Il caso Steve Bell: vignette politiche versus censura e propaganda una battaglia persa?

Thierry Vissol

Il 9 ottobre 2023, Steve Bell, famoso vignettista editoriale del quotidiano britannico The Guardian da 42 anni, non solo si è visto rifiutare una vignetta considerata antisemita, ma è stato notificato che nessuna delle sue vignette sarebbe stata pubblicata fino alla scadenza del suo contratto nel maggio 2024. Un contratto che, ovviamente, non sarà rinnovato.

Il motivo? Una satira del primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, quella che compare in testa a questo articolo. Quest’ultima è una caricatura nel solito stile di Bell, se il lettore ricorda il modo in cui per decenni ha ritratto l’attuale re d’Inghilterra o i politici britannici e altri personaggi sul Guardian: grandi orecchie, grande naso. Lo dimostra la lettura del suo ultimo libro, L’arazzo di Windsor, di cui ho scritto con ammirazione nel mio articolo su Pagina21 del 30 settembre, dopo aver incontrato Steve Bell a Saint-Just-Le Martel.

Questo disegno non ha nulla da essere paragonato ai disegni satirici degli ebrei prodotti dalla propaganda nazista. Anzi, sembrerebbe piuttosto un ritratto assai realistico per una caricatura, se ci atteniamo ai codici di esagerazione e alle tecniche utilizzate in questo tipo di disegno. Nella mano destra tiene un bisturi con cui sembra pronto a tagliare una linea tratteggiata che rappresenta la mappa della Striscia di Gaza sul suo stomaco. Tuttavia, le sue mani indossano guantoni da boxe, che ovviamente renderanno difficile l’operazione. Il suo sguardo determinato dimostra che è pronto a tutto. Il disegno è accompagnato da un testo «Abitanti di Gaza andate via immediatamente», riportando l’ordine di Netanyahu alla metà della popolazione della Striscia di Gaza, sotto assedio totale.

Chiunque legga questa vignetta non può che intenderla come una critica alla politica della linea dura del governo israeliano guidato da anni da Netanyahu e dai suoi alleati estremisti, e alle misure di ritorsione scelte dopo gli spaventosi massacri perpetrati dal braccio armato di Hamas. Ritorsioni che mettono in pericolo di vita l’intera popolazione di Gaza per la mancanza di acqua, cibo, medicine, strutture sanitarie e per gli incessanti bombardamenti.

Una politica criticata da anni dall’opposizione israeliana e da numerose ONG. Forse ricorderete il film e il fumetto, Valzer con Bachir (2008) del regista e veterano israeliano Ari Folman sul massacro di Shaba e Shatila in Libano nel 1982, durante l’Operazione Pace in Galilea. Oppure avrete consultato il sito web di veterani israeliani, Breaking the silence, sui crimini commessi per ordine dall’esercito israeliano.

Allo stesso modo, le prime misure adottate da Israele hanno provocato un’ondata di critiche sia israeliane che internazionali. B’tselem, un centro d’informazioni israeliano per i diritti umani nei territori occupati, Btselem, ha accusato Israele di perseguire una «politica criminale di vendetta», sostenendo che l’entità degli attacchi aerei e del blocco costituiscono «crimini di guerra apertamente ordinati da alti funzionari israeliani».

Medici Senza Frontiere ha accusato Israele di attuare una «punizione collettiva» illegale contro Gaza. In una Carte Blanche congiunta, pubblicata per la prima volta dall’Irish Times e ripresa dal quotidiano belga Le Soir il 19 ottobre, Daniel Levy, ex consigliere israeliano, e Zaha Hassan, ex consigliere palestinese, invitano l’’Unione Europea a porre fine all’ingiustificata distruzione di Gaza da parte di Israele, scrivono: «La priorità oggi deve essere quella di porre fine al massacro e alla distruzione di Gaza. Ulteriori bombardamenti e un’invasione di terra non faranno che aggravare la crisi e aumentare il rischio che la guerra si estenda alla Cisgiordania (dove le uccisioni di palestinesi da parte dell’esercito israeliano e dei coloni sono in aumento), al confine settentrionale di Israele e oltre».

Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, rivolgendosi ai rappresentanti di circa 130 Paesi al forum delle Nuove vie della Seta organizzato dalla Cina, ha chiesto «un immediato cessate il fuoco umanitario per […] alleviare le terribili sofferenze umane a cui stiamo assistendo». Ha inoltre affermato che l’attacco di Hamas a Israele non può «giustificare la punizione collettiva dei palestinesi» a Gaza.

Seguendo le orme di molti altri osservatori, l’arcivescovo di Algeri Jean-Paul Vesco, scrivendo sul quotidiano cattolico francese La Croix, ha espresso ciò che non si può negare alla luce della storia recente (tra cui il bombardamento di Jenin del 3 luglio, che ha causato 12 morti, 143 feriti e 3.500 sfollati perché le loro case sono state distrutte o danneggiate): «La barbara violenza di Hamas non ha scuse, ma non è senza motivi».

Condannare Hamas, i suoi crimini non puo’ equivalere a sostenere la strategia di ritorsione di Israele. Nessun contesto storico può giustificare il carnefice di centinai di civili perpetrato da Hamas, e ancor meno le scene di giubilo di fronte ad essi. Ma, non possiamo che concordare con Monsignor Vesco sul fatto che «nel mondo musulmano l’indignazione fino all’indicibile, a volte fino all’eccesso, è tutta concentrata da decenni sul destino dei palestinesi. È viscerale».

La frattura con il mondo occidentale su questo tema, come su altri, è sconcertante e continua a crescere. I media occidentali che censurano qualsiasi critica alle politiche del governo israeliano, dovrebbero rendersi conto che non tenere conto e non difendere il diritto dei palestinesi alla vita dignitosa, a un territorio e a un’autonomia sovrana serve solo a ridurre ulteriormente, se ce ne fosse bisogno, la credibilità delle democrazie occidentali e la loro retorica sui valori umanistici e sulla dignità umana. Lascia la strada libera alla demagogia dei molteplici dittatori che le criticano facendo leva su questo rifiuto viscerale dell’Occidente in gran parte del mondo per dominarlo meglio.

Come mai la critica di Steve Bell a questa politica del governo di Netanyahu ha potuto essere considerata antisemita dal Guardian? Ha interpretato la vignetta come un riferimento alla «libbra di carne» richiesta dal vendicativo padre ebreo nel dramma di Shakespeare, Il Mercante di Venezia. Il capo redattore a mandato a Steve Bell, per giustificare la censura della sua vignetta e dell’autore stesso, il semplice e sibillino SMS seguente: «Ebreo man; libbra di carne; troppo antisemita».

Ora, il riferimento di Bell non era Shakespeare né alla «libbra di carne» di Shylock, ma a Lyndon B. Johnson e al Vietnam. Sulla vignetta di Bell si può leggere la scritta «After David Levine», un riferimento chiaro al famoso vignettista della New York Review of Books. Nel 1966, Johnson posò per le telecamere, rivelando una cicatrice lunga 30 centimetri dovuta a un’operazione alla cistifellea. Levine ne fece una satira, raffigurando una cicatrice a forma di Vietnam. Fu una delle sue vignette più famose (si veda la vignetta alla fine dell’articolo). E, di fatto, è un’analogia pertinente: Netanyahu sarà definito da ciò che accadrà a Gaza proprio come il Presidente americano lo fu dal Vietnam. Un riferimento un po’ complesso e troppo colto? Forse. Ma molti lettori del Guardian, sicuramente dell’edizione cartacea, l’avrebbero capito. Non gli incolti fanatici utilizzatori dei social networks, temuti come la peste dai media al punto di esserne succubi e diventare loro burattini.

Il Guardian nell’editoriale dell’8 gennaio 2015, il giorno dopo il mortale attacco terroristico a Charlie Hebdo scriveva: «Continuiamo a informare, indagare, intervistare, commentare, pubblicare – e disegnare – su ogni argomento che ci sembra legittimo, in uno spirito di apertura, arricchimento intellettuale e dibattito democratico. Lo dobbiamo ai nostri lettori. Lo dobbiamo alla memoria dei nostri colleghi assassinati. Lo dobbiamo all’Europa. Lo dobbiamo alla democrazia». Una professione di fede sempre più dimenticata da quando il Guardian ha cambiato direzione nel 2015, provocando la dismissione di più direttori editoriali come Suzanne Moore o Hadley Freeman che non condividevano più la sua linea editoriale.

Tutto ciò ricorda il caso del vignettista Antonio Antunes. La versione internazionale del New York Times pubblicò il 25 aprile 2019, una sua vignetta satirica di Trump e Netanyahu, dopo la visita del Presidente americano a Jerusalem. Rappresentava un Trump ceco con una Kippah, degli occhiali neri e tenendo da una mano il bastone bianco dei cechi e dall’altra il guinzaglio di un bassetto con la testa di Netanyahu e al colo una stella di David – quella della bandiera di Israele. Questa vignetta critica della politica di Trump e dei rischi che faceva correre nella regione era stata pubblicata nel giornale portoghese Expresso una settimana prima (il 19 aprile) senza provocare nessun problema. Dopo la sua pubblicazione sul giornale americano e le reazioni negative sui social network, il NYT decise di qualificare questa vignetta come antisemita. Porse le sue scuse ai lettori e nello stesso tempo licenziò il direttore editoriale che l’aveva pubblicata, i due vignettisti stipendiati dal giornale (tra cui Patrick Chappatte che ci lavorava da anni) e promise di non pubblicare mai più vignette satiriche. L’Expresso invece prese la difesa sia di Antunes sia delle vignette satiriche affermando di «aver sempre difeso la libertà di espressione e di opinione, principi ai quali non rinunceremo mai». Ha respinto le affermazioni secondo cui il disegno sarebbe antisemita e ha definito Antunes «un vignettista premiato a livello internazionale».

Secondo Daryl Cagle, vignettista di stampa e direttore di Cagle Cartoons, il principale servizio di sindacalizzazione per i redattori delle pagine editoriali dei giornali che distribuisce vignette e rubriche politiche a oltre 800 testate abbonate: «Quarant’anni fa, negli Stati Uniti, c’erano circa 1.800 quotidiani e 150 vignettisti stipendiati; oggi (2019), ci sono 1.400 quotidiani e 24 vignettisti impiegati da un giornale».

Il contributo delle vignette di stampa è importante, rispettabile e indispensabile per la libertà di espressione e la credibilità dei media quanto quello degli opinionisti, che nessun giornale degno di questo nome, ma si puo’ chiedere se esistono ancora, deciderebbe di eliminare dalle proprie colonne.

Jason Chatfield, vignettista e presidente della National Cartoonists Society, aveva scritto alla direzione del New York Times, dopo la sua decisione di eliminare le vignette satiriche: «Siamo in un momento critico della storia, in cui la lucidità politica è più necessaria che mai. Se soffochiamo le voci dei nostri più stimati vignettisti, dei nostri più stimati artisti, perdiamo molto più della nostra capacità di discutere: perdiamo la nostra capacità di crescere come società».

È una riflessione lucida sulla quale tutti i media occidentali che si considerano ancora paladini della democrazia e dei suoi valori di libertà di espressione, dovrebbero riflettere prima che propaganda e demagogia sostituiscano definitivamente l’informazione democratica.


David Levine, Cartoon of Johnson, 1966
Steve Bell, Bush e Blair, 2008
Steve Bell, King Charles

Leggi anche

Are you sure want to unlock this post?
Unlock left : 0
Are you sure want to cancel subscription?
-
00:00
00:00
Update Required Flash plugin
-
00:00
00:00