservatori o la rabbia sociale. Ha scritto la professoressa Mason: gli americani «non sono arrabbiati perché sono in disaccordo, in parte sono arrabbiati per spirito di squadra».  Indipendentemente da come l’altra squadra si posiziona sui problemi, non piace perché è la squadra degli altri. Sono gli effetti della polarizzazione affettiva che trasforma il conflitto politico: si passa da un disaccordo ragionato a un disaccordo che ha radici quasi etniche. L’altro è un estraneo. È inferiore. È pericoloso. Deve essere fermato. Perché appartiene a un gruppo diverso. Deve vincere la nostra identità, il nostro gruppo. Con ogni mezzo. Perché quello che conta è il risultato, comunque lo si ottenga. Anche per questo Trump minaccia la rivolta se una sentenza gli sbarrerà la strada verso la candidatura.

A complicare il quadro. secondo alcuni studiosi, c’è poi il fatto che in realtà la polarizzazione è asimmetrica: si sono spostati più a destra i repubblicani di quanto si siano sposati a sinistra i democratici. A dare origine a questo cambiamento a destra fu Gingrich negli anni Ottanta: con lui tutto era possibile e tollerabile purché si raggiungesse il risultato. Lo stato delle istituzioni democratiche, la governance del Paese, il suo ruolo internazionale, il rispetto del bipartitismo, erano questioni secondarie. L’evoluzione della destra è proseguita con il movimento del Tea Party e oggi è stata ereditata da Trump. Un simile conflitto non può essere risolto da un dialogo razionale o da una maggiore preparazione sulle questioni. Il conflitto è destinato a proseguire fino a quando qualcuno non prevale sull’altro. Non c’è spazio per un compromesso, che sarebbe una concessione al nemico.

Questa estensione del conflitto, che contagia temi e problemi di ogni tipo, sembra quasi il ritorno di un rimosso primitivo nello scontro politico. Biden è consapevole che c’è in gioco la concezione della democrazia. In queste settimane ha raccolto fondi record per finanziare la sua campagna attraverso milioni di piccole donazioni, che dimostrano come tanti cittadini sono preoccupati per la trasformazione della parte repubblicana. L’identità sembra guidare la polarizzazione e il risentimento: emozioni e pregiudizi non sono guidati solo da ciò che pensiamo, ma soprattutto da chi pensiamo di essere.

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